L’Italia diventa Partner di Sviluppo dell’ASEAN, l’Association of South-East Asian Nations

La 53esima riunione del Consiglio dei Ministri degli Affari Esteri dei paesi ASEAN, il 9 settembre 2020, ha formalmente accettato la candidatura di Italia e Francia a Partner di Sviluppo. Essere Partner di Sviluppo significa non solamente iniziare un percorso di cooperazione e più fitto commercio con tali paesi, ma anche diventare potenziali punti di riferimento in un contesto che si appresta a subire importanti ripercussioni per via del decoupling tra Stati Uniti e Cina.

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Una Visione, Un’Identità, Una Comunità

È questo il motto della settima economia globale, composta dai suoi paesi fondatori, quali le Filippine, Indonesia, Malaysia, Singapore e Thailandia, e paesi entrati successivamente, quali Brunei (1984), Vietnam (1995), Myanmar (1997), Laos (1997) e Cambogia (1999). Stabiliti nel 1967 dai paesi menzionati, i principi base di integrazione e sviluppo economico, racchiusi poi nella Carta dell’ASEAN (firmata a Jakarta nel 2007), non sono molto dissimili da quelli che sono alla base dell’Unione Europea, mancando, tuttavia, quella componente federalistica e sovranazionale del Vecchio Continente, al cui posto si trova invece un forte accento sulla natura indipendente e confederata dei suoi paesi membri.

L’ASEAN rappresenta un’Area di Libero Scambio (ALS, sostanzialmente un mercato unico), e non solo, di 661 milioni di individui (l’UE è composta da meno di 550 milioni di persone), il PILppp è pari a circa 10 trilioni di dollari, approssimativamente la metà del PILppp dell’UE. Intrattiene, inoltre, una serie di relazioni esterne con un collettivo di paesi denominato “ASEAN dialogue partners”, di cui l’Italia si appresta, appunto, a diventare membro. I Dialogue Partners sono suddivisi nelle seguenti categorie, secondo l’ASEAN Dialogue Coordinatorship Luglio 2015 – Luglio 2024: i Dialogue Partners (Australia, Canada, Cina, UE, India, Giappone, Corea del Sud, Nuova Zelanda, Russia e USA), i Sectoral Dialogue Partner (Pakistan, Norvegia, Svizzera e Turchia) e i Development Partner Germania e Cile, a cui si dovrebbe aggiungere successivamente anche l’Italia.

ASEAN Free Trade Area e non solo

A differenza dell’UE che prevede una barriera tariffaria unica all’ingresso di merci, l’ASEAN prevede una gestione a livello di singoli stati delle tariffe all’ingresso. Nei rapporti commerciali tra i paesi membri, tuttavia, qualora le Rules of Origin (RoO) relative ai beni prodotti all’interno di questi paesi, venissero rispettate, sono previste tariffe pari allo 0-5%. Le RoO, consistenti in una percentuale di beni intermedi locali impiegati nella produzione di altri beni, rappresentano un meccanismo di prevenzione di trade diversion da parte di paesi non facenti parte di un’ALS.

La percentuale minima di input richiesta dai paesi ASEAN per ottenere lo status di bene originante all’interno dell’ALS rappresenta il 40% del valore FoB (Free on Board, termine derivante dal lessico marittimo indicante in questo contesto il prezzo del bene incluso le spese di trasporto fino al porto d’imbarco) del bene finale. Questi requisiti non sono un’unicità prevista solamente dall’ASEAN, ma possono essere trovati in praticamente tutti i trattati di commercio bi e multilaterali, sebbene in cifre e requisiti tecnici diversi.

Attualmente l’ASEAN ha stipulato accordi internazionali di costituzione di ALS con Australia e Nuova Zelanda (costituenti anch’essi un’ALS), Cina, Corea del Sud, India e Giappone. I dieci paesi dell’ASEAN più queste cinque ALS costituiscono la Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP), avviata formalmente nel 2012 (ma nel 2019 abbandonata dall’India).

L’importanza dell’ASEAN nel nuovo contesto politico e commerciale del Pacifico

Nel 2017 il presidente Trump ritira formalmente gli Stati Uniti dalla Trans-Pacific Partnership (TPP) tra i cui firmatari originali figurano Brunei, Malaysia, Singapore, Vietnam, Australia e Nuova Zelanda. L’anno successivo viene firmato il Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership (CPTPP), trattato che prevede, nel caso della sua ratifica, la costruzione di un’ALS tra i paesi menzionati e Cile, Perù, Messico, Canada e Giappone. Nel tempo intercorso tra il ritiro degli USA e le recenti imposizioni da parte di Washington a colossi tech come HUAWEI, si pensava che la Cina potesse diventare il nucleo principale di quella “Factory Asia” che gli analisti economici ritengono essere una catena di produzione, inserita all’interno di un contesto di Global e/o Regional Value Chain, la cui definitiva consacrazione sarebbe potuta arrivare proprio attraverso la RCEP, all’interno della quale il governo di Pechino sarebbe potuto diventare il traino degli altri paesi.

La recente guerra commerciale tra USA e Cina, complice anche la pandemia ancora in corso, tuttavia, potrebbe aver incrinato i rapporti commerciali non solamente tra le due super potenze mondiali, bensì anche tra Cina e paesi del Pacifico. Nel settore high tech, già numerose imprese stanno chiudendo stabilimenti in Cina sia per tentare una rilocalizzazione all’interno dei propri confini, sia per trovare alternative soddisfacenti a quello che è ancora il primato produttivo cinese. Il decoupling tra Stati Uniti e Cina potrebbe costare a quest’ultima anche una sua eventuale posizione preminente all’interno del contesto commerciale del Pacifico.


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Nel caso in cui l’Italia diventasse formalmente un Development Partner dell’ASEAN, si affaccerebbe ad un contesto come abbiamo visto estremamente variegato, ma soprattutto ricco di opportunità commerciali ed economiche all’interno di quello che si appresta a diventare un potenziale mercato unico (RCEP) comprendente il 40% di tutto il commercio mondiale e all’interno del quale vivono 3 miliardi di persone (45% della popolazione mondiale). Sebbene il ritiro da parte dell’India rischi di costituire un freno al processo di relazioni economiche internazionali tra i paesi della RCEP, Cina e Giappone premono affinché l’India rientri all’interno delle negoziazioni.

Ad oggi, il destino dei rapporti commerciali nell’area del Pacifico sembrerebbe incerto e la maggior parte dell’incertezza deriva dal fatto che le conseguenze del decoupling tra Cina e USA non sono di così immediata comprensione come sembrerebbe. Da una parte, la guerra commerciale tra le due potenze potrebbe portare ad un isolamento economico della Cina, ma dall’altra parte potrebbe spingere la Cina ad aderire con maggior forza a quel progetto che, come abbiamo detto, potrebbe diventare la prima ALS per ampiezza di volume commerciale.

Alessandro Vesprini,
Geopolitica.info