L’Italia ed il “Mediterraneo Allargato”

La politica estera e di difesa italiana molto spesso è descritta come una intersezione tra tre cerchi geopolitici concentrici, ovvero quello includente il processo di integrazione europeo con il relativo rapporto con i partner, il rapporto transatlantico con riferimento sia agli USA e sia alla coalizione NATO, ed in ultimo quello relativo al Mediterraneo. Ma è realmente così? A mio parere, dal dopo Guerra Fredda, molte cose sono cambiate e vanno riviste e aggiornate tali posizioni.

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Nello specifico, l’Europa non può essere considerata più solamente come “uno spazio quale ambiente o posta in gioco” ma va assolutamente vista quale vera e propria “istituzione politica” e di conseguenza può essere rappresentata come “teatro”, in cui ogni singolo Attore può produrre un proprio spazio strategico attraverso “varie reti di comunicazioni”. La NATO, invece, rimane una promessa di mutua assistenza militare. Pur rimanendo il rapporto con l’“egemone benigno” importante, l’Europa e la NATO possono essere bensì definiti quali “strumenti” a disposizione degli Stati per promuovere le proprie agende politiche. Perciò, in tal senso, a parere dello scrivente, non si possono più rappresentare quale cerchi geopolitici.

Possiamo invece osservare che il Mediterraneo non è ancora cambiato, e continua a rimanere uno spazio geopolitico sempre più vettore di vincoli e opportunità, inteso quale “posta in gioco”; spazio in cui si sovrappongono risorse materiali, immateriali e simboliche e dove si intrecciano gli interessi strategici di tutti gli Attori regionali e non. 

Dunque, l’Europa e la NATO devono essere considerati quali strumenti per poter portare avanti le proprie agende politico-strategiche che in, alcuni momenti, possono convergere anche con quelle di altri Paesi. In tale contesto, è opportuno ribadire come i rapporti tra gli Stati si basano spesso su logiche che si possono definire di “amicizia a geometria variabile”, dove un Governo si collega ad un Altro per perseguire un determinato interesse consapevole che lo stesso potrebbe diventare un competitor per altri scopi.

Quando si parla di Mediterraneo per l’Italia, si intende qualcosa di più ampio, ovvero il c.d. “Mediterraneo Allargato” che è un concetto dinamico che si modella e varia in base agli interessi del Paese. Tale accezione è stata coniata per la prima volta dalla Marina Militare Italiana e ripresa successivamente dal MAECI e dal Ministero della Difesa, nel documento programmatico pluriennale della difesa per il triennio 2020-2022. Identificando, di fatto, tale area come prioritaria per la sicurezza nazionale, così come descritto dal Prof. Fabrizio Coticchia nel suo articolo (https://formiche.net/2021/04/mediterraneo-allargato-coticchia-unige/). Inizialmente, tale area di interesse era meno vasta rispetto a quella odierna. Adesso, si può dire che risulti centrata nel bacino del Mare Nostrum e si estende dal Golfo di Guinea all’Oceano Indiano, considerando tutta la fascia africana del Maghreb e del Sahel, il Corno d’Africa, il Medio Oriente, Mar Nero, Mar Caspio e Artico. 

Salta subito in evidenza come si parli anche di estremo nord, come l’Artico, dove, con il cambiamento climatico, molte opportunità vengono fuori e devono essere colte dal nostro Paese per non rimanere indietro. Proprio tale “nuovo Oceano” racchiude in sé tutti i caratteri sopra-citati.

L’Italia, pur non avendo un documento strategico nazionale unico che racchiuda una strategia italiana come quella redatta dalle altre Potenze, sa bene come ogni singola parte delle sub-regioni del Mediterraneo Allargato sia un pilastro importante che influenza i propri interessi strategici. Vari comparti governativi italiani si occupano di tali aree dove ha assunto una particolare importanza anche l’Artico, e nel contempo si sforzano di mantenere iniziative che portino maggiori vantaggi alla nostra Penisola. Molti dimenticano come il nostro Paese sia una Penisola con una costa che si estende per 8300 km e che rappresenta circa 81% dei confini nazionali e di come la Sua “grandezza”, a partire dall’Impero Romano (dopo la sconfitta dei Cartaginesi), dipendesse soprattutto al mare. 

Qualche analista, pensa persino che, tale area, con l’evoluzione digitale si potrebbe ampliare molto di più arrivando sino all’estremo oriente, ma di fatto la geografia rimane cardine centrale della geopolitica e pertanto rimane fondamentale avere la capacità di poter influenzare gli eventi.

In tutto ciò, gli interessi dell’Italia nel Mediterraneo Allargato sono molteplici e vanno al di là delle varie leadership che si avvicendano alla guida del Paese e si concretizzano dai traffici marittimi agli aspetti energetici, cioè in tutto il settore individuato nella blue economy e nel blue growth. In tale ottica, il bacino del Mediterraneo secondo altri analisti può essere visto anche quale “Medioceano” che collega l’Indopacifico all’Atlantico, proprio a significare l’importanza per l’economia dei Paesi della sponda Meridionale dell’Europa e soprattutto per raggiungere una indipendenza energetica dalla Federazione Russa. Quindi è tornato ad essere considerevole l’importanza strategica di salvaguardare le sea line of communication, così come trovarne di nuove.

