L’ISIS, sconfitto in Siria e Iraq, si sposta e prova a riorganizzarsi ad Est

Mentre la situazione in Medio Oriente pare ormai definitivamente volgere al peggio per lo Stato Islamico, con le forze armate di Assad, supportate da quelle russe, prossime alla riconquista del controllo sulle aree meridionali del Paese, le ultime rimaste in mano all’ISIS, da tempo i miliziani superstiti del Califfato hanno iniziato a varcare il confine spostandosi verso est, con destinazione le ex repubbliche sovietiche caucasiche dell’Asia centrale: Uzbekistan, Turkmenistan, Kirghizistan e Tagikistan.

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Secondo Al Jazeera, è soprattutto lungo il confine tra Afghanistan e Tagikistan che i combattenti dell’ISIS stanno trovando riparo per cercare di riorganizzarsi minacciando l’area del Caucaso e dell’Asia Centrale. Nonostante le difficoltà nel recuperare dati certi, per gli Stati Uniti sono circa 800 i membri del Califfato presenti nell’area, anche se secondo i servizi di sicurezza afghani potrebbero essere molti di più, e da lì si starebbero già distribuendo nei vari Paesi confinanti della regione.

Ma quali sono i Paesi di destinazione? L’Uzbekistan, sebbene appaia come quello più difficile da permeare a causa del suo confine impervio e del suo esercito, il più forte della regione, non sembra immune dal contagio, anzi: uzbeko era il killer che aveva compiuto la strage alla discoteca Reina di Istanbul il giorno di Capodanno del 2016 ed era presente almeno un cittadino uzbeko nel commando che aveva portato la morte all’aeroporto Ataturk il 28 giugno 2016. Il principale movimento islamista del Paese, il MIU (Movimento Islamico dell’Uzbekistan) è peraltro parte integrante dell’ISIS, avendo giurato fedeltà ad Al Baghdadi nel 2014: fondamentale l’apporto delle brigate uzbeke in termini sia numerici sia di capacità tattica e militare, potendo operare in contesti critici come il deserto siriano. Ma la minaccia islamista uzbeka si è materializzata anche nel cuore della civiltà occidentale: a New York il 31 ottobre 2017 Sayfullo Saipov ha falciato otto persone con il suo furgone su una pista ciclabile della Grande Mela, rivendicando l’attentato in nome dello Stato Islamico.

 Nella situazione opposta si trova invece il Turkmenistan: una realtà chiusa, isolata e che non lascia trapelare molto della sua vita quotidiana all’esterno; le sue forze armate sono fragili, male equipaggiate e impreparate ad affrontare una eventuale minaccia di “invasione” esterna, specie se attuata con metodi non convenzionali, come la guerriglia o il terrorismo.

Sono invece la frammentazione del tessuto sociale kirghizo (spesso sfociata in violenti scontri etnici con la minoranza uzbeka presente nel Paese) e la sua debolezza economica  a preoccupare offrendo ulteriore humus all’ideologia islamista per attecchire e diffondersi. I giovani e i giovanissimi, in particolare, dopo la caduta dell’URSS trenta anni fa si sono trovati senza punti di riferimento culturali e inseriti in un contesto sociale fortemente diviso tra i retaggi di secolarizzazione di epoca comunista e la recente reislamizzazione della società: l’Islam che si sta infatti presentando quale collante della società kirghiza. Il radicalismo islamista in Kirghizistan si è mostrato al mondo quando il 3 aprile 2017 Akbarzhon Jalilov si è fatto esplodere nella metropolitana di San Pietroburgo, provocando 15 vittime.

Nonostante un contingente di almeno 5mila soldati russi ed una base dell’esercito presente nel Paese, il Tagikistan è l’altra realtà, insieme al Kirghizistan già citato, a presentare le maggiori criticità: l’esercito e il governo del Paese sono molto deboli e la frontiera con l’Afghanistan molto penetrabile.  Neppure Il ruolo a protezione dei confini svolto dai russi, presenti in Tagikistan su richiesta fatta dal Presidente Rakhmon a Putin, ha aiutato la sua difesa dallo Stato Islamico. La prima azione terrorista è stata rivendicata lo scorso 31 luglio: 4 turisti stranieri -due americani, uno svizzero e un olandese- sono stati uccisi e tre feriti, prima travolti da un’auto e poi attaccati da uomini armati secondo un modus operandi chiaramente di matrice islamista.

L’Asia centrale con le sue particolari problematiche e caratteristiche geografiche e politiche (confini permeabili, debolezza o assenza di istituzioni politiche forti e stabili, frammentazione sociale)  sembra essere un nuovo punto di partenza per lo Stato Islamico che, dopo le definitive sconfitte in Siria e Iraq dove ha perso praticamente la totalità dei territori precedente conquistati, ha individuato nella regione del Caucaso un nuovo hub in cui ricostruirsi e diffondersi partendo proprio dalle nazioni confinanti. In questo senso c’è da attendersi una recrudescenza terroristica in questi Paesi con le azioni criminali perpetrate da cittadini caucasici, in patria e all’estero, che saranno chiaramente utilizzate dal Califfato come rinnovato strumento di propaganda per incrementare i propri numeri e recuperare il prestigio smarrito in Medio Oriente.