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L’importanza geopolitica per la Russia degli Stati de facto nello spazio post-Sovietico

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La Transnistria dichiarò l’indipendenza dalla Moldavia nel 1990, l’Ossezia del Sud e l’Abkhazia dalla Georgia rispettivamente nel 1991 e nel 1992 e il Nagorno-Karabakh nel 1991 dall’Azerbaigian. Questi sono gli stati de facto dello spazio post-Sovietico. Essi sono nati come conseguenza di conflitti secessionisti originati dopo il collasso dell’Unione Sovietica. Tali conflitti vengono anche definiti “congelati” in quanto si protraggono da diversi decenni, mantenendo generalmente un livello di violenza basso e senza arrivare ad un accordo di pace tra il governo secessionista e il governo centrale.

Gli stati de facto godono di una certa indipendenza rispetto allo “stato-genitore”, il quale ha perso controllo su questi territori. Essi si percepiscono, infatti, come entità distinte ma, indipendentemente dell’effettività della propria governance sul territorio, non sono riconosciuti dalla comunità internazionale.

Terminologia e caratteristiche degli Stati de facto

Ci sono vari nomi per indicare queste entità territoriali, e tra gli studiosi non c’è un consenso univoco a riguardo. Infatti, si usano termini come “stati de facto”, “stati non riconosciuti”, “pseudo-stati”, “stati negli stati”, “quasi-stati”. 

L’esistenza di una terminologia così ampia è in parte spiegata dalla natura politicizzata del dibattito in cui i base states preferiscono utilizzare termini come “occupazione” e “regioni separatiste”. Il termine “stati non riconosciuti”, invece, include le entità nella regione eurasiatica che aspirano al riconoscimento internazionale e alla sovranità statale. Inoltre, l’espressione “stati negli stati” ha un’accezione più ampia ed indica quelle regioni indipendentiste fuori dal controllo del governo centrale e che quindi contestano la legittimità del governo centrale. 

Gli stati de facto nello spazio post-sovietico hanno dei tratti salienti comuni:

  • si collocano su un territorio parte di uno stato de jure riconosciuto come parte della comunità internazionale.
  • la propria sovranità deriva da una dichiarazione interna e non riconosciuta dalla maggioranza degli Stati.
  • lo status politico e giuridico non è definito e le negoziazioni a riguardo rimangono sospese per un prolungato periodo di tempo. 
  • sono stati fortemente militarizzati: la separazione dallo stato “madre” è avvenuta attraverso un qualche tipo di confronto militare, ma ciò che differenzia questi stati da zone di guerra o territori contesi è che i c.d. stati de facto sono riusciti a mantenere un certo grado di indipendenza per un significativo periodo di tempo. In questo senso, con l’espressione “de facto” si vuole sottolineare come, nonostante l’isolamento internazionalei, queste entità statali siano comunque riuscita a mantenere un certo grado di autonomia. 
  • tutti e quattro gli stati (Transnistria, Abkhazia, Sud Ossezia e Nagorno-Karabakh) come forma di governo hanno adottato il sistema presidenziale in cui il potere esecutivo è fortemente centralizzato. Ciò può essere spiegato da due fattori: il primo, come eredità dell’organizzazione del potere nel periodo sovietico,; il secondo, essendo lo stato de facto il risultato di “conflitti protratti o congelati” c’è il constate rischio di una possibile ripresa delle ostilità, dunque la centralizzazione del decision-making può giocare un ruolo fondamentale nelle dinamiche belliche. 

Gli Stati de facto post-sovietici sopravvivono grazie a ingenti sussidi da parte dei propri “patron state”. Ad esempio, l’Armenia sostiene il budget della c.d. Repubblica del Nagorno-Karabakh per il 60%, mentre la Russia sostiene cospicuamente l’economia della Transnistria. Il Cremlino, inoltre, dopo aver formalmente riconosciuto l’Abkhazia e l’Ossezia meridionale, copre il 90% del bilancio di entrambi attraverso sussidi diretti, il pagamento delle pensioni e altri tipi di assistenza.

Uno strumento utilizzato dal Cremlino per fornire assistenza è concedere la cittadinanza agli abitanti della Transnistria, Abkhazia e Ossezia del Sud. Con il passaporto russo essi possono così accedere al fondo pensionistico della Federazione russa e viaggiare all’estero. 

I patron state forniscono sussistenza assistenza agli stati de facto non solo in termini economici e finanziari ma anche militari, garanzie di sicurezza e contributi allo state-building e solitamente sono gli unici stati con cui queste entità non riconosciute hanno internazionali. Per questo motivo, mantenere un forte legame con il patron state è la priorità della politica estera degli stati de facto.

Le pedine geopolitiche della Russia

Gli interessi russi nel sostenere gli stati non riconosciuti nello spazio post-sovietico si basano su una politica estera pragmatica e focalizzata sulla tutela dei propri interessi geopolitici nello spazio post-Sovietico. Per legittimare e giustificare il proprio supporto alle entità secessioniste, il Cremlino fa riferimento al precedente del Kosovo in cui è stata data priorità al principio di autodeterminazione rispetto a quello di integrità territoriale. Proprio il parallelo con il caso kosovaro, infatti, è stato delineato dal presidente Dmitry Medvedev in occasione del riconoscimento formale l’indipendenza dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud. 

Il ruolo dei conflitti protratti e degli Stati de facto che ne sono usciti è uno strumento per la Russia per controllare l’equilibrio geostrategico regionale e influenzare la politica estera dei base states (Georgia, Ucraina, Moldova), in particolare impedendo l’espansione a est dell’Unione europea e della NATO. Gli Stati de facto diventano così pedine geopolitiche della politica estera russa, creando nella regione “un’instabilità controllata”.   

Il timore del Cremlino di essere circondato si associa allo sforzo di prevenire un ulteriore allargamento dell’Unione europea o della NATO in quella che Mosca considera la sua area di influenza.  

I conflitti prima con la Georgia e successivamente con l’Ucraina sono il risultato dell’insoddisfazione di Mosca nei confronti del contesto geopolitico, considerando l’offerta di membership da parte della NATO a questi paesi come il “superamento di una linea rossa” nella narrativa di una promessa non mantenuta da parte della NATO circa l’allargamento a est. 

In quest’ottica, la presenza permanente delle forze armate russe nel territorio degli Stati de facto nello spazio post-Sovietico è certamente parte nella strategia di sicurezza e di prevenzione dell’espansione euroatlantica. Creando degli avamposti militari in queste zone, Mosca diventa la principale interlocutrice dei base state per quanto riguarda la sicurezza, costringendoli ad assecondare i propri interessi securitari. 

In conclusione, il rapporto tra la Russia e gli Stati de facto ha una logica do ut des. Da una parte, la presenza di queste entità statali rimane strategica per Mosca, costituendo un baluardo per difendere i propri interessi in quella che considera la propria sfera d’influenza. 

Dall’altra, la sopravvivenza degli Stati de facto nello spazio post-Sovietico dipende in modo più o meno diretto (con investimenti diretto o, come nel caso del Nagorno-Karabakh, supportato dall’Armenia, con il fondamentale ruolo russo, come dimostrato nella guerra del 2020) della Russia. In particolare, l’esistenza stessa di questi Stati è fondata sul raggiungimento degli obiettivi geopolitici russi e di conseguenza il grado di assistenza e supporto fornito loro da Mosca varia a seconda della situazione internazionale percepita dall’élite politica russa. 

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