L’incubo geopolitico del conflitto in Etiopia

Il 4 novembre l’amministrazione di Abiy Ahmed ha lanciato un’offensiva contro il Fronte Popolare di Liberazione del Tigrè (TPLF) accusandolo di insurrezione. Da allora le tensioni tra il movimento indipendentista tigrino e lo stato federale etiope sono aumentate esponenzialmente in un conflitto che ha scosso l’intero Corno d’Africa. Il 28 novembre il governo etiope ha preso il controllo di Mekelle, capitale regionale del Tigrè. Quali sono le conseguenze per la regione? 

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Sabato 28 novembre dopo pesanti bombardamenti sulla capitale regionale del Tigrè, Mekelle, l’esercito etiope ne ha preso il controllo e Abiy Ahmed ha dichiarato “completate le operazioni militari”. In risposta, il Fronte Popolare di Liberazione del Tigrè (TPLF)  ha dichiarato che, da una parte, avrebbe ritirato le sue forze da Mekelle, ma che comunque avrebbe continuato a combattere l’esercito federale finché questo fosse rimasto nella regione in nome del “loro diritto all’autodeterminazione”. A causa del blackout delle comunicazioni però le poche informazioni non permettono di verificare se effettivamente Mekelle è completamente sotto il controllo del governo federale.

Il giorno dopo, il TPLF, che aveva precedentemente accusato il governo eritreo di prendere parte al conflitto affiancando le truppe etiopi, ha attaccato, per la terza volta dall’inizio del conflitto, la capitale Eritrea Asmara. Per quanto sia l’Etiopia che l’Eritrea neghino alcun coinvolgimento, il conflitto è diventato internazionale: ci sono testimonianze della presenza eritrea nel Tigrè e inoltre sono stati avvistati dei droni emiratini usati contro i tigrini.  

Una possibile rivolta a Mekelle? 

Un’insurrezione a Mekelle da parte del TPLF e dei tigrini è una possibilità che bisogna considerare. Al momento, ci sono alcune forme di resistenza e con la continua perdita di territorio è possibile che questa si trasformi in un’insurrezione; infatti, la lunga storia di resistenza nel Tigrè non è da sottovalutare.  

Il governo etiope sta provando ad imporre il proprio controllo amministrativo federale sul Tigrè. Alcune domande da considerare se il controllo di Abiy Ahmed si stringerà ancora di più sono: quale possibile resistenza potrebbe formarsi contro il governo imposto? In che modo sarà possibile controllare il Tigrè se ci sarà una resistenza da parte della popolazione? Come si potrebbe risolvere la questione dell’indipendenza? 

Vista l’attuale impossibilità di trovare delle risposte a queste domande, bisogna dunque, guardare oltre alle giustificazioni delle autorità etiopi riguardo dell’intervento militare nel Tigrè; in questo modo sarà possibile prendere in considerazione soluzioni politiche a lungo termine in cui i problemi di autonomia verranno affrontati, permettendo così una pace sostenibile e duratura

Il controllo etiope su Mekelle porterà alla fine del conflitto? 

L’attacco a Mekelle da parte delle forze di Abiy Ahmed ha suscitato le preoccupazioni dei leader mondiali, fomentando le paure di possibili crimini di guerra. Alcuni giorni prima della presa di potere sulla capitale, il primo ministro etiope aveva raccomandato ai civili di rimanere in casa durante la “fase finale” del conflitto. Tuttavia, a causa delle violenze, migliaia di persone si stanno spostando da Mekelle. 

Per questo motivo le Nazioni Unite hanno richiesto al governo etiope di aprire dei corridoi umanitari verso nord per facilitare uno spostamento più sicuro delle persone. Il governo etiope, che fino ad allora non aveva permesso alcun accesso, ha acconsentito l’entrata di aiuti umanitari solo nelle parti controllate dalle autorità etiopi. Infatti, il 3 dicembre le Nazioni Unite e Abiy Ahmed hanno ufficialmente firmato un accordo per l’intervento umanitario nel Tigrè. Nonostante il raggiungimento di questi accordi le autorità non si dimostrano favorevoli alla presenza di personale umanitario, tantoché dall’inizio della guerra diversi operatori internazionali sono stati aggrediti o uccisi.

La situazione richiede una mediazione urgente, eppure Abiy Ahmed ha dichiarato di non essere disposto a parlare con i leader tigrini, definendoli terroristi che occupano la regione illegalmente. Citando la Carta delle Nazioni Unite in una dichiarazione della settimana scorsa, il primo ministro etiope insiste che l’esercito federale è coinvolto nell’applicazione della legge nazionale e che il principio di non-interferenza negli affari interni di una nazione deve essere rispettato. Il rifiuto di Abiy Ahmed di ogni interferenza internazionale è rivolto anche all’Unione Africana, i cui stati membri stanno considerando di intervenire ugualmente in nome del dovere di non-indifferenza, che si applica nel caso di gravi circostanze come crimini di guerra, genocidi e crimini contro l’umanità. 

