L’interesse nazionale italiano non punta verso Visegrad

Viktor Orban e Matteo Salvini sono stati ritratti sorridenti, fianco a fianco, nel corso della visita guidata al muro di separazione eretto tra Ungheria e Serbia offerta dal Primo ministro di Budapest al Ministro dell’Interno italiano. Dal villaggio di Roeszke, in conferenza stampa, i toni delle dichiarazioni dei due leader, tuttavia, sono risultate abbastanza diverse.

L’interesse nazionale italiano non punta verso Visegrad - GEOPOLITICA.info Fonte: Eastwest.eu

Salvini, affascinato dalla barriera eretta dall’alleato magiaro, ha usato toni estremamente duri: “Se la sinistra continuasse a governare in Europa – attacca il leader della Lega – avremmo un califfato islamico. Io ai miei figli un’Europa così non la voglio lasciare. Faccio tutto quello che è nelle mie possibilità per evitare questa triste fine al continente europeo”. Più pragmatico Orban: “Ci sono dei punti importanti su cui concordo con Salvini. Il primo è il nostro amore per la patria, e la fiducia nel fatto che senza forti Stati-nazione non può esserci un’Europa forte”, ha spiegato il premier magiaro. “Dobbiamo proteggere le frontiere del continente contro l’invasione dei migranti, e apprezziamo il lavoro fatto dal ministro italiano sul mare, come noi siamo riusciti a bloccare i flussi via terra. Il successo di Salvini in quest’ottica va nell’interesse nazionale dell’Ungheria“.

Se non nell’interesse dell’Ungheria tout court, sicuramente in direzione della posizione dell’attuale governo ungherese. Al contrario non si può dire che, considerando le dinamiche strategiche dell’Europa odierna, l’Ungheria di Orban possa essere l’alleato ideale per riequilibrare un’Europa in cui l’Italia è oggi all’inseguimento della coppia franco-tedesca. Così come risulta difficile, ampliando il campo di veduta, immaginare una convergenza netta tra l’Italia e il Gruppo di Visegrad dei Paesi dell’Est (Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia). Diversi i contesti, diverse le dinamiche in cui Roma e le nazioni ex comuniste sono coinvolte.

Stiamo parlando di due “Europe” che a loro modo sono rimaste trascurate o sottostimate nel dibattito sullo sviluppo dell’Unione e gli scenari di lungo termine di un’Europa che si configura come uno Stato confederale ma è fatta di Stati nazionali che si muovono nel contesto internazionale indipendentemente uno dall’altro. Da un lato, l’Europa mediterranea, aggredita dall’austerità e penalizzata dal primo ventennio dell’euro, che nell’Italia ha il suo centro geografico e storico. Dall’altro, la “Terza Europa”, che è da noi ritenuta “orientale” ma ama pensarsi centrale nel continente per ragioni storiche, strategiche e geopolitiche.

Una centralità che Viktor Orban è stato sicuramente in grado di ottenere. Leader di un Paese che ha un sesto degli abitanti e meno di un decimo del Pil dell’Italia, ha garantito all’Ungheria centralità in numerosi tavoli europei e alla sua formazione conservatrice il ruolo di ago della bilancia tra popolari e sovranisti nel futuro Europarlamento. Sia il suo esecutivo che quello italiano remano in controtendenza rispetto agli indirizzi della Commissione di Bruxelles.  Ma la comune alterità al tradizionale asse franco-tedesco non è condizione sufficiente per immaginare una convergenza completa. Le divergenze non mancano, e sono strutturalmente difficili da sanare.

