Il gasdotto Nord Stream 2: l’ennesimo spartiacque tra il Vecchio Continente e la Russia di Putin

Concepite per limitare la Russia ai capitali europei, le sanzioni economiche imposte dall’Ue – varate per la prima volta nel luglio 2014, dopo l’annessione della Crimea e l’inizio della guerra nella regione del Donbass – sono state prorogate fino a gennaio 2019. Secondo recenti fonti dell’Eurostat (Ufficio statistico dell’Unione Europea), all’indomani del 2014, le esportazioni europee verso la Russia sono vertiginosamente diminuite: dai 119, 4 miliardi di euro del 2013 si è toccata la soglia di 86,1 miliardi di euro nel 2017. Il Cremlino più volte ha  respinto le accuse di ingerenza negli affari ucraini e contestualmente ha adottato misure di ritorsione.

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Nonostante da più parti politiche occidentali nasce l’esigenza di fermare questa manovra, vista come controproducente da entrambe i fronti, il rapporto tra la bandiera celeste europea e quella tricolore della Russia appare sempre più lontano e sempre più difficile.

Ed è proprio all’interno di questa difficile cornice internazionale che si inserisce il progetto del gasdotto Nord Stream 2. Destinato per il trasporto del gas naturale delle maggiori riserve russe al mercato dell’Unione Europeo, il progetto del nuovo corridoio sottomarino, secondo le più rosee prospettive, è in grado di raddoppiare la capacità di trasporto annuale: da 55 a 110 miliardi di metri cubi di gas. Infatti la linea dei nuovi gasdotti sottomarini, attraverso i fondali del mar Baltico, percorrerà quella già esistente tracciata dal gasdotto Nord Stream, inaugurato nel novembre 2011.  L’azienda monopolista russa produttrice di gas naturale, Gazprom, è stata tra le prime a imporre il proprio timbro sul nuovo piano energetico del mar Baltico, insieme ad alcuni partner europei come BASF (DEU), E.ON (DEU), Engie (FRA), OMV (AUT) e Shell (NLD). Con una lunghezza di 1200 km la linea passerà attraverso le acque territoriali di Russia, Finlandia, Svezia, Danimarca, Germania.

Le maggiori pressioni per la realizzazione del gasdotto provengono in particolar modo da Berlino. La cancelliera Angela Merkel, come sottolineato durante lo scorso vertice nell’agosto 2018 con il presidente russo Putin a Meseberg, poco lontano da Berlino, ha  ribadito in forma sempre più decisa la necessità della realizzazione del gasdotto Ns2: un progetto coerente con la politica energetica tedesca e cruciale per il rifornimento complessivo del vecchio continente. Tuttavia il fronte tracciato dal corridoio del nuovo gasdotto, identificato inizialmente come un progetto esclusivamente economico, ha notevolmente riacceso le speranze, da più fazioni politiche europee, di armonizzare il rapporto tra Ue e Russia sulla questione ucraina.

Un auspicio che però trova tra i suoi principali oppositori, proprio l’Ucraina. Il timore espresso da Kiev è sintetizzata nella concreta possibilità di perdere i propri profitti derivanti dal transito del gas russo in Europa. Il corridoio del nuovo gasdotto, infatti, potrebbe bypassare la posizione geografica dell’Ucraina tra l’Europa e la Russia.  Benché la cancelliera tedesca abbia chiesto garanzie a Putin per il coinvolgimento delle autorità ucraine sulla realizzazione del gasdotto, il presidente ucraino, Petro Poroshenko, ha rivolto un preoccupante appello all’Ue; il trasferimento del gas russo direttamente in Germania attraverso il mar Baltico, comporterebbe un indebolimento e una significativa perdita delle entrate ucraine.

Oltre all’appello ucraino, nel marzo 2016, i leader di nove paesi dell’UE – Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Lettonia, Polonia, Slovacchia, Romania e Lituania – hanno firmato una lettera rivolta alla Commissione europea, avvertendo che il progetto Nord Stream 2 contraddice i requisiti della politica energetica dell’UE; nel maggio 2018, inoltre, è stato denunciato dall’antitrust polacco, l’intervento del colosso russo, Gazprom: accusato di concorrenza sleale sul mercato del gas. Il progetto Ns2, denunciano i paesi firmatari, rischia di rafforzare ancora di più il ruolo della Russia sul fronte energetico in Europa. Le Repubbliche Baltiche, probabilmente ancora vivo  il ricordo dell’espansionismo sovietico e zarista nei loro territori, ha manifestato un determinata azione per la bocciatura del nuovo corridoio di gas. Infine anche gli Stati Uniti hanno mostrato la loro contrarietà alla costruzione del gasdotto; il progetto rischia di limitare gravemente i piani statunitensi per l’esportazione del gas naturale liquefatto nei paesi della Ue.

Se il 2019 dovrebbe vedere la realizzazione del Nord Stream 2, è più che evidente come il Vecchio Continente continui a non riuscire a mettere sul tavolo un politica energetica comune; la Russia, al contrario, è sempre più inarrestabile su questo fronte.  Non a caso il presidente Putin ha dichiarato, entro la fine del 2019, nonostante lo spettro di Chernobyl aleggiato dai suoi oppositori, l’attivazione della prima unità di potenza della centrale nucleare di Astraviec in Bielorussia. Pur constatando l’avvicinamento tra la Germania di Angela Merkel e la Russia di Putin, a seguito degli interessi comuni affacciati sul mar Baltico, la fine della stagione delle sanzioni europee contro la Russia sembra ancora lontana.