L’Impero ottomano dal Congresso di Berlino alla Prima guerra mondiale

Questo saggio è un’anteprima di una ricerca da tempo avviata nell’ambito del centenario della prima guerra mondiale. La seguente introduzione è necessaria per interpretare la complessa politica ottomana prebellica, e la società che le fa da sfondo, preludio delle decisioni fatali di un impero ormai al tramonto.

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La lunga crisi politica, finanziaria e militare che colpì l’Impero ottomano tra il 1875 e il 1878 sfibrò ulteriormente la già debole Porta, che da anni si dibatteva in gravi difficoltà, sorretta solo dalla volontà di alcune delle Grandi Potenze di conservare l’equilibrio internazionale. La guerra russo-turca (1877-1878) ebbe origine dalla volontà russa di ottenere uno sbocco sul Mar Mediterraneo, imponendo il proprio predominio sulle popolazioni slave residenti nei Balcani, occupati dall’Impero ottomano. I tumulti in Bosnia e in Erzegovina (luglio 1875) contro i turchi aprirono ufficialmente la crisi e l’anno dopo (maggio 1876) viene pubblicato il memorandum di Berlino, proposto dal ministro degli Esteri asburgico Gyula Andrássy, tramite il quale si prescrissero alla Porta una serie di riforme e possibili sanzioni in caso di inadempienza. Il sultano Abdülaziz respinse la proposta austriaca, forte della protezione dei britannici, che inviarono la flotta ai Dardanelli; in giugno però la dura repressione ottomana delle rivolte scoppiate in Bulgaria spense le simpatie verso la Turchia dell’opinione pubblica britannica. Il delicato quadro di politica estera portò la Russia a non intervenire, onde evitare di ritrovarsi isolata come nel corso della guerra di Crimea (1853-1856), quindi nel dicembre 1876 durante la Conferenza di Costantinopoli il nuovo sultano Abdülhamid II promulgò una Costituzione. Il Regno Unito assicurò la sua neutralità a condizione che la Russia non attaccasse l’Egitto e Costantinopoli, mentre il 15 gennaio 1877 anche l’Austria-Ungheria si chiamò fuori in cambio della Bosnia-Erzegovina. Pochi mesi dopo – 24 aprile – la Russia dichiarò guerra alla Turchia.

Nei primi quattro mesi del conflitto, l’esercito ottomano riuscì a fermare le truppe russe a Plevna. Successivamente, l’avanzata russa si arrestò solo alle porte di Costantinopoli fino al gennaio 1878 allorché comparve la flotta britannica nello Stretto dei Dardanelli e la crisi internazionale fu tamponata tramite l’opera della diplomazia europea. Il 3 marzo 1878 venne quindi siglata la pace di Santo Stefano: all’Impero ottomano rimanevano in Europa le sole Albania e Tracia; Serbia, Montenegro e Romania diventavano indipendenti; la Russia acquisiva la Bessarabia e veniva creata la grande Bulgaria, tributaria della Porta, dal Mar Nero al Mare Egeo. Il Congresso di Berlino (1878), promosso dall’Austria-Ungheria per modificare il trattato di Pace di Santo Stefano, vide la Germania ricoprire il ruolo di negoziatrice tra le maggiori potenze europee, impedendo la grave crisi fra San Pietroburgo e Vienna. Il Congresso ridimensionò e divise la nascente Bulgaria, satellite della Russia, stabilì l’amministrazione austriaca della Bosnia-Erzegovina e confermò l’indipendenza della Romania, della Serbia e del Montenegro. L’Impero ottomano, pur perdendo ingenti territori, limitò i danni rispetto alla Pace di Santo Stefano. Bismarck garantì quindi “il più lungo periodo di pace di cui il vecchio continente avesse goduto dagli albori dell’età moderna” (A. Giardina, G. Sabbatucci, 2009), malgrado le persistenti tensioni che componevano la “questione balcanica”, cioè il complesso di contrastanti obiettivi che, dal XIX secolo e in concomitanza con la crisi dell’Impero ottomano, coinvolse la Penisola Balcanica.

Questo il panorama internazionale che fa da sfondo al periodo oggetto di questo studio, che mira a ricostruire le origini dell’ingresso dell’Impero ottomano nella Prima guerra mondiale attraverso le carte degli addetti militari italiani in Turchia custodite presso l’Archivio dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito (AUSSME). Le relazioni degli addetti militari italiani in Turchia costituiscono valide guide interpretative sia sullo stato dell’esercito ottomano, dal 1877 alla Prima guerra mondiale, sia riguardo le complesse dinamiche delle relazioni internazionali del periodo oggetto di questo studio.

