L’innovazione tecnologica nel XXI Secolo: intervista a Mauro Gilli – Prima Parte

Lo scorso 24 Aprile, sulla scia del recente contributo pubblicato su International Security dal titolo “Why China Has Not Caught Up Yet”, Geopolitica.info ha incontrato Mauro Gilli, attualmente ricercatore associato al centro di studi per la sicurezza del Politecnico di Zurigo (ETH-Zurich) e coautore dell’articolo insieme ad Andrea Gilli, ricercatore del NATO Defense College di Roma.

L’innovazione tecnologica nel XXI Secolo: intervista a Mauro Gilli – Prima Parte - GEOPOLITICA.info

 

I due hanno affrontato il tema della competizione tra Stati Uniti e Repubblica Popolare Cinese nell’ambito della ricerca e dell’innovazione tecnologica, sostenendo una posizione in aperta antitesi rispetto a quella promossa da molti analisti e osservatori che vedrebbero la Cina essere in procinto di eguagliare, se non superare, le capacità tecnologiche e militari statunitensi.

L.R: Nel vostro recente contributo per International Security, relativo alla competizione tra gli Stati Uniti e la Repubblica Popolare Cinese nell’ambito dello sviluppo tecnico-militare, avete assunto una posizione che potremmo definire in aperta antitesi rispetto a quella ampiamente sostenuta da molti esperti e analisti in merito alla possibilità che, nel prossimo futuro, la Cina possa eguagliare, se non superare, le capacità tecnologiche e militari statunitensi. Ti chiederei quindi di sviluppare la vostra tesi, soprattutto in relazione ai due casi studio analizzati che, malgrado le profonde differenze politiche, sociali e culturali, ci mostrano come il medesimo framework teorico possa essere impiegato per spiegare due contesti radicalmente diversi ovvero quello del confronto tra Impero Britannico e Reich Guglielmino, a cavallo tra il XIX e il XX secolo, e l’odierna competizione tra la Repubblica Popolare Cinese e gli Stati Uniti. 

M.G.: Il nostro contributo parte proprio da questa comparazione. Negli ultimi anni osservatori, giornalisti, accademici, come pure molti esperti statunitensi che lavorano nel campo della difesa, si sono riferiti all’Impero Guglielmino come a un esempio di quanto potremmo osservare nel prossimo futuro in relazione alla Cina. Prendendo spunto da Paul Kennedy, in “The rise and fall of Great Powers”, e Robert Gilpin, in “War and change in World Politics”, nel sistema internazionale dovremmo assistere a ciclo per cui la Potenza egemone, toccato l’apice del proprio potere, inizia ad osservare un progressivo indebolimento della propria posizione, con tassi di crescita economica via via più deboli e una sempre minore influenza politica.

Contemporaneamente una “rising power” (potenza emergente) inizia a crescere a tassi molto più elevati per via di una serie di condizioni che la avvantaggiano e ad aumentare la propria influenza, generando una condizione di tensione crescente che potrebbe portare ad una guerra. Con il nostro articolo proviamo a mettere in dubbio questa analogia, sostenendo come ciò che è accaduto nel passato non necessariamente è indicativo di quanto avverrà nel futuro, per una ragione fondamentale: la diversa natura della tecnologia.

Alla fine dell’Ottocento, i principi fondamentali su cui si basava l’innovazione tecnologica erano tali da permettere ad una potenza in ascesa di fare “free riding”, ovvero sfruttare la conoscenza, l’esperienza e gli investimenti del paese egemone per sviluppare le più avanzate tecnologie in campo militare. Ciò poteva avvenire poiché nei decenni che precedettero la Prima Guerra mondiale, le innovazioni sviluppate nella tecnologia bellica erano relativamente semplici e si basavano su una conoscenza ormai ampiamente consolidata. Nel corso dell’ultimo secolo però la tecnologia è cambiata in modo drammatico e questo cambiamento non permette più di beneficiare di ciò che Alexander Gerschenkron ha definito il “vantaggio dell’arretratezza”, ovvero quella condizione per cui il paese tecnologicamente più arretrato, nel nostro caso la Cina, può sviluppare nuove capacità in tempi relativamente brevi copiando la tecnologia militare dell’attore egemone piuttosto che avviando un percorso di innovazione autoctono.