Il Mediterraneo Allargato, soprattutto in quest’ultimo periodo, rivede la presenza massiva della Marina statunitense, schierata maggiormente nella parte orientale del bacino del Mare Nostrum, nonché in Golfo Persico e Oceano Indiano per agire quale deterrente nei confronti della presenza degli assetti della Federazione Russa e della Cina; ma essenzialmente anche per riportare equilibrio, sia esso militare ma anche economico nel senso di ridimensionare gli investimenti della potenza revisionista emergente, la Cina. Tra le politiche assertive della Turchia, il riaffiorare della flotta russa e l’emergere di altri Paesi come l’Egitto, Algeria e Marocco è necessario più che mai agire, che significa, operare su più livelli da quello polito-diplomatico a quello militare e sociale ed agire al contempo su tutti i domini (maritime, land, maritime, space and cyber). 

In particolare, la Turchia porta avanti la sua politica assertiva, basandosi proprio sull’importanza del mare e sulla dottrina Patria Blu. Notizia di pochi giorni fa’ è quella di Erdogan che ha manifestato la volontà di costruire il Canale d’Istanbul il cui passaggio potrebbe essere soggetto a pagamento di pedaggio, con due conseguenze, la prima di ordine geopolitico e la seconda di carattere commerciale. Il primo punto sottolinea ancora una volta l’importanza strategica dei “choke points”, ossia i passaggi obbligati che rappresentano “colli di bottiglia”, e del ruolo di garante per chi ne detiene il controllo per l’ingresso e transito in altre acque. Nello specifico, la Turchia, mediante la Convenzione di Montreux, agiva proprio in tal senso facendo transitare “un determinato numero” di assetti militari in Mar Nero. Portando avanti questo progetto, Erdogan potrebbe non implementare più tale accordo decidendo di volta in volta a chi garantire il passaggio. Questo potrebbe essere anche un modo per strizzare l’occhio a Washington avvantaggiandone la flotta USA e richiedere come controparte il nulla osta per poter perseguire le politiche espansive in Mediterraneo. Tutto ciò a svantaggio della strategia e della politica estera italiana.

È evidente che per poter essere un Paese leader nella regione, bisogna fondamentalmente riscoprire la vocazione marittima dell’Italia dell’importanza strategica del Mediterraneo, procedendo con un investimento massivo in tale comparto, ripartendo dai porti e dalle infrastrutture a contorno. Proprio la chiusura forzata di Suez, a seguito dell’incaglio di una nave mercantile nel canale avvenuto a fine marzo ‘21, ha riportato in risalto l’importanza del mare per la nostra economia ed ha aperto un dibattito sul c.d. reshore, ossia il muovere nuovamente le attività commerciali sul suolo nazionale, soprattutto per quelle che sono strategiche. Ma è evidente come l’interconnessione e l’interdipendenza, anche relativa alle catene logistiche, sia troppo spinta per tornare totalmente indietro. La de-globalizzazione è difficile che si attui.

Come già accennato, bisogna agire su più livelli, iniziando proprio da quello diplomatico cercando di aprire una “tavola rotonda” per poter gestire e coordinare la c.d. “territorializzazione del mare” e dichiarare una volta per tutte una Zona Economica Esclusiva e Piattaforma Continentale (il cui progetto di legge è ancora fermo in Parlamento). 

Al contempo, molte Potenze europee ed altri Paesi della sponda sud, hanno riscoperto la vocazione marittima e si stanno riarmando, basti pensare, in primis, alla Gran Bretagna e Francia e di come le loro Marine in termini numerici di personale siano superiori alla Nostra. La Marina italiana qualitativamente si mantiene al passo, prima di tutto conservando ed aumentando la capacità expeditionary e non facendo mancare la sua presenza in tutte le sub-aree di interesse del Mediterraneo Allargato, cercando di mantenere un vantaggio tecnologico nei confronti di “eventuali” competitor. Tutto questo ponendo l’attenzione nel percepire i c.d. trend tecnologici utili per intuire e trarre vantaggio dai transformation indicators. In aggiunta, di pari passo alla presenza e sorveglianza marittima ha proceduto ad incrementare l’attività di Capacity & Confidence Building e di Security Force Assistance (SFA) nei confronti dei Paesi di interesse, sia all’interno di contesti multinazionali e sia a livello prettamente nazionale.

In definitiva, l’Italia dovrebbe sfruttare sia l’Europa, intesa quale UE, e sia la NATO, per portare avanti le sue politiche. La nuova policy USA, riportata nella US Interim National Security Strategic Guidance di Biden dove appare evidente di come l’Europa ed il Mediterraneo siano tornati al centro dell’attenzione USA, insieme alla regione dell’Indo-Pacifico, potrebbe essere un’ottima leva per iniziare a fare ciò. Ed in tale contesto, dovrebbe quindi puntare sempre più al fianco SUD, evidenziandone gli aspetti relativi alla sicurezza e difesa dei confini, sfruttando anche il rapporto NATO Reflection Group 2030 dove viene enfatizzato che i confini del fianco SUD ed EST vengono descritti come “quasi uniti”, rievocando in quale modo proprio il concetto italiano di Mediterraneo Allargato. Mettendo anche in luce come il nostro Paese offra anche infrastrutture ed expertise per i Comandi NATO, come quello di prossima istituzione a Taranto, ossia il “Multi-National Maritime Headquarters for the South” che si va ad aggiungere a quello già esistente di COMITMARFOR, e quelli UE.


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Agendo in maniera costruttiva, sotto un’“unica linea strategica governativa”, si potrebbero impiegare le Istituzioni esistenti, quali UE, e le alleanze, quale NATO, per poter perseguire delle politiche estere idonee a raggiungere in maniera efficace gli interessi e obiettivi strategici, accompagnate da tutti gli elementi di soft power a disposizione, che di certo non mancano. Così facendo ed agendo da leader nel suo “cortile di casa” per riportare una stabilità regionale, l’Italia potrebbe tornare a contare davvero.

Antonio BUFIS