L’arretramento ottomano non riguardava solo le regioni europee dell’Impero, l’isola di Cipro infatti venne data in amministrazione all’Inghilterra e le provincie di Kars e di Ardahan furono annesse alla Russia per un totale di circa 210mila km² e 5,5 milioni di abitanti, un quinto dell’intera popolazione dell’Impero (R. Mantran, 1999). Alle amputazioni territoriali e demografiche si aggiungevano le difficoltà finanziarie, anche perché alcuni dei nuovi Stati, adesso indipendenti, non versavano più i loro tributi alla Porta. Tale diminuzione delle entrate pesava fortemente su un Paese costretto, tra l’altro, a versare una pesante indennità di guerra alla Russia. La debolezza dell’Impero ottomano era anche di carattere diplomatico: al Congresso di Parigi – che aveva posto fine alla guerra di Crimea (1856) – la Turchia era stata riconosciuta come parte integrante del concerto europeo, tanto che il rispetto della sua integrità territoriale e la non-ingerenza nei suoi affari interni erano stati affermati come principi (A.J.P. Taylor, 1961). Ribadendo queste peculiarità, il Trattato di Berlino affermava tuttavia anche il principio dell’intervento delle potenze europee nel caso in cui le riforme richieste nelle provincie abitate dagli armeni non fossero state intraprese dal governo di Istanbul. Interessante, in proposito, lo studio del colonnello di cavalleria Francesco Boselli del 1873 sull’esercito ottomano, frutto di una lunga permanenza in Turchia e raccomandato alla direzione della Rivista Militare “nella convinzione che possa essere utile allo studio delle istituzioni militari della Turchia e molto importante per noi nelle nostre presenti condizioni” (F. Boselli, 1873). Le motivazioni di tale studio sono esposte lucidamente nell’introduzione alla relazione:

Ogni qualvolta una complicazione, anche leggera, si presenta sull’orizzonte politico europeo tutti gli sguardi si volgono involontariamente verso l’Oriente. Quando si riflette che la nazione ottomana, derivante da povere e sparse tribù tartare, si formò nel 14° secolo soltanto, e che le immense conquiste successive sono dovute alla sola virtù delle sue armi, quando si pensa che quattordici crociate delle maggiori potenze militari europee non bastarono a togliere ai Turchi i Paesi conquistati, quando si pensa che solo due secoli or sono il loro esercito faceva tremare l’Europa intera, conviene pur, io credo, studiare se questi nepoti d’eroi, vivificati dalle nuove idee e decisi a progredire, non possano in un avvenire più o meno lontano, riuscire a ricostituirsi militarmente ed a pesare più di quanto generalmente si crede nella bilancia europea.

L’importanza della relazione risiede nella quantità di informazioni inedite, per l’epoca, che Boselli riesce a raccogliere nel corso del lungo viaggio e trasmettere a Roma. Alcune di esse riguardano l’ordinamento militare e l’organico dell’esercito ottomano, definiti – da quanto racconta – fin dal 1843, con decreto del serasker Rıza Pascià – nell’Impero ottomano serasker era il titolo del comandante in capo delle forze armate – sulla base del regolamento territoriale prussiano. Da quell’epoca furono introdotte nell’esercito numerose altre riforme, dovute, dopo la guerra di Crimea all’influenza francese, come il servizio generale obbligatorio, l’abolizione della surrogazione e l’organizzazione di un funzionale sistema di riserva. Come riferisce Boselli, l’Impero ottomano – nel 1873 – era diviso in sei comandi territoriali. In ognuna di queste macro-aree si reclutava un primo corpo d’esercito di truppe attive (nizam) un secondo corpo di riserva (redif) e la milizia provinciale. A capo di ogni comando territoriale e quindi di ogni corpo di esercito attivo vi era un maresciallo (muşir) e il suo Stato maggiore, che deteneva l’ultima decisione sul reclutamento, sull’istruzione, sulla disciplina e sulla mobilizzazione, oltre a rispondere direttamente dell’organizzazione delle riserve e poter nominare gli ufficiali sino al grado di maggiore. Le sedi dei sei grandi comandi territoriali erano: Costantinopoli (Istanbul), Schulma (Şumen), Monastir (Bitola), Erzurum, Damasco e Baghdad.

Il reclutamento era esteso a soli diciotto dei trentasei milioni di abitanti poiché erano esclusi dalla leva tutti gli uomini validi delle tribù nomadi, i greci, gli ebrei e in generale tutti i cittadini di religione non-musulmana. Va considerato che la tradizione religiosa e politica ottomana assegnava alla milizia il primo posto nella società musulmana. Il soldato si considerava “eletto dal cielo” a compiere un’alta missione. Questa cultura ostacolava il reclutamento dei sudditi di diversa credenza. Sulla popolazione di origine turca, quindi, gravava quasi tutto il peso del mantenimento dell’esercito imperiale. Gli ufficiali della riserva erano incaricati delle operazioni di leva e della verifica dei registri di nascita, operazione questa assai problematica secondo l’opinione di Boselli, che dubita della loro efficienza. Questi registri di stato civile erano tenuti dagli imam (guide delle preghiere collettive) assoldati dal governo. Come si potevano compilare registri di stato civile in un paese dove nessuno poteva penetrare nella dimora delle donne (harem)? Dove non esistevano statistiche di matrimoni? Dove non vi era trasparenza nell’amministrazione pubblica? Ciò risultava di difficile interpretazione per Bollati.