L.R.: Quali sono quindi i fattori che più influenzano oggi la capacità degli attori emergenti di imitare le tecnologie militari già esistenti presso i paesi più avanzati?

M.G.: Pur riconoscendo l’indubbio sviluppo tecnologico cinese, due elementi limitano la capacità di copiare le tecnologie più avanzate: la complessità delle mansioni e dei compiti necessari per la progettazione, lo sviluppo e l’assemblaggio di un sistema d’arma complesso come un caccia di quinta generazione e la complessità della tecnologia nella sua totalità che deve essere integrata e costantemente perfezionata. In questo contesto quindi l’esperienza accumulata nel corso del tempo è fondamentale.

Nell’ambito delle tecnologie impiegabili nel settore dell’aerospazio, l’esperienza emerge principalmente nella fase di design del velivolo, comprendendo primariamente quale deve essere la dimensione che si vuole massimizzare, ad esempio sviluppando un caccia con maggiore autonomia di volo piuttosto che maggiore velocità oppure, variabile oggi sempre più importante, una riduzione dei riflessi radar, ovvero l’integrazione della tecnologia stealth.

In fase di progettazione, gli esperti coinvolti, che lavorano da anni su determinate tecnologie, possono intuire fin dal principio i problemi che emergeranno nel corso dello sviluppo di un determinato sistema d’arma e, di conseguenza, errori o difetti se non identificati nella fase iniziale possono determinare un rallentamento del progetto, una riduzione delle sue performance una volta implementato, o addirittura il fallimento del progetto stesso. L’importanza dell’esperienza si vede in tutte le mansioni e compiti che devono essere soddisfatte e perfezionate per la buona riuscita di un progetto.

Nelle fasi di test, dove con test intendiamo tanto le simulazioni nelle gallerie del vento quanto gli stress-test della struttura (ali e fusoliera) a temperature superiori a seicento gradi centigradi, che vengono toccati quando il caccia supera la velocità del suono, sono necessari ingegneri e tecnici altamente specializzati che sanno come eseguire questi incarichi in modo perfetto. La stessa dinamica deve essere applicata anche a mansioni più semplici ma altrettanto importanti quali quelle, ad esempio, dei saldatori nella cantieristica navale che vanno a definire uno dei punti deboli dei sottomarini ovvero le saldature, in quanto lungo le singole saldature la pressione idrostatica potrebbe compromettere la solidità dell’intera struttura e di conseguenza è necessario che siano fatte con precisione svizzera e, anche in questo caso, l’esperienza è una variabile fondamentale che si può acquisire però solo mediante la pratica. Un esempio in tal senso è il caso dell’India che, volendo sviluppare un’industria sottomarina locale, ha firmato un contratto con la Francia per trasferire tecnologia e conoscenze ai propri impiegati e proprio sui saldatori vi è stato un lavoro estremamente complesso per istruire il personale indiano in questa mansione.

L.R.: È evidente quindi come questa variabile qualitativa, relativa all’esperienza, non possa essere semplicemente acquisita mediante il mero aumento della spesa per investimenti o ricerca e sviluppo ma necessita di tempo per consolidarsi e affermarsi e, di conseguenza, malgrado l’aumento progressivo del “capitale fisico” la Cina manca ancora di quell’esperienza che contraddistingue il “capitale umano” statunitense. Proseguendo nell’analisi dell’impatto dell’innovazione tecnologica sul settore della difesa ti vorrei chiedere un’opinione sull’impatto che l’intelligenza artificiale possa avere nella competizione tra le due potenze e se, come alcuni affermano, la Repubblica popolare cinese abbia effettivamente le potenzialità per superare gli Stati Uniti nella corsa a questa nuova frontiera tecnologica.

