L’incognita Iran nel futuro equilibrio del Medio Oriente

Dopo gli accordi di Vienna sul nucleare iraniano, il futuro della Repubblica Islamica sembrava certo: una maggiore apertura con gli interlocutori internazionali, e un ruolo primario negli equilibri del Medio Oriente. Con l’avvento di Trump questa traiettoria politica sembra meno certa, ma Teheran ha molti fattori che favoriscono la sua ascesa. 

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Sia Obama che Donald Trump, nonostante le enormi differenze di vedute dovute all’appartenenza a schieramenti politici opposti, hanno una strategia sul Medio Oriente relativamente simile. Entrambi fautori di un disimpegno degli Stati Uniti dalle tensioni nella regione, il primo perché aveva individuato nel quadrante Asia-Pacifico il nuovo imperativo strategico per il futuro degli Stati Uniti, il secondo per concentrare le risorse statunitensi nella rivoluzione economica promessa in campagna elettorale, e ambedue consapevoli del rischio di overstretching proprio di una superpotenza che vede eclissare la propria egemonia mondiale.
In un’intervista a The Atlantic, nell’aprile del 2016, Obama parlava così a proposito del ruolo degli Stati Uniti nel Medio Oriente: “i nostri amici tradizionali non hanno la capacità di spegnere le fiamme da soli o vincere in modo decisivo da soli. Questo vorrebbe dire che dobbiamo continuare a partecipare e usare il nostro potere militare per regolare i punteggi . E questo non sarebbe nell’interesse né degli Stati Uniti né del Medio Oriente”, evidenziando la volontà di disimpegnarsi dalla risoluzione delle diatribe tra gli stati della regione. Anche Trump, nel suo viaggio in Medio Oriente a maggio del 2017, ribadisce lo stesso concetto di Obama:  “Le nazioni del Medio Oriente non possono aspettare che il potere americano schiacci un nemico per loro. Le nazioni del Medio Oriente dovranno decidere quale tipo di futuro vogliono per se stessi, per i loro paesi e per i loro figli”. 

La discontinuità di Trump con la precedente amministrazione riguarda l’idea di architettura regionale del nuovo Medio Oriente: mentre Obama, come evidenziato dall’accordo sul nucleare del 2015 – considerato una grande vittoria dall’amministrazione democratica – e dalle ripetute dichiarazioni sulla ricerca di una cooperazione tra l’Arabia Saudita e l’Iran (“accogliamo con favore un Iran che svolge un ruolo responsabile nella regione, e che intraprende passi concreti e pratici per costruire fiducia,  risolvere le sue differenze con i suoi vicini con mezzi pacifici, rispettare le regole e le norme internazionali”), considerava Teheran un attore fondamentale per la stabilizzazione del Medio Oriente, Trump, nel corso del suo tour in Arabia Saudita e Israele, ha evidenziato un approccio maggiormente tradizionale alla regione.
Proprio a Riyadh, davanti ai principali leader del mondo arabo, Donald Trump ha rivolto dure parole contro la Repubblica Islamica, considerata una minaccia per gli equilibri mediorientali: “Per decenni l’Iran ha alimentato il fuoco del conflitto settario e del terrore. È un governo che parla apertamente di omicidi di massa, promettendo la distruzione di Israele, la morte  dell’America e la rovina di molti leader e nazioni in questa stanza”, ha dichiarato, aggiungendo che “fino a quando il regime iraniano non vorrà essere un partner per la pace, tutte le nazioni di coscienza devono lavorare insieme per isolarlo, negare i finanziamenti per il terrorismo e pregare per il giorno in cui il popolo iraniano avrà il giusto governo che merita.”

Minaccia, quella iraniana, che Trump vuole combattere tramite gli storici alleati degli Stati Uniti in Medio Oriente: Arabia Saudita e Israele. Vanno viste in questa ottica il maxi accordo (storico per numeri) di fornitura di armi di Washington a Riyadh, dal valore di oltre 110 miliardi di dollari, o la decisione di riconoscere Gerusalemme come capitale israeliana. Segni inequivocabili di un riavvicinamento dell’amministrazione americana ai due pilastri della politica statunitense in Medio Oriente, dopo che l’accordo sul nucleare, oltre che alcune dichiarazioni non propriamente distensive, avevano allontanato Obama da Israele e l’Arabia Saudita.
Quella di Trump è una rivisitazione della Dottrina Nixon, cioè la strategia in politica estera elaborata alla fine degli anni ’60 dal neo eletto presidente e il suo consigliere Kissinger, che si basava sul progressivo disimpegno diretto degli Stati Uniti dall’Indocina, accompagnato da un potenziamento delle capacità e della solidità dell’apparato governativo e militare del Vietnam del Sud (filo-americano), nel contesto del conflitto vietnamita. Trump basa la sua strategia in Medio Oriente sul contenimento della minaccia iraniana tramite il rafforzamento degli alleati storici di Washington, considerati i principali attori che caratterizzano l’equilibrio della regione.

Tutta la bibliografia sull’Iran, che negli anni delle trattative sul nucleare ha subito un’impennata, dovuta all’inflazione mediatica che ha avuto la Repubblica Islamica, presenta una visione omogenea sul futuro di Teheran: una visione ottimistica, modellata sulle strategie Dem per il futuro del Medio Oriente, che vedeva l’Iran sempre più integrato nell’arena internazionale. Questa uniformità di giudizi si è diffusa grazie alla certezza, quasi assoluta, della vittoria della democratica Hillary Clinton, e quindi con un’amministrazione in continuità con la precedente.
La vittoria di Donald Trump, inaspettata per l’iniziale divario elettorale tra i due candidati, ha cambiato le carte in tavola: il neo presidente statunitense, nel solco del disfacimento degli atti della precedente amministrazione, ha sempre considerato l’accordo sul nucleare iraniano come una sconfitta per la Casa Bianca, e in coerenza con la tradizione repubblicana, ha spostato di nuovo il peso degli Stati uniti sugli storici alleati nella regione, annullando le previsioni lette sul futuro iraniano.