É forse troppo tardi per una mediazione? 

Entrambe le parti sono accusate di gravi crimini, protraggono una propaganda d’odio contro l’avversario e migliaia di persone sono disperse. Quello che sappiamo con certezza risale al periodo precedente al conflitto, quando si è verificato un graduale allontanamento dei rappresentanti tigrini dal governo federale e da Addis Abeba.  Il TPLF ha da allora iniziato a dirigere l’interesse politico ed economico specificatamente verso il Tigrè, fomentando una propaganda sempre più diretta contro il governo federale. Attualmente è difficile fare una mappatura esatta della situazione a causa dei tagli all’elettricità e ad internet nel Tigrè: ciò non consente di sapere con precisione quali sono le aree coinvolte negli scontri e che cosa sta avvenendo sul territorio. Infatti, le uniche fonti di informazione sono le molteplici testimonianze di persone rifugiate che denunciano l’insostenibilità delle violenze. Di conseguenza, la scarsità di informazioni fomenta le propagande polarizzate e divisorie di entrambe le parti. 

L’unico modo per superare questo conflitto è una mediazione, facilitata dalla comunità internazionale, che si allontana dal sogno di unità nazionale di Abiy Ahmed e che guarda verso un graduale riconoscimento dell’autonomia tigrina. Ciò potrebbe prendere la forma di un federalismo asimmetrico oppure di una netta separazione del Tigrè dall’Etiopia (la seconda meno probabile vista la disparità di forze in campo a favore del governo federale). 

Tuttavia, per il momento la prospettiva di una mediazione è lontana. Da una parte il TPLF, vista la presenza delle forze del governo federale sul territorio, non è disposto ad iniziare un dialogo; dall’altra, Abiy Ahmed continua a non riconoscere i rappresentati tigrini come interlocutori validi per sviluppare un progetto di pace.

I rifugiati al confine con il Sudan

La situazione dei rifugiati continua a peggiorare: fino ad ora 50.000 persone hanno attraversato il confine con il Sudan. Il Commissariato delle Nazioni Unite dei Rifugiati (UNHCR) riporta che solo il 10 novembre, 6.800 persone in fuga dal Tigrè hanno attraversato il confine con il Sudan. La situazione è drasticamente cambiata intorno al 28 novembre, quando le truppe etiopi si sono schierate sul confine impedendo alle persone di raggiungere il Sudan: il numero dei rifugiati in arrivo nel territorio sudanese è così sceso a 700 persone al giorno circa. 

Ad Hamdayet, punto di passaggio sul confine con il Sudan, i rifugiati etiopi hanno rilasciato alcune testimonianze alla BBC con riguardo alle difficoltà riscontrate nell’attraversare il confine, proprio a causa della presenza delle forze armate etiopi che stanno cercando di rimandare indietro le persone. Quando interpellato dalla BBC, il governo etiope si è rifiutato di rispondere alle domande riguardanti questa accusa. 

Come riportato da Human Rights Watch, i soldati etiopi stanno bloccando le persone ben prima del confine; alcune persone rifugiate in Sudan infatti, confermano che i soldati etiopi sono stanziati anche a Humera, in Tigrè, a 20 km dal confine. Il governo etiope sembra intenzionato a non permettere alle persone di fuggire ed il primo ministro ha espresso chiaramente l’intenzione di far ritornare tutti i rifugiati nel Paese. 

Le strutture di accoglienza del Sudan sono organizzate prevalentemente sotto forma di centri di accoglienza temporanei e i campi per rifugiati nelle regioni sudanesi di Gedaref e Kassala, sul confine con l’Etiopia, sono sovraffollati. Il Sudan è tra i Paesi che ospitano più rifugiati al mondo; prima del conflitto in Etiopia ne ospitava già un milione, ma senza aiuti non sarà in grado di fronteggiare questa emergenza. 

Questo conflitto, iniziato con l’intenzione da parte di Abiy Ahmed di riportare l’unità nazionale, sta in realtà evidenziando le spaccature sempre più evidenti all’interno del Paese. Al momento, lo scontro militare viene visto da ambo le parti come unica soluzione per affrontare le divergenze, tuttavia ciò non è sostenibile e preclude ogni possibilità di mediazione.


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Gli appelli di Abiy Ahmed alla Carta delle Nazioni Unite per il principio di non-interferenza non potranno essere rispettati quando i crimini di guerra e contro l’umanità verranno confermati anche da altre fonti (oltre alle testimonianze dei rifugiati), al momento censurate a causa del blackout delle comunicazioni.

La situazione insostenibile nella quale vivono i rifugiati e le persone sfollate richiede un urgente intervento umanitario e, con l’intensificarsi del conflitto, diviene sempre più necessario che le autorità etiopi garantiscano l’incolumità dei civili. 

Neila Zannier,
Geopolitica.info