M.G.: L’intelligenza artificiale è ormai un tema di cui si parla tutti i giorni ed è un settore che va molto di moda, quindi ho avuto modo di leggere molto ma è molto difficile capire quali sono le analisi più rigorose. Attualmente, le analisi relative all’impiego dell’AI nell’ambito della competizione tra Cina e Stati Uniti si dividono in due tipologie: da un lato si afferma che la Cina ha potuto avere una crescita poderosa in questo settore e addirittura diventare il paese guida nella ricerca in tale ambito perché è un settore che si basa principalmente su articoli accademici che sono liberamente disponibili a chiunque possa avere un’ affiliazione con un ente di ricerca o un’università e di conseguenza viene equiparato alla ricerca di base per cui l’elevata disponibilità di informazioni favorisce un veloce sviluppo della ricerca; dall’altra si dice, prevalentemente nell’ambito della comunità di difesa americana, che senza investimenti massicci in questo settore gli Stati Uniti rischiano di perdere il treno lasciando alla Cina un vantaggio in un area che diventerà sempre più importante nel prossimo futuro.

È evidente però che i due discorsi si contraddicono a vicenda, poiché se l’intelligenza artificiale è un campo prettamente scientifico quindi la conoscenza può essere facilmente diffusa allora non può esservi un vantaggio competitivo nell’essere il primo, perché così come la Cina ha sviluppato le proprie capacità fino ad ora, analogamente potrebbe farso qualsiasi altro paese. Se è un campo prettamente scientifico la preoccupazione che possa esserci un “first mover advantage” è esagerata perché tale vantaggio sarebbe relativamente limitato o facilmente recuperabile.

Se, invece, esiste un vantaggio competitivo o se, nel prossimo futuro, si svilupperà un vantaggio competitivo nell’essere stato un pioniere in questo campo allora non si può dire che sia un campo puramente scientifico al pari della ricerca di base, ma anzi è un settore in cui sono necessari investimenti ingenti per lo sviluppo e il perfezionamento del prodotto. Personalmente tendo a pensare che questa seconda dinamica sia più corretta tanto in relazione alla componente hardware, i sistemi d’arma o i prodotti destinati al commercio, quanto in relazione al software. Se la seconda posizione è vera, bisogna però capire quali siano i vantaggi dell’intelligenza artificiale.

L.R.: Quali sarebbero quindi i benefici che potrebbero derivare dall’essere i primi a sviluppare e rendere pienamente operativa l’intelligenza artificiale?

M.G.: Personalmente possiamo dividerli in due categorie, il primo riguarda la generazione di ricchezza, legata alla transizione nel prossimo futuro della nostra economia, o di alcuni settori produttivi, sempre più verso l’automazione e in questa dinamica l’AI permette un “quantum leap”, ovvero un salto significativo in avanti nella capacità di integrare diversi componenti dei processi produttivi o interi processi produttivi tra loro.

Se ciò è vero, ritorna il problema dell’integrazione tra software e hardware e quindi, riprendendo quanto già detto in precedenza, la necessità di personale altamente specializzato con un’elevata esperienza nei singoli campi in cui l’AI sarà introdotta. È attualmente indubbio che l’economia vada sempre di più verso l’automazione e l’integrazione dei processi produttivi, in cui l’AI avrà un ruolo cruciale, però ciò non sarà una cosa fatta al computer da un paio di ragazzetti che sono dei geni, ma, di nuovo, serve un intero ecosistema di base che spazia tra una moltitudine di discipline e mansioni.

L’altro aspetto da considerare in relazione all’intelligenza artificiale riguarda invece lo sviluppo di sistemi d’arma e l’integrazione nel settore della difesa. Attualmente l’AI non è ancora in grado di rimpiazzare il ruolo dell’ingegnere o del designer nel processo di sviluppo e costruzione di un sistema d’arma, come pure dei manager o degli alti funzionari delle aziende coinvolte nell’implementazione dei progetti della difesa. Quindi anche in questo caso non abbiamo una rivoluzione che azzera il vantaggio competitivo degli Stati Uniti o delle principali economie avanzate ma vedremo principalmente una transizione che vedrà un sempre maggior impiego dei computer e dell’intelligenza artificiale anche nella progettazione e sviluppo di sistemi d’arma, alla pari di quanto sta avvenendo in altri settori, senza però essere in grado di sostituire l’elemento umano e le sue capacità.

L.R.: Un ulteriore ambito che negli ultimi anni ha visto ampie discussioni è quello alla Cyber, declinata tanto come nuova dimensione del confronto bellico quanto come strumento fondamentale per l’acquisizione di nuove informazioni e conoscenze. Vorrei quindi chiederti un parere sull’impatto che questa nuova tecnologia possa avere nel confronto tra le due potenze e se soprattutto la minaccia cibernetica è davvero di tale portata come viene spesso sostenuto.