In una regione instabile come quella mediorientale, il peso e le decisioni di una superpotenza come quella degli Stati Uniti hanno un ruolo rilevante per il futuro dei singoli attori. Quel che non è scontato, però, è che Israele e l’Arabia Saudita possano davvero contenere l’ascesa dell’Iran e la sua ricerca di un ruolo primario negli equilibri del Medio Oriente.
Israele è impossibilitato, per evidenti motivi di natura etnica, politica e religiosa,  a partecipare al conflitto per conquistare l’egemonia della regione, e l’Arabia Saudita negli ultimi anni ha accumulato un gap con la controparte iraniana non indifferente.

Teheran, dalla sua, può sfruttare diversi fattori per consolidare la sua influenza in Medio Oriente. Nel corso degli ultimi 10 anni la Repubblica Islamica, tramite una dottrina militare fondata su una strategia asimmetrica, fiore all’occhiello dell’Iran, ha massimizzato il suo ruolo nella regione, ed esercita una notevole influenza in almeno quattro capitali mediorientali: Damasco, Baghdad, Beirut e Sana’a.
Grazie alla rete di milizie paramilitari, coordinate dalla divisione Quds delle forze dei Pasdaran, l’Iran ha raggiunto importanti risultati militari, arrivando a creare quel corridoio sciita che tanto spaventa i suoi avversari, e che permette a Teheran di avere una capacità di proiezione che raggiunge il Mediterraneo.


L’Iran ha l’occasione di raccogliere quanto ha seminato negli anni dei conflitti in Iraq e in Siria, oltre che nel massimizzare la propria influenza nello Yemen tramite il ruolo degli Houthi.
Per far questo, però, ha bisogno di cambiare alcuni aspetti della sua dottrina militare, cercando di renderla più tradizionale:

  • l’aumento delle risorse per la difesa, ancora troppo basso per un importante ammodernamento delle forze armate
  • l’incremento della cooperazione e del grado di fiducia tra l’Artesh (l’Esercito Nazionale) e le Guardie della Rivoluzione, con un maggiore ruolo dell’esercito anche nei teatri esterni, fino ad oggi di esclusiva competenza delle Guardie della Rivoluzione
  • il rilassamento delle posizioni del regime che non vedono di buon occhio le tattiche di guerra tradizionali per retaggi ideologici
  • un cambiamento della percezione della minaccia, che permetta un passaggio dalla posizione dominante della difesa asimmetrica contro gli Stati Uniti a una concentrazione sulle minacce regionali

Un cambio nella dottrina militare che preveda un approccio più tradizionale, che si concentri sulla capacità di proiezione terrestre, aerea e marina, e sulla progettazione di basi militari permanenti fuori dai confini, incrementerebbe esponenzialmente l’effettiva influenza regionale  dell’Iran, e tradurrebbe l’attuale “corridoio sciita” in un vero e proprio sistema di alleanze consolidate. La strategia asimmetrica, fondata sul ruolo delle milizie e sullo sviluppo dei missili balistici (che al momento offrono all’Iran il più variegato e grande arsenale del Medio Oriente), ha consentito grandi progressi dal punto di vista militare al paese, che possono essere cristallizzati tramite alcune variazioni strategiche.
La presenza nella zona ad ovest dello Yemen permette all’Iran un ulteriore importante traguardo, quello del controllo di entrambi gli stretti del Golfo Persico, quello di Hormuz e quello di Beb el-Mendab, come analizzato in un precedente articolo, esercitando una fortissima azione di deterrenza sul commercio mondiale.
Inoltre strutturalmente l’Iran presenta dei dati di tutto rispetto, come quello relativo alla propria demografia: ha 80 milioni di abitanti (il secondo paese dopo l’Egitto in tutta la regione del MENA), quota raggiunta nel 2015 e ricercata da diversi piani familiari che stanno a sottolineare la volontà dell’establishment iraniano di puntare sul fattore demografico, e secondo il rapporto sullo sviluppo umano delle Nazioni Unite il paese arriverà nel 2030 a toccare quota 100 milioni di abitanti. Comune ad altre nazioni della regione, la maggior parte della popolazione dell’Iran si trova sotto la soglia dei 35 anni, e il paese presenta un tasso altissimo di alfabetizzazione universitaria: con circa 4,5 milioni di iscritti alle università e 750.000 laureati l’anno (principalmente nel settore ingegneristico), l’Iran può contare su un gran bacino di giovani scolarizzati, alimentando le capacità di sviluppare know how interno.

Il martellante messaggio di Donald Trump volto a indicare la Repubblica Islamica come nemico degli Stati Uniti ha uno scopo ben preciso: far continuare Teheran a sviluppare i propri imperativi strategici sulla difesa della minaccia da Washington, rallentano quel processo di modernizzazione militare che permetterebbe al paese di conquistare un ruolo egemone nella regione.
Il Medio Oriente ha diversi scenari di instabilità, che si sono riaccesi con la violenza tra palestinesi e israeliani, e rimane difficile prevedere un futuro per la regione. Tra i fattori determinanti ci sarà da vedere quanto l’avvicinamento strategico, in chiave anti iraniana, tra il Regno saudita e Israele possa tenere dopo il riacutizzarsi del conflitto tra mondo arabo e islamico e la controparte israeliana. Conflitto che l’Iran può cavalcare facilmente per aumentare la propria legittimità nel umma islamica.

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