L’impronta del Califfo sulle rive del lago Ciad

Il bacino del lago Ciad, vasta area situata all’incontro di quattro Stati – Nigeria, Niger, Ciad e Camerun – costituisce oggi il cuore di un’imponente emergenza ambientale e sociale provocata dal progressivo prosciugamento delle sue acque. A ciò si sovrappone una perdurante situazione di insicurezza, che vede gli eserciti degli Stati rivieraschi tentare di estirpare i gruppi jihadisti di matrice salafita qui attivi. Gli stessi gruppi che si contendono tra loro risorse e territorio, talvolta arrivando allo scontro.

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Nell’area sud-occidentale del bacino, nel corso degli anni ha consolidato la sua presenza lo Stato Islamico dell’Africa occidentale (ISWAP), anche grazie ad un approccio mirato a guadagnare il supporto delle comunità locali. Con la volontà di legittimare le posizioni guadagnate ma anche ampliare le possibilità di reclutamento, tra le comunità di quest’area i militanti dell’ISWAP hanno infatti puntato a proporsi come validi, se non migliori, sostituti delle negligenti autorità statali nel garantire la sicurezza e nel fornire servizi di pubblica utilità tradizionalmente assenti. Tra le altre cose l’ISWAP qui riscuote imposte, regola e facilita i commerci e le attività di pesca ed allevamento, concentrandosi allo stesso tempo sull’esecuzione di attacchi mirati contro obiettivi militari.

L’attuale ISWAP è frutto della una scissione del gruppo nato con il nome di Jamaat Ahl as-Sunnah Lid Dawa wa al-Jihad (JAS), più conosciuto come Boko Haram, nei primi anni Duemila. Nel marzo 2015 l’allora leader di Boko Haram Abubakar Shekau giurò fedeltà ad Abu Bakr al-Baghdadi e allo Stato islamico, portando così alla formale adozione del nome ISWAP da parte di tutte le forze sotto il suo controllo. L’anno successivo alcune tensioni tra Shekau e la leadership centrale dello Stato Islamico comportarono l’investitura da parte di quest’ultima di Abu Musab al-Barnawi come capo dell’ISWAP. A seguito del rifiuto di Shekau di sottostare alla nuova nomina si è quindi assistito alla separazione delle due fazioni: l’ISWAP di Al-Barnawi ha da quel momento principalmente concentrato le sue attività in prossimità del lago Ciad, mentre i militanti sotto la guida di Shekau, sotto il ritrovato nome di Boko Haram/JAS, hanno mantenuto la loro roccaforte nell’area della foresta di Sambisa, nel Borno State nigeriano. Secondo le ultime stime citate dalle Nazioni Unite, l’ISWAP potrebbe ad oggi contare tra i 3.500 e i 5.000 combattenti tra le sue fila.

Tuttavia, nella porzione del bacino prossima al Niger una ancora poco nota fazione denominata “di Bakura” continua ad essere leale a Shekau. Proprio a questa fazione è stata attribuita l’esecuzione materiale dell’attacco, poi rivendicato da Boko Haram, eseguito contro la base armata ciadiana di Bohoma il 23 marzo 2020. L’azione ha provocato quasi un centinaio di vittime tra i militari, portando alla violenta reazione del Ciad che ha risposto con un’operazione denominata “Collera di Bohoma”.

L’operazione è solo il più recente tentativo degli Stati rivieraschi di annientare la presenza jihadista nella zona. A questo scopo opera la Multinational Joint Task Force (MNJTF), nata negli anni Novanta con l’obiettivo del contrasto alla criminalità e oggi rivitalizzata con l’obiettivo chiave, secondo il suo Concept of Operations, di “eliminare la presenza e l’influenza di Boko Haram nella regione”. La MNJTF ha assunto la sua attuale forma tra il finire del 2014 e l’inizio del 2015, raggruppando i quattro Stati del bacino del lago Ciad – Nigeria, Niger, Camerun e Ciad – più il Benin. Autorizzata dall’Unione Africana nel gennaio 2015, la Task Force opera sotto la supervisione politica di una commissione internazionale, la Lake Chad Basin Commission, organizzazione già creata negli anni ‘60 dai quattro Stati del bacino, a cui si sono successivamente aggiunti nel corso degli anni altri Paesi con lo status di membri o osservatori particolarmente interessati alla gestione delle acque e delle risorse del lago. A seguito della sua attivazione la MNJTF ha condotto delle periodiche operazioni a carattere spesso transfrontaliero. Per ultima la missione Yancin Tafki, avviata nel febbraio 2019. Se da un lato queste azioni hanno sicuramente indebolito i gruppi jihadisti, dall’altro i risultati ottenuti si sono finora rivelati di breve durata e mai definitivi, a causa della capacità di adattamento e mobilità dei gruppi jihadisti ma anche dell’assenza di efficaci politiche di stabilizzazione e sicurezza implementate nell’area.

Tra le criticità che hanno minato l’attività della Task Force rientrano la debole strutturazione delle forze coinvolte, impiegate a rotazione dai rispettivi Stati e spesso accusate di abusi ai danni dei civili, nonché l’assenza di volontà di maggiore cooperazione ed integrazione da parte dei Paesi membri, dovuta anche a risentimenti esistenti tra questi. Boko Haram è infatti considerato come una questione primariamente nigeriana dagli altri Stati della MNJTF e i danni sofferti da questi ultimi come ricadute della cattiva gestione della risposta. Un altro grave problema è poi rappresentato dal finanziamento della Task Force: cinquanta milioni di euro sono stati destinati alla MNJTF dall’Unione Europea, ma solo per il tramite dell’Unione Africana. La farraginosità delle procedure ha fatto sì che i flussi di denaro giungessero a destinazione circa due anni dopo, con la maggior parte delle spese nel frattempo sopportate dal governo nigeriano. Permane comunque una difficoltà di reperimento delle risorse. Sebbene i Paesi del MNJTF abbiano ricevuto supporto diretto di tipo tecnico e operativo da parte di Regno Unito, Francia e Stati Uniti, del tutto assenti sono state in questo senso le Nazioni Unite.


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L’inasprimento dei combattimenti dei primi mesi di quest’anno rammenta che la guerra alla jihad nel bacino del lago Ciad è quindi ben lontana dall’essere conclusa, e mantiene viva una crisi umanitaria profonda. L’UNOCHA ha infatti stimato che il numero di individui bisognosi di assistenza nella regione abbia raggiunto la cifra di 12.5 milioni, con 5.2 milioni di persone colpite da una condizione di grave insicurezza alimentare, la cui vulnerabilità viene ulteriormente aggravata dalla pandemia di COVID-19 e dalle conseguenze socioeconomiche delle misure restrittive poste in essere dai governi per arginare la diffusione del virus. Nonostante le gravi perdite inflitte a Boko Haram a seguito della grande offensiva di marzo, lo stesso presidente ciadiano, Idriss Déby, in un’intervista resa a France 24 lo scorso agosto prevedeva, infatti, che con i jihadisti “avremo a che fare per molto tempo”.

Martina Matarrelli,
Geopolitica.info