M.G.: Relativamente alla Cyber, ciò su cui ci siamo maggiormente soffermati nel nostro articolo è lo spionaggio cibernetico, quindi la possibilità di acquisire enormi quantità di dati mediante l’hackeraggio dei server del Pentagono, piuttosto che delle aziende coinvolte nello sviluppo di progetti miliari, da parte di paesi terzi o compagnie private che potrebbero impadronirsi della conoscenza e delle informazioni che i principali produttori e ricercatori hanno acquisito nell’arco di decenni.

Nello sviluppo del nostro articolo andiamo a mostrare come questa visione semplifichi enormemente la realtà. Senza ombra di dubbio la Cina è il paese che ha più usato lo spionaggio cibernetico e tradizionale arrivando ad acquisire, secondo le stime più verosimili, 50 terabyte di informazioni su caccia, bombardieri, sistemi d’arma e strutture radar statunitensi, eppure ciò che noi sappiamo è che la Cina, proprio in questi settori, quindi tecnologia stealth, radar e i motori per gli aerei, è ancora significativamente indietro rispetto agli Stati Uniti.

Prendendo ad esempio la progettazione dei motori per aerei, un settore in cui il cambiamento radicale vi è stato negli anni ’70 con l’introduzione della turbina monocristallina, una tecnologia che permette ai motori di sprigionare molta più potenza e di essere molto più efficienti, sviluppata negli Stati Uniti e perfezionata poi dalla Rolls Royce nel Regno Unito, attualmente sappiamo che la Cina non è in grado di replicare tale innovazione che al contrario è ormai matura in Occidente.

Ovviamente con il tempo la tecnologia smette di essere avanzata e diviene matura, in quanto i suoi principi di base vengono acquisiti e integrati nei processi produttivi. Di conseguenza, malgrado la campagna senza precedenti di spionaggio industriale avviata dalla Cina questa non può oggi dare per consolidata tale tecnologia. Con ciò non intendiamo dire che lo spionaggio cibernetico non sia una minaccia, ma che deve essere riconsiderato e ricalibrato all’interno di un quadro più ampio in cui i dati a nostra disposizione comunque sembrano confermare il vantaggio occidentale rispetto allo sviluppo di nuove tecnologie da parte della Cina.

Anche nell’analizzare i possibili sviluppi dell’intelligenza artificiale e del dominio cibernetico, ritorna ancora una volta il tema della qualità del “capitale umano”. Spesso quando parliamo di tecnologia tendiamo a descrivere un mondo nel quale la tecnologia sostituisce l’uomo, dalle mansioni più umili a quelle più qualificate fino ad arrivare al punto di poter replicare l’estro artistico di un cantante o un pittore. In realtà la tecnologia cambia il tipo di compito e mansione che deve essere svolto come anche le competenze richieste, ma ciò si traduce in una necessità sempre crescente di capitale umano sempre più qualificato che diventa sempre più insostituibile.

Attualmente, in questi settori, non assistiamo ad una deskilling degli impiegati, quindi a una riduzione delle competenze richieste per segmento produttivo, ma anzi coloro che oggi operano nei settori in cui l’AI sarà impiegata più velocemente sono in realtà professionalità sempre più preparate e specializzate. Se alcuni decenni fa un ingegnere poteva permettersi di avere una conoscenza più generale se non superficiale di determinati principi scientifici o ingegneristici per poi specializzarsi in un ambito specifico, oggi per determinate mansioni serve avere un dottorato in ingegneria, un’elevata specializzazione su determinati materiali con proprietà uniche nonché un’esperienza sempre maggiore frutto dell’analisi e della ricerca diretta su determinati materiali e componenti. Tale elemento, uscendo per un attimo dal settore tecnico militare, ha un impatto enorme sulle politiche occupazionali, l’impatto più immediato dell’AI artificiale sarà quello di modificare il sistema produttivo nel suo complesso e soprattutto le competenze che questo richiede, senza però sostituire il valore dell’uomo all’interno dei processi di produzione del valore.