La forza totale dell’esercito imperiale ottomano era di circa mezzo milione di soldati (140mila esercito attivo, 160mila di 1ª riserva, 120mila di 2ª riserva, 80mila truppe irregolari). In caso di guerra, il governo ottomano poteva inoltre chiedere alle sue provincie tributarie un ulteriore contingente totale di 100mila soldati. L’armamento a disposizione dell’esercito ottomano scaturiva dai provvedimenti presi dal governo sul modello degli eserciti delle potenze europee. La fanteria era ancora armata con l’antico fucile a percussione. Nei reggimenti stanziati a Istanbul e a Damasco Boselli osservò alcuni battaglioni armati con fucili a retrocarica, dato che nella Tophane (la fabbrica delle armi di Istanbul) si “riducevano” circa cinquecento fucili al giorno al sistema Schneider. Da quanto osservato, l’ufficiale italiano desumeva che il governo turco avrebbe disposto di circa 600mila fucili a retrocarica per la sola fanteria in pochi mesi, mentre la cavalleria era armata di “carabine americane” a retrocarica Winchester (calibro 11 millimetri) e di lance con punta quadrangolare più lunghe e leggere di quelle utilizzate dall’esercito italiano. Per quanto concerneva l’istruzione dell’esercito ottomano, sin dal 1837 vigevano i regolamenti introdotti da una commissione di ufficiali prussiani (di cui faceva parte il maresciallo Helmuth Karl Bernhard von Moltke) che si era occupata dell’ordinamento e dell’istruzione tecnica. Dopo il suaccennato periodo “francese”, si era tornato ai regolamenti prussiani. La più grande scuola militare dell’Impero ottomano si trovava a Pera (Beyoğlu) – quartiere europeo di Istanbul, con circa quattrocento allievi delle scuole preparatorie militari della capitale. Seguivano Adrianopoli (Edirne), Damasco, Bursa, Erzurum, Baghdad. In proposito, Boselli scrive:

La fanteria turca marcia bene ed è sovente esercitata a marciare nelle sabbie. Vidi un giorno a Beirut un reggimento che tornava dalla manovra e fui sorpreso dall’impassibilità colla quale il soldato manteneva la cadenza del passo, malgrado il frastuono incredibile ed esecrabile della banda che marciava alla testa… A Damasco assistetti ad una manovra-parata, offerta al principe ereditario di Sachesen-Meiningen; vi notai movimenti lenti e di nessun valore tattico; fra le truppe v’era quella volta una compagnia di cacciatori, montati sopra dromedari: ogni dromedario portava due uomini armati di eccellente carabina. Lo scopo di questa truppa montata (che corrisponderebbe ai bersaglieri a cavallo) è evidentemente di portarsi con grande rapidità sovra un punto minacciato, ovvero anche di recarsi a grandi distanze per esplorare terreno o nemico. A primo aspetto codesta truppa, per noi alquanto grottesca, eccita l’ilarità ma vista all’opera se ne intende tosto lo scopo pratico incontestabile ed i grandi servizi ch’ella può rendere in paese dove debbonsi talvolta attraversare rapidamente lunghi tratti di deserto, senza traccia di strade carreggiabili (F. Boselli, 1873).

Circa la disciplina delle truppe, l’ufficiale italiano ammette di “non aver osservato abbastanza e di non aver assunto maggiori informazioni”. I successivi resoconti degli addetti militari a Istanbul chiariranno le “lacune” di quello che era stato uno dei primi studi sull’organizzazione militare ottomana. Boselli ci tiene però a precisare che, se a Costantinopoli la formazione delle truppe poteva avvenire, nei centri minori i soldati rispondevano meno bene, abbandonando talvolta i corpi di guardia, non eseguendo correttamente le funzioni di sentinelle, insomma si dimostravano poco propensi a imparare e a ubbidire:

A Beyrut i soldati scherzano e parlano a voce alta fra di loro, abbandonano la pattuglia per fare qualche commissione, i fucili pendono da tutte le parti, chi porta il cappotto e chi no; il disordine insomma e la negligenza nel servizio armato appaiono troppo evidenti per non dovere trarne la logica conclusione che la disciplina è fiacca ed inefficace (F. Boselli, 1873).

In conclusione, il quadro dell’esercito ottomano dipinto dall’ufficiale italiano risultava allarmante e ogni osservatore straniero avrebbe potuto confermare il suo giudizio. Successivamente al Trattato di Berlino l’Impero subì nuove amputazioni: nel 1881 la Tessaglia e una parte dell’Epiro furono cedute alla Grecia, la Rumelia orientale fu annessa alla Bulgaria, la Tunisia passò sotto il protettorato della Francia e l’anno seguente l’Egitto fu occupato manu militari dagli inglesi a “tempo indeterminato”. Agli inizi degli anni Ottanta dell’Ottocento, l’Impero ottomano presentava una nuova fisionomia, poiché, possedendo in Europa solo il corridoio macedone e in Africa la fascia libica, offriva ormai l’immagine di un impero più che altro asiatico. La proporzione dei musulmani rispetto alla popolazione totale dell’Impero era passata dal 68% al 76% (R. Mantran, 1999). Una serie di elementi descritti da Boselli provocheranno una strisciante crisi morale in seno alla classe dirigente. Ad essi si aggiungeva la pressione esercitata dalle armate russe che minacciavano da vicino Istanbul. La crisi suscitò nei politici ottomani la sensazione che l’Impero fosse un castello assediato da ogni parte e insidiato dall’interno. Il primo a interrogarsi sulla solidità della politica delle Tanzimat (riforme) fu il sultano Abdülhamid II, che intraprese una revisione completa dei principi su cui poggiava quella politica

Per Tanzimat s’intendono l’insieme delle riforme liberalizzanti attuate nell’Impero ottomano fra il 1839 e il 1878. La prima serie, proclamata con un editto solenne dal giovane sultano Abdülmecid I e ideata dal ministro Mustafa Reşid Pascià, promosse la sicurezza della vita, dell’onore e della proprietà di tutti i sudditi, senza differenze di religione e di nazionalità. La seconda serie, lanciata nel 1856 dopo la guerra di Crimea, rappresentò l’espressione del nuovo ruolo internazionale ricercato dall’Impero nel panorama delle nazioni europee. Si promosse la modernizzazione delle infrastrutture civili e militari e l’adeguamento dell’istruzione pubblica, dichiarando inoltre superato il sistema delle millet (comunità religiose che godevano di una serie di diritti e di prerogative nel quadro del sistema istituzionale complessivo dell’Impero) in nome della comune cittadinanza ottomana. L’evoluzione politica trovò espressione nell’ultima fase delle Tanzimat, con la Costituzione, che istituiva il Parlamento, limitando il potere assoluto del sultano e aprendo la prima, breve, era costituzionale ottomana.

