L’importanza dell’export dell’industria della difesa italiana, tra etica ed economia

Il tema della difesa e della sicurezza è oggigiorno visto ancora con troppa diffidenza in Italia, spesso ricondotto a materia per ‘guerrafondai’ o intrappolata da luoghi comuni e pregiudizi. La realtà è che il settore della Difesa, per l’Italia ma così pure per molti Paesi nel mondo, è un asset fondamentale dal punto di vista economico ma anche geopolitico.

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L’industria della difesa italiana vanta vere e proprie eccellenze che garantiscono alla Penisola un’importanza notevole nel panorama globale. Ovviamente al primo posto, per distacco, troviamo Leonardo, tra le prime dieci compagnie di difesa e sicurezza mondiali, leader nella divisione ‘Helicopters’. Ma dietro di lei troviamo anche MBDA Italia, Iveco Defence Vehicles, RWM Italia e altre aziende operanti nella Penisola italiana ed in giro per il mondo. Un settore che solo nel 2018, ultimi dati resi pubblici dal governo, tra importazioni (497 milioni) ed esportazioni (5,246 miliardi), ha fatto muovere 5,743 miliardi di Euro. Una cifra senza dubbio considerevole per l’intera economia italiana.

Soffermandoci sull’export e analizzando i dati del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, si nota come tra i primi dieci Paesi per valori complessivi delle licenze individuali di esportazione nel 2018, ci sono sei Paesi NATO (di cui quattro UE), due Paesi arabi (Qatar e Emirati Arabi Uniti), un africano settentrionale (Egitto) e un asiatico (Pakistan). In generale il 72,8% del valore complessivo delle autorizzazioni è stato dato a Paesi non appartenenti nè all’UE nè all’Alleanza Atlantica. Un mercato, quindi, che va oltre le storiche alleanze comunitarie dell’Italia. Qatar, Pakistan, Emirati Arabi, ma anche Egitto e Arabia Saudita, sono alcuni dei clienti principali nella cosiddetta area MENA (tralasciando la Turchia, al terzo posto, membro NATO).

La questione etica e morale, se sia giusto vendere sistemi d’arma a Stati coinvolti in violazioni di diritti umani o conflitti non basati sul principio dell’autodifesa, è salita alla ribalta specialmente dopo il caso dell’omicidio di Giulio Regeni, ed il successivo deterioramento dei rapporti italo-egiziani, ma anche per il caso dell’Arabia Saudita: coinvolta nella guerra in Yemen, spesso ignorata dai media nostrani, nel quale ha utilizzato bombe e missili fabbricati da RWM negli stabilimenti italiani. Tra l’altro, a seguito dell’uccisione del giornalista saudita dissidente Jamal Khashoggi, la vendita di armi al governo di Riad è stata vietata da parte di molti Paesi europei, non dall’Italia.

Ancora più recentemente è emerso il caso turco, con il conflitto tra Ankara e la popolazione curda al confine con la Siria. Turchia che, essendo Paese NATO, si rifornisce tranquillamente di armamenti dagli altri stati membri, tra cui l’Italia. Fermare guerre ingiustificate e i conseguenti massacri di persone, troppo spesso tra la popolazione civile, è giusto che sia un obiettivo primario per la comunità internazionale. Uno strumento che spesso viene usato, e che deve essere però attuato severamente, è l’embargo delle armi nei confronti del Paese reo di aver intrapreso azioni militari non giustificate o legittime, come nel caso della Turchia. Uno strumento che però perde spesso di efficacia vista la complessa rete di intrecci diplomatici ed economici tra gli Stati. La Turchia infatti, in quel caso, ha comunque potuto usufruire di importazioni provenienti da altri Paesi.

Il problema c’è, ed è evidente che non si possa pensare di farlo passare sotto traccia. Però va affrontato con cognizione di causa, con soluzioni reali e non utopistiche. Lo sviluppo del settore della difesa e della sicurezza in Italia, infatti, è fondamentale per tutto il Paese, non solo per le entrate economiche che ne derivano, ma anche per i miglioramenti tecnologici che porta all’intero sistema-Paese. Limitarne in maniera pesante l’export,  comprometterebbe la crescita tecnologica dell’Italia. Appare chiaro che avere una visione politica forte e a lungo termine sia fondamentale, oltre che ovviamente le dovute competenze tecniche.

Il concetto di cultura della Difesa, evocato molte volte anche dallo stesso ministro della Difesa Guerini, deve essere rafforzato nel Paese perchè solo così si potrà in futuro, sia difendere le aziende italiane del settore, sia sfruttare le opportunità che un Paese come l’Italia ha per migliorare la sua posizione ed il ruolo politico, strategico ed economico nelle aree più importanti del globo.