Visegrad non capisce la dimensione mediterranea dell’Europa

Partiamo dal tema mediaticamente più seguito, quello dei migranti. L’Ungheria e i Paesi Visegrad, esauritasi la rotta balcanica e senza accessi su quel Mediterraneo che rappresenta la principale rotta d’accesso dei rifugiati, fanno la voce grossa sulla chiusura a tutti i costi di porti e confini. Retoricamente e politicamente, dunque, Orban non sbaglia a sottolineare come con le sue azioni Salvini abbia a più riprese fatto l’interesse di Budapest. Il problema è l’assoluta mancanza di corrispondenza. L’Italia può e deve far valere i suoi interessi nazionali e le sue priorità nel fronteggiare l’emergenza migratoria, ma ci riuscirà solo se supererà un equivoco fondamentale: guardare la questione da un punto di vista eccessivamente “continentale”, come fanno tanto l’Ungheria e i suoi alleati (che dalla chiusura ermetica beneficerebbero politicamente) quanto la Francia e la Germania (che propongono politiche di selezione dell’immigrazione che farebbero ricadere su di noi l’onere della gestione emergenziale più ancora che in passato).

Il nostro primario interesse è ricordare che l’Europa, da Jerez a Nicosia, ha una fondamentale proiezione mediterranea e che proprio nel Mediterraneo la crisi va affrontata, non solo perché nelle sue acque abbiamo la vera frontiera meridionale del continente ma anche perché un cambio di prospettiva può essere fondamentale. In primo luogo, per rendersi conto degli eccessivi oneri che da troppi anni competono all’Italia. In secondo luogo, per percepire crisi politica del Mediterraneo, instabilità africana e flussi migratori come fenomeni integrati, sovrapposti e che è impossibile gestire separatamente. Alla stabilizzazione dell’estero vicino dell’Italia Visegrad non può assolutamente contribuire: l’amicizia di Orban ci sarebbe forse moralmente di conforto in caso di esodo di massa da una Libia devastata dalla guerra ma non porterebbe alcun aiuto pratico alla risoluzione di problemi di così ampia portata.

Sull’economia Italia e Visegrad sono distanti

Ma non sono solo i migranti a dividere in prospettiva Roma e le capitali dell’Est. Anche in tema di economia le direttrici puntano verso obiettivi diversi. Nello scorso novembre Orban si è unito al coro dei governanti europei nel chiedere all’Italia una riduzione del deficit della manovra finanziaria: ritenere i Paesi di Visegrad un alleato chiave per superare la linea del rigore e dell’austerità è a dir poco fuorviante. Sotto il profilo geoeconomico Visegrad è divenuta un’appendice della Germania, Paese alla cui catena del valore si è agganciata la manifattura dei quattro Paesi. “La delocalizzazione produttiva tedesca in questi Paesi ha assunto in effetti negli anni connotati simili a quelli dello stabilimento delle maquilladoras statunitensi in Messico”, ha scritto Vittorio Emanuele Parsi, professore di Relazioni Internazionali alla Cattolica di Milano, sul numero di Formiche di dicembre 2018. “L’asse tra Berlino e Visegrad non sembrerebbe minacciato neanche dalle divergenza tra i governi del gruppo e l’esecutivo della Merkel”, perché le delocalizzazioni tedesche sono considerate da entrambe le parti asset troppo importanti perché una delle due parti vi rinunci.

I Paesi Visegrad sono saldamente ancorati al mercato tedesco: la sola Ungheria di Orban, riporta Il Sole 24 Ore, vede il 27,5% delle sue esportazioni dirette verso la Germania e da quest’ultima provenire il 31% dello stock di investimenti interni. L’unica nazione che può rappresentare una voce parzialmente dissonante, in questo campo, è la Polonia, che grazie alla linea pro-welfare e interventista in economia dei conservatori del PiS attualmente al governo e a causa del suo potenziale politico ed economico maggiore rispetto ai partner di Visegrad è meno vincolata a Berlino e, infatti, rappresenta il cavallo di battaglia degli Stati Uniti di Trump in Europa Orientale.

In definitiva, oltre i sorrisi a uso e consumo dei media e le dichiarazioni di stima politica reciproca, la trasformazione dell’amicizia Orban-Salvini in alleanza politica a tutto campo è difficile. Da un lato, perché il differente schieramento in campo comunitario può facilitare, ma non necessariamente garantire, una convergenza nell’elezione delle cariche europee dopo il voto di maggio. Dall’altro, perché le agende di Italia e Ungheria hanno notevoli divergenze. L’interesse nazionale italiano non punta con decisione verso Visegrad: e questa è una realtà con cui, prima o poi, Salvini dovrà fare i conti.