In politica estera Abdülhamid II, a partire dal 1878-1879, iniziò a sospettare che l’Inghilterra volesse abbandonare la sua tradizionale politica di mantenimento dell’integrità ottomana, anche per le pressioni del governo britannico al sultano affinché applicasse le riforme promesse nelle provincie armene. La situazione peggiorò con la nomina a capo del governo inglese di William Ewart Gladstone – leader del partito liberale e nemico dichiarato dei turchi dopo gli «orrori bulgari» (R. Millman, 1980) – e con la fattuale acquisizione dell’Egitto da parte di Londra. Essa comportava che, per sbarrare ai russi la via dell’India, l’Impero britannico non avrebbe più contato sull’Impero ottomano. Di fronte all’Impero russo, Abdülhamid II condusse una politica prudente, cercando di non stimolarne le consuete ambizioni. Vista l’impossibilità di occupare gli Stretti, i russi avevano riversato le loro mire sul giovane principato bulgaro, ma quest’ultimo aveva ingannato le speranze di San Pietroburgo sganciandosi dall’influenza russa (1885-1886), segnando un chiaro insuccesso per la diplomazia russa che alla fine del XIX secolo la indusse a rivolgere la sua attenzione all’Estremo Oriente.

Nel 1881, intanto, Alessandro III aveva abbandonato il relativo liberalismo del suo predecessore instaurando un regime autoritario e una «russificazione» che aveva toccato ogni ambito della vita pubblica delle regioni soggette all’Impero russo. Tale politica, che non era molto differente da quella che Abdülhamid II era propenso a mettere in atto nell’Impero ottomano, delineava la tendenza al mantenimento dello statu quo, anche se la politica russa non dimenticava l’importanza strategica ed economica degli Stretti. La minaccia che incombeva sull’Impero ottomano, a quel punto, sembrò essere rappresentata più dalla Gran Bretagna che dalla Russia, quando la Germania bismarckiana si era tirata indietro lasciando agli inglesi libertà d’azione in Egitto. La diplomazia hamidiana si sforzerà quindi di mantenere un equilibrio fra le potenze e di affermare una sorta di neutralità sperando che l’orientamento della Germania verso la Weltpolitik le consentisse di trovare un nuovo alleato fra le potenze europee (M. Stürmer, 1993).

Uno dei tratti caratteristici che differenziarono maggiormente il periodo hamidiano da quello delle Tanzimat fu l’importanza assunta dalla religione islamica. Si verificò infatti una sorta di “ritorno del religioso”, visibile sia nella costruzione di moschee che nell’importanza che rivestì l’islam nei programmi scolastici. Vennero concesse inoltre delle sovvenzioni ai giornalisti musulmani che promuovevano l’immagine del sultano come califfo. Tale aspetto della politica hamidiana fu chiamato panislamismo e turbò non poco le cancellerie occidentali, per il peso crescente che andava acquisendo l’Islam negli affari dell’Impero. Per panislamismo s’intendono l’insieme di tendenze e di movimenti dell’islam moderno miranti a un rinnovamento dei legami spirituali e politici fra tutti i popoli musulmani e all’emancipazione dal dominio europeo. Tendenze panislamiche si concretizzarono alla fine del XIX sec. sotto forma di moti insurrezionali, anticolonialisti o di movimenti politico-religiosi tendenti alla purificazione dell’islam (A. Mura, 2012).

All’origine di tutto vi era la crisi della politica delle Tanzimat. L’ideale dell’uguaglianza tra tutte le religioni all’interno della nazione ottomana per fare di tutti i sudditi dell’Impero i cittadini dello stesso Stato, cioè l’idea di attuare un “ottomanismo”, era fallita. Era necessario trovare un altro elemento di coesione e di solidarietà proprio nella religione islamica, il che equivaleva a legittimare l’idea del califfato, perno imprescindibile del panislamismo di Abdülhamid II, proprio in quanto rappresentava l’unità politica dei musulmani. Il sultano, in quanto califfo, cioè comandante dei credenti, possedeva un potere carismatico sia all’interno sia all’esterno dell’Impero ottomano, tramutando quasi il califfato in una istituzione simile a quella del papato di Roma. Il sultano si servì di alcune confraternite – come la rifaiyya o la kadiriyya – per suscitare la dedizione dei musulmani e fu coadiuvato dalla stampa, motore inesauribile della propaganda di stampo religioso. Questa politica incentrata sull’idea di califfato non rispondeva unicamente al desiderio di surrogare l’ottomanismo, si proponeva anche di fronteggiare in seno all’Impero dei nazionalismi che potevano attecchire tra le popolazioni musulmane non turche, come gli albanesi, i curdi e gli arabi. In tale direzione va anche la decisione di abolire, a partire dal 1880, la lega di Prizren (M. Monti, 1942) – che costituiva l’espressione delle tendenze autonomiste in Albania – e di avvicinare nell’Islam albanesi e turchi. Presso i curdi, Abdülhamid II praticò invece una politica di alleanza con le famiglie egemoni. Questa strategia si rivelò efficace: le rivolte curde contro lo Stato dopo il 1880 cessarono. Il sultano temeva l’insorgere di tendenze separatiste tra le provincie arabe dell’Impero, poiché già dal 1880-1881 erano apparsi numerosi libelli e manifesti a Beirut, ad Aleppo, a Damasco, a Baghdad che esortavano i popoli arabi a liberarsi dalla tutela ottomana. La propaganda era stata interpretata dal sultano come un chiaro segno dell’ingerenza inglese. Dapprima circoscritta a un piccolo gruppo di libanesi cristiani, l’idea di un califfato arabo o di uno Stato arabo si svilupperà di lì a poco.

