L’impegno di Taiwan per la tutela dell’ambiente e del clima nonostante l’ennesima discriminazione politica

In queste settimane si sta registrando un nuovo scandaloso caso di pressione politica della Cina per escludere Taiwan dai fori internazionali. A causa del diktat imposto da Pechino, infatti, Taiwan non potrà partecipare alla 24ª sessione della conferenza delle parti (COP24), sotto la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), prevista in Polonia nel prossimo mese di dicembre. Un fatto molto grave perché la conferenza sarà un appuntamento importante nel quale i Paesi partecipanti dovranno adottare decisioni fondamentali per assicurare al meglio la piena implementazione degli Accordi di Parigi.

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Escludere Taiwan significa tenere fuori da queste scelte, cruciali per l’avvenire del Pianeta, un Paese guida a livello mondiale nel contrasto ai cambiamenti climatici e nello sviluppo di politiche che rappresentano un modello per l’intera comunità internazionale. Taiwan sta, infatti, lavorando con determinazione sui propri ambiziosi obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra: nel giugno 2015 il Parlamento taiwanese ha approvato la Legge sui gas serra (Greenhous Gas Reduction and Management Act) fissando obiettivi di riduzione del carbonio a cinque anni, per diminuire entro il 2050 le emissioni di gas al 50 per cento dei livelli del 2005; il Governo di Taipei ha quindi reso effettive diverse misure, tra cui le linee guida nazionali di azione sul cambiamento climatico (National Climate Change Action Guidelines), il piano d’azione per la riduzione dei gas serra (Greenhouse Gas Reduction Action Plan), il piano d’azione per il controllo delle emissioni di gas serra (Greenhouse Gas Emissions Control Action Plan) e la modifica della Legge sul controllo dell’inquinamento atmosferico (Air Pollution Control Act). Escludere Taiwan – per la solita, prepotente imposizione cinocomunista dovuta all’odio politico di quel regime nei confronti della libera democrazia taiwanese – significa anche dare ulteriore corda, ancora una volta, alle inaccettabili pretese di Pechino  per emarginare dalla comunità internazionale un Paese che ha pienamente, secondo il diritto internazionale, i requisiti della sovranità (territorio, popolazione, acque e spazio aereo), rispetta e promuove tutti i diritti umani, civili, politici, religiosi e sociali dei suoi 23 milioni di abitanti, che sono  “cittadini del mondo”.

Tutto questo avviene nella ipocrita indifferenza di tanti Governi – con qualche rara eccezione – che sono abituati a dare aria ai denti con la retorica evocazione di  “principi” e di “valori”, pronti a rinnegarli quando arrivano le imperative istruzioni cinesi. Lo avevamo già visto, lo scorso maggio in sede di Assemblea Mondiale della Sanità, alla quale Taiwan ha fruttuosamente partecipato, con lo status di Osservatore, dal 2008 al 2016. Ma il colore del Governo eletto a Taiwan nel 2016 era ed è sgradito alla nomenclatura comunista cinese e, allora, ecco partire da Pechino l’ordine di escludere Taiwan, al quale si sono piegati sia l’AMS – tradendo il suo stesso Statuto che vieta discriminazioni politiche, religiose, razziali – sia gli altri Governi. Considerazioni analoghe sono purtroppo inerenti alla collaborazione con l’ICAO per la sicurezza aerea, e con l’Interpol, l’organismo preposto a coordinare le attività di tutela della legalità internazionale che, nelle scorse settimane, è stato al centro dello sconcertante caso del suo Presidente, un gerarca della polizia cinese, arrestato dalle stesse autorità di Pechino. La moglie e i figli, terrorizzati dalle conseguenze, hanno chiesto asilo politico alla Francia. Qualcuno dovrebbe spiegare come e perché, anni orsono, i Paesi membri dell’Interpol accettarono di eleggere a Presidente dell’organismo l’esponente di quel regime comunista che aveva, come tutti sanno, la priorità di perseguire i dissidenti cinesi rifugiati all’estero. Dunque, nello scorso ottobre il Segretariato generale dell’Interpol ha notificato al Governo di Taipei la decisione (pretesa da Pechino) di non farlo partecipare all’imminente vertice plenario di Dubai, citando a supporto la risoluzione del 1984 che riconosceva al regime di Pechino l’unica rappresentanza della Cina. Il solito triste e insensato ritornello, estraneo alla realtà e al diritto.

I problemi diplomatici che Taiwan subisce da decenni derivano, infatti, da motivazioni di carattere strettamente politico. E quanto avviene nell’ambito delle organizzazioni internazionali multilaterali contrasta clamorosamente con il fatto – riconosciuto, anni orsono, anche dal nostro Ministero degli Esteri – “che la personalità giuridica internazionale di Taiwan non può essere messa in dubbio, in quanto questa viene attribuita alle entità che siano organizzazioni sovrane di una comunità territoriale. In tale categoria appare evidentemente rientrare Taiwan, la cui soggettività internazionale viene contestata per motivazioni eminentemente politiche e non in base a riscontri fattuali”. Come amaramente ammesso dal nuovo rappresentante della Germania a Taipei, l’Ambasciatore Thomas Prinz, se è vero che “il ruolo costruttivo di Taiwan nelle relazioni internazionali è ben riconosciuto e apprezzato“, “sfortunatamente questa situazione (della esclusione dagli organismi internazionali imposta dalla Cina) non è nelle nostre mani”. Ovvero: “La Germania prova a supportare Taiwan ma nella situazione attuale ciò è molto complicato”. Nel Regno Unito, i parlamentari Nigel Evans e Lord Rogan (Vicepresidente della Camera dei Lord), a nome del British-Taiwanese All-Party Parliamentary Group di cui sono co-presidenti, hanno protestato per l