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L’incertezza di Tel Aviv e il futuro del conflitto israelo-palestinese

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I difficili equilibri del Vicino Oriente dipendono senza dubbio in gran parte dal delinearsi di una possibile soluzione del conflitto israelo-palestinese, che infiamma la regione da ormai più di 60 anni e che i recenti avvenimenti hanno reso, se possibile, ancora più difficile da risolvere. L’esito delle ultime elezioni israeliane inoltre, data l’incertezza che le ha caratterizzate, rischia di trasformare le provocazioni di Hamas in una strategia vincente per gli oltranzisti palestinesi, vista l’avanzata di componenti politiche israeliane anch’esse massimaliste, e di bloccare ancora una possibile ripresa del dialogo.

assai più difficoltoso il cammino del già agonizzante processo di pace. Il recente conflitto e la disastrosa situazione di Gaza hanno spinto l’elettorato israeliano ad appoggiare le componenti fautrici di una linea dura nei rapporti con i palestinesi che rischia però di inasprire anche i rapporti con gli arabi cittadini israeliani e di destabilizzare la situazione in Cisgiordania. Se la logica dei due Stati sembrava essere un concetto ormai fuori discussione per una soluzione del conflitto, la situazione odierna non lascia tuttavia grandi speranze che tale presupposto continui ad essere la base di futuri negoziati. La reazione israeliana alle provocazioni di Hamas può essere apparsa sproporzionata, ma il pomo della discordia è costituito dallo status da riconoscere alla formazione islamista. Di recente Tony Blair, inviato per la pace nel Medio Oriente su mandato del cosiddetto “Quartetto” (ONU, Unione Europea, USA e Russia), ha affermato che Hamas dovrebbe essere coinvolto nei negoziati israelo-palestinesi, condizione tuttavia inaccettabile per chi considera tale formazione politica un gruppo terrorista.

Questa affermazione riflette la constatazione che una parte non irrilevante dei palestinesi ha appoggiato e continua a sostenere Hamas, percepita come un’organizzazione più trasparente e meno corrotta di Fatah e capace, in passato, di dar vita ad una rete assistenziale e scolastica altrimenti inesistente, anche grazie al sostegno economico proveniente dall’estero.
Gli anni dell’Amministrazione Bush lasciano indubbiamente un’eredità molto pesante al suo successore Barack Obama. Il nuovo Presidente USA, pur volendo (o dovendo) rinunciare alla riorganizzazione complessiva del Greater Middle East (ormai praticamente impossibile data la situazione in Afghanistan con la recrudescenza talebana ed in Iraq dove, nonostante i progressi, la stabilizzazione è ancora lontana) si troverà ad affrontare una situazione esplosiva su vari fronti, con la minaccia iraniana ancora presente. A sei anni di distanza dalla campagna irachena, si deve anche prendere atto che tale mossa non ha creato i presupposti per una progressiva democratizzazione del mondo arabo e musulmano ed anzi ha in parte favorito la crescita di istanze radicali. L’impatto sul conflitto arabo-israeliano non è stato certo positivo, come dimostrato dalle guerre degli ultimi tre anni e dall’affossamento definitivo della Road Map. Persino la Turchia, che dei buoni rapporti con Israele aveva fatto un punto fermo della sua politica estera, proponendosi come mediatore tra i paesi arabi e l’esecutivo di Gerusalemme, ha recentemente operato un parziale cambiamento di rotta.

La fine dell’intransigenza repubblicana nel Vicino Oriente potrebbe consentire ad esempio un miglioramento dei rapporti con la Siria, accusata dall’Amministrazione Bush di fornire appoggio ai terroristi, ma che risulta assai importante nel quadro della stabilizzazione della Palestina tout court. Molti sperano che, come accaduto durante la Presidenza democratica di Clinton, si arrivi a trattative più consistenti e costruttive tra le due parti (appare tuttavia difficile che un Premier israeliano possa arrivare a concedere ai palestinesi più di quanto fece il governo laburista di Ehud Barak nel 2000 a Camp David).

Ma come detto, il ritorno al governo israeliano di partiti della destra radicale peserà non poco sugli sviluppi politici nel breve termine, data anche l’incertezza sull’esistenza di un unico interlocutore palestinese. L’attuale debolezza di Fatah sta certamente contribuendo alla popolarità di Hamas, che non è confinata alla Striscia di Gaza. Inoltre, l’obiettivo israeliano di risolvere con mezzi militari un problema politico, cioè di credibilità ed autorevolezza dei leaders palestinesi, è sostanzialmente fallito, esponendo inoltre l’esecutivo alle pesanti critiche della comunità internazionale, per le numerose perdite civili causate dall’operazione “Piombo fuso” nella Striscia. Tale operazione (probabilmente attuata per lanciare un messaggio alla nuova Presidenza USA o per motivi meramente elettorali, data la vicinanza temporale con le consultazioni) potrebbe rivelarsi alla lunga un vero e proprio boomerang per Israele (come già avvenuto peraltro durante la campagna contro l’Hezbollah in Libano) e contribuire al rafforzamento politico di Hamas. Le ipotesi di governi di unità nazionale in Israele sono ancora una volta segnali di profonde difficoltà politiche, che influiranno non poco sulla posizione internazionale dello Stato ebraico e sui rapporti con la controparte araba. Un ritorno dei “falchi” alla Knesset e nel gabinetto governativo, nondimeno, difficilmente contribuirà alla ripresa concreta di contatti tra le due parti, considerato il pesante ricorso ai mezzi militari da parte israeliana. Le prospettive di pace appaiono, nella situazione attuale, ancora una volta appese ad un filo.

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