È proprio in relazione al pericolo del separatismo, peraltro abbastanza diffuso nelle province arabe, che si organizza il panislamismo di Abdülhamid II, il quale promuove la pubblicazione di opere in arabo che difendono la legittimità del califfato ottomano. Il sultano favorisce le provincie arabe sia sul piano politico sia su quello economico, destinandovi governatori capaci e risorse abbondanti (quasi la metà dei fondi pubblici annualmente stanziati dall’Impero). Tra il 1882 e il 1908, in Siria e nell’Hegiaz – regione nord-occidentale della Penisola araba, oggi parte dell’Arabia Saudita – vengono costruiti 2.350 chilometri di ferrovia, contro i 1.850 chilometri costruiti in Anatolia nello stesso periodo, cioè una percentuale del 47% contro il 37% dell’insieme delle ferrovie costruite durante il regno hamidiano. Damasco viene dotata, nel 1906, dell’illuminazione e dei tram elettrici prima di Istanbul, a Beirut e a Damasco la scolarizzazione si sviluppa più velocemente che altrove. Per le finanze pubbliche lo sforzo è enorme. Il sultano-califfo si rivolge a favorire gli arabi in molti altri modi, destinando loro dei posti ministeriali o ponendoli a capo degli uffici di Palazzo. Anche nell’esercito il reclutamento di ufficiali arabi fu intensificato, mentre nelle provincie arabe il sultano si appoggiò ad alcune famiglie di notabili damasceni e aleppini o sui capi tribù per mantenere l’ordine. Uno degli aspetti più evidenti, e dichiarati, di questa politica filoaraba fu la costruzione della ferrovia dell’Hegiaz per collegare le città sante dell’Arabia a Damasco e facilitare il pellegrinaggio alla Mecca, anche se in realtà è possibile che il sultano perseguisse anche l’obiettivo di rendere più rapido il trasporto delle truppe verso quei territori.

Dal punto di vista tecnico l’opera ingegneristica rappresentò un’eccellenza per l’epoca. I contributi maggiori arrivarono da musulmani di tutto il mondo provocando una grande slancio di solidarietà dal grande valore simbolico nei confronti degli europei. Così, il panislamismo servì soprattutto a mobilitare i musulmani dell’Impero intorno all’idea di califfato e a rafforzare il legame con le provincie arabe. Malgrado ciò, la religione islamica non avrebbe più ricoperto quel ruolo di prim’ordine raggiunto prima delle Tanzimat. Al contrario, le tendenze alla secolarizzazione dell’epoca delle riforme si rafforzarono e gli ulema (dotti nelle scienze religiose) non ritrovarono il loro tradizionale potere, continuando a essere controllati da vicino dal potere civile. Questa tendenza è comprovata dal calo dei libri di religione rispetto all’insieme della pubblicistica, il 14% in epoca hamidiana contro il 38% del periodo di Abdülmecid I e il 22% del governo di Abdülaziz (R. Mantran, 1999). A parte alcune eccezioni, inoltre, le confraternite – tarikat – furono abbandonate al loro stato di decadenza come le scuole religiose superiori – medrese -, la cui riforma sarà intrapresa con i Giovani Turchi. Il sultano diffidava infatti degli studenti delle medrese, i softa, spesso irrequieti. E la censura ottomana faceva fuggire verso il Cairo tutti coloro che a Istanbul, o nelle provincie arabe, credevano alla modernizzazione dell’islam. Il risultato fu che nel campo della teologia tradizionale, come in quello del pensiero riformista, il Cairo scalzò Istanbul come capitale religiosa del mondo musulmano. Risultato quanto mai paradossale rispetto alla grande politica panislamica pensata e voluta da Abdülhamid II.

Va detto che egli agiva in un contesto difficilissimo. La sua salita al trono coincise infatti con la spinta maggiore dell’imperialismo che, di lì a poco, avrebbe portato alla pressoché completa “spartizione del mondo”. La crisi del 1873 e il ritorno al protezionismo indussero le grandi potenze alla spasmodica ricerca di materie prime e di mercati. L’Impero ottomano costituì una delle prime “prede” dell’espansionismo europeo, anche se durante i trent’anni tra la “conquista” inglese dell’Egitto e l’occupazione italiana in Libia (1911) i territori ottomani non saranno diretto oggetto delle mire coloniali europee (A. Biagini, 2011). Questo atteggiamento non impedì però agli Stati occidentali di profittare dei privilegi che le Capitolazioni (privilegi ai sudditi o cittadini dei paesi europei) conferivano loro e dei vantaggi ottenuti tramite i trattati commerciali con la Porta per intensificare i loro interessi economici, finanziari e culturali nell’Impero ottomano. Dopo il Congresso di Berlino il governo di Istanbul trattò con i leader dei creditori europei per negoziare le nuove condizioni del debito, accordi chiusi nel novembre 1881 con la promulgazione del “decreto di Muharrem” (uno dei mesi del calendario islamico). Alla risoluzione di questo debito il governo destinò un certo numero delle sue entrate – il monopolio del sale, l’imposta sugli alcolici, le tasse di bollo, la decima sulle sete, la tasse sulla pesca e le entrate del tabacco – amministrandole attraverso un organismo finanziario distinto dal ministero delle Finanze ottomano: l’Amministrazione del Debito pubblico. In questo modo, e contraendo prestiti tra il 1881 e il 1908 con interessi poco elevati (dal 3% al 4%), l’Impero ottomano si salvò dalla sorte patita dalla Tunisia e dall’Egitto, che caddero sotto il controllo politico europeo per motivi d’insolvenza (R. Mantran, 1999)

L’attività praticata per il servizio del Debito Pubblico ottomano, dal 1882 al 1887, fu documentata in un rendiconto delle entrate e delle uscite redatto a cura del Consiglio di amministrazione e destinato ai titolari delle obbligazioni. Il documento, che riassume tutte le operazioni fatte dal Consiglio nei primi cinque anni di gestione del debito, fu compilato tramite il libro degli incassi e delle spese correnti della direzione generale e dell’amministrazione, il registro delle note statistiche sui capitali del Debito Pubblico, e quello dei pagamenti effettuati per interessi e per l’ammortamento (L. Pulejo, 2005).

In alcuni casi circoscritti il Debito pubblico giocò anche un ruolo economico positivo come per l’allevamento del baco da seta – danneggiato dalla concorrenza dell’Estremo Oriente – attività redditizia che fu ripristinata, ma bisogna riconoscere che la creazione di questo nuovo organismo finanziario rappresentò una forte perdita di sovranità per l’Impero ottomano: una sorta di Stato nello Stato. Alla fine del regno hamidiano (1909) l’Amministrazione possedeva 720 succursali per rastrellare le tasse nelle provincie, impiegando più di 5mila persone – più del ministero delle Finanze – e gestendo il 30% delle entrate imperiali, un vero e proprio colosso finanziario. Con la Banca ottomana, a capitali soprattutto francesi, e la Deutsche Bank – nell’Impero ottomano dal 1888 – il Debito pubblico si trovò al centro del dispositivo di controllo delle finanze e dell’economia ottomane. Assicurando la garanzia e l’investimento di prestiti ottomani in Europa esso costituì il maggiore intermediario per gli investimenti industriali. Il Debito pubblico fu affiancato dal Monopolio dei Tabacchi (1883), a capitale essenzialmente francese, che constava di novemila addetti, di cui una parte formata da una sorta di esercito privato incaricato di sopprimere il contrabbando illegale.

Alla guida di questi due colossi pubblici vi erano in gran parte stranieri, mentre la manodopera era costituita da musulmani, da ciò l’astio che le due nuove istituzioni raccolsero attorno a sé in quanto simboli del capitalismo europeo. A tal proposito è interessante rileggere il rapporto che il tenente colonnello Giovanni Bollati redasse a Istanbul per lo Stato Maggiore dell’Esercito italiano (10 dicembre 1885). Il documento è conservato presso l’Archivio dello Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito (AUSSME) all’interno del fondo G-29. In La grande linea commerciale dal Golfo Persico a Salonicco Bollati individuò una possibile tratta commerciale da sfruttare in previsione di scambi e relazioni tra i Paesi dell’Europa meridionale e la penisola indiana, studio che testimonia l’interesse delle grandi potenze europee (ma anche di realtà minori come l’Italia) verso nuovi mercati. Secondo Bollati, il Golfo di Alessandretta (Iskenderun) e le valli dell’Eufrate avrebbero costituito la più breve e naturale linea di transito commerciale tra l’Italia e l’India, qualora quelle aree, all’interno dei confini ottomani, fossero state più accessibili e munite di mezzi di locomozione a vapore (G. Bollati, 1885). L’analisi politico-strategica dell’ufficiale italiano rispecchiava la realtà dell’epoca, che rendeva il Golfo di Alessandretta un importante obiettivo, ambito in particolar modo dalla Russia. Anche l’Inghilterra ne rivendicava il dominio, poiché l’area faceva parte della linea d’occupazione dell’isola di Cipro, dalla quale l’Inghilterra dominava direttamente lo sbocco di Alessandretta, tutta la costa meridionale e occidentale dell’Anatolia e le vicine coste della Siria e della Palestina, mantenendosi vicina al Canale di Suez. La Francia, invece, grazie al Trattato di Berlino, aveva rafforzato il suo protettorato sui cattolici di Siria e Palestina. Ad ogni modo, secondo Bollati, la Russia si trovava nelle condizioni migliori per poter gestire la linea commerciale che da Alessandretta si estendeva verso la Valle dell’Eufrate, e l’Inghilterra si trovava nelle condizioni migliori per dominare le rotte marittime dal Golfo Persico e nel tratto da Alessandretta a Salonicco. L’analisi di Bollati esaltava le conquiste politiche e strategiche di Russia, Inghilterra e Francia, che proseguivano parallelamente all’aumento di dirigenti stranieri in seno ai due colossi pubblici da poco istituiti: Debito Pubblico e Monopolio dei Tabacchi. E l’Italia?

L’Italia fino al presente non è padrona d’alcun punto in mare e in terra lungo quella linea e appare priva di qualsiasi diritto per proteggere efficacemente i propri interessi. Riesce pertanto interessante l’indagine se, proponendogli questo scopo, possa ravvisarsi opportuno il dare appoggio alle sue operazioni in quei mari e lungo quelle coste coi metodi delle altre potenze inaugurati e pervicacemente inseguiti e ciò dall’unico punto di vista militare venga ulteriori preoccupazioni(G. Bollati, 1885).

Il quadro non era brillante e l’ufficiale italiano proponeva una strategia risolutiva ai vertici militari italiani, per “raggiungere” i vantaggi acquisiti dalle potenze rivali, considerando la zona marittima quale primo obiettivo necessario a esercitare l’influenza italiana nelle regioni interne dell’Asia Minore. Si poteva così ipotizzare il dominio sul Mar Egeo attraverso la linea di navigazione tra Alessandretta e Salonicco, che però implicava il controllo di scali soggetti alla Porta (le isole di Rodi, di Chio, di Mitilene e di Lemno, tutte appartenenti all’arcipelago delle Sporadi) o di essa tributari, come Samo.

Bollati propone di conquistare tali postazioni strategiche, prima fra tutte Rodi. Anche Chio offriva buone condizioni d’approdo e di rifugio ed era molto vicina allo Stretto che conduceva al porto di Smirne (Izmir). Mitilene era fornita di ampie e sicure baie per possibili sbarchi e collocata in posizione geostrategica per sorvegliare lo sbocco del Golfo di Smirne e a Nord lo Stretto dei Dardanelli. Infine Lemno era di facile approdo per le coste basse e utile per il controllo del passaggio dai Dardanelli al Golfo di Salonicco. Bollati elencava poi indicazioni sulle condizioni climatiche, geografiche, sociali e strettamente militari delle isole in questione, proprie degli studi di “geografia militare”, fornendo dati validi ai fini di un’eventuale occupazione italiana.

L’epoca di Abdülhamid II, in conclusione, non blocca la lunga ma inesorabile caduta dell’Impero. Le riforme dall’alto assorbono risorse economiche senza incidere in maniera decisiva sulla modernizzazione del paese. Certo, alcuni settori si avvantaggiano in qualche modo delle iniziative intraprese, come quello dei trasporti. Le ferrovie soprattutto beneficiano delle quote d’investimento più alte – circa i due terzi dei capitali impegnati nell’Impero ottomano prima della Grande Guerra – versate dagli investitori stranieri, attirati con vari espedienti e i cui profitti sono garantiti dal governo ottomano. Nel 1888 un gruppo tedesco ottiene la concessione della ferrovia dell’Anatolia. I lavori terminano nel 1892 allorché la strada ferrata raggiunge Ankara; successivamente si aggiunge una diramazione per Konya via Eskişehir. Anche le provincie arabe vedono una rapida espansione delle ferrovie: in totale si passa dai 1800 chilometri di strade ferrate del 1878 ai 5.800 del 1908, alle quali vanno aggiunte la sistemazione dei porti, dei moli e la costruzione di fari. Degli investimenti stranieri, il 73% circa del totale era legato alla costruzione di ferrovie e all’ammodernamento dei moli e dei porti, e arrivava all’81% se si considerano anche assicurazione e banche, mentre solo il 10% dei capitali stranieri riguardava l’industria o le miniere, di conseguenza i pur ingenti capitali impiegati non contribuirono più di tanto allo sviluppo dell’Impero ottomano.

Va detto che, oltre all’ingerenza nell’economia e nella finanza, i paesi occidentali esercitarono nell’area ottomana un forte ascendente culturale che divenne presto oggetto di scontro fra gli Stati, che inoltre rivaleggiavano fra loro nel campo della protezione delle minoranze non musulmane dell’Impero. Le missioni protestanti americane, verso il 1830 – sotto l’egida dell’American Board of Commissioner for Foreign Missions – iniziarono infatti la loro “penetrazione” culturale attraverso una serie di iniziative a carattere filantropico o lavorando nell’ambito della formazione con l’istituzione di scuole. La loro azione si sviluppò soprattutto dopo il 1870, quando si contavano 205 scuole che comprendevano un totale di 5.500 allievi, per passare poi, nel 1885, a 390 istituti a “stelle e strisce” e 13.800 alunni. Gran parte di questi istituti era stato creato nelle provincie dell’est dell’Anatolia, dove gli armeni costituivano infatti la maggior parte degli effettivi scolastici delle missioni americane. Ma anche il Robert College, il più famoso istituto americano di Istanbul, nel 1908 contava nei suoi ranghi non più del 5% di turchi.

Anche la Francia affermò con forza la sua presenza culturale nell’Impero ottomano al volgere del secolo, anche perché la lingua francese era la più diffusa in ambito culturale, negli ambienti diplomatici, nel settore degli affari (i documenti del ministero degli Affari Esteri ottomano erano redatti in gran parte in francese, come francese era la lingua utilizzata dal Debito pubblico, dalla Banca ottomana e dal Monopolio). Numerosi giornali venivano pubblicati in francese e nelle scuole ottomane la lingua dei francesi era quella maggiormente studiata. Di fronte a tali iniziative intese a occidentalizzare in qualche misura l’Impero ottomano, la politica del sultano, per l’insita fragilità del sistema, non riusciva a essere ferma e si muoveva in maniera contraddittoria tra la sua volontà di difendere a ogni costo l’integrità dell’Impero e l’impossibilità di sottrarlo agli interessi europei. In realtà, non potendo opporsi all’espansionismo degli stranieri, Abdülhamid II cercava di coinvolgerli nella convinzione che, quanto più avessero avuto interessi nell’Impero, tanto più avrebbero cercato di mantenerlo in vita.

Quanto alla consistenza demografica dell’Impero, non è di facile valutazione poiché i dati riportati dalla storiografia che si è occupata del tema non sono univoci. Resta il sospetto che, se da un lato l’analisi quantitativa potesse essere un’utile base per le riforme, specie nella riorganizzazione delle finanze e dell’esercito, dall’altro il dubbio che i numeri venissero strumentalizzati era concreto. Come riporta Robert Mantran, un primo censimento generale degli uomini fu intrapreso qualche anno dopo la soppressione dei giannizzeri dando un riscontro di 3,6 milioni di unità, ma il vero e proprio censimento generale comprensivo anche delle donne, iniziato nel 1881 e ultimato solo nel 1893, stimò la popolazione totale dell’Impero intorno ai 17 milioni, cifra con ogni probabilità erronea per difetto. Un secondo censimento, realizzato nel 1905-1906 per correggere gli errori del primo e valutare più esattamente la consistenza delle diverse comunità confermava la cifra prevista di 20 milioni di abitanti ma non poneva certo fine alla “guerra delle statistiche” che si sarebbe estesa fino all’indomani della Prima guerra mondiale e in cui si susseguirono distorsioni e falsificazioni di numeri.

La popolazione nei territori dell’Impero, in ogni caso, cresceva, anche a causa dell’immigrazione. A partire dalla fine del XVIII secolo, infatti, l’Impero ottomano cominciò ad accogliere le popolazioni musulmane che, dinanzi all’espansionismo russo, fuggivano dai territori che circondavano il Mar Nero, dal Caucaso e dall’Asia centrale. Flussi particolarmente massicci si ebbero negli anni ’60, dal Caucaso, durante e dopo la guerra del 1877-78 e nel 1897, dopo la concessione dell’autonomia a Creta, quando decine di migliaia di musulmani abbandonarono l’isola per trasferirsi sulla costa occidentale dell’Anatolia. A causa di tali ingenti flussi migratori, il governo ottomano, nel 1878, creò una Commissione per i rifugiati – Muhacirin Komisyonu – con il compito di facilitare il trasporto degli immigrati e di organizzare la loro sistemazione, per lo più in prossimità della nuova frontiera con la Russia. A est, il governo cercò di stanziare i musulmani originari del Caucaso in modo da accrescere in quell’area la presenza musulmana. Questo aggravò la situazione degli armeni. Dai Balcani si rifugiarono non solo turchi, ma anche bosniaci, tatari e nogai. L’assimilazione di questi elementi fu lenta e costituirà uno dei problemi che l’Impero lascerà in eredità alla repubblica.

Verso la fine del secolo, in parallelo con alcuni piccoli e grandi movimenti in occidente, vi fu una riacutizzazione dell’agitazione delle nazionalità. Nelle provincie armene le violenze si aggravarono alla fine del 1894 nella regione di Sasun e per due anni gli atti di ribellione e di feroce repressione si susseguirono nell’Anatolia orientale e a Istanbul. Nei Balcani, i comitati rivoluzionari passarono all’azione nello stesso periodo: l’Organizzazione rivoluzionaria interna della Macedonia (1893) fu presto seguita dall’Etnikì Hetairìa greca e dalle organizzazioni serbe che rivendicavano tutte la stessa porzione di territorio. L’autocrate ottomano non riuscì a frenare le aspirazioni delle nazionalità dell’Impero all’autonomia e alla libertà, anche se, all’inizio del 1897, ebbe la meglio sui greci che si battevano per la loro aspirazioni su Creta e sulla Macedonia. Quella vittoria ottomana regalò prestigio al sultano, dimostrando l’efficacia dei suoi consiglieri militari tedeschi, ma non poté essere trasformata in successo diplomatico poiché le potenze europee imposero alla Porta, come si è accennato, l’autonomia di Creta sotto il loro controllo. La Macedonia invece rimarrà ottomana fino al 1912. Il suo territorio si sviluppava dall’Albania fino alla Tracia e comprendeva le tre provincie del Kosovo, di Monastir e di Salonicco. Lì convivevano diverse etnie – turchi, albanesi, greci, serbi, bulgari, ebrei, zigani, valacchi – e si praticavano diverse confessioni religiose.

Appena un anno dopo la fine della guerra dei Balcani l’Impero ottomano era di nuovo in guerra – per l’ultima volta. La questione del perché il governo unionista di allora avesse deciso di unirsi agli Imperi centrali, in quella guerra, fu fonte di dibattito sia in Turchia sia in Italia dove i documenti degli addetti militari italiani – custoditi presso l’Archivio dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito (AUSSME) -, oltre ai Documenti Diplomatici Italiani, ci aiutano a comprendere meglio le strategie politico-militari ottomane, ampliando il quadro interpretativo attraverso documentazione inedita.

Questi i primi mesi di guerra dell’Impero ottomano che lo studio intende interpretare alla luce del cospicuo fondo G-29, denominato “Addetti militari in Turchia”, custodito presso l’Archivio dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito (AUSSME). Il fondo possiede 12 buste (103-114) e comprende un arco cronologico dal 1890 al 1930. Per ciò che riguarda l’Impero ottomano e la Grande Guerra le buste di maggiore interesse scientifico sono la numero 110, fascicolo 8, la busta 111, in particolar modo il fascicolo numero 9 e la busta numero 112, fascicolo 10.

Attraverso questi resoconti si cercherà di ricostruire il primo anno di guerra dell’Impero ottomano, con la speranza di gettare nuova luce sui primi dodici mesi di guerra che Istanbul si trovò ad affrontare, in piena crisi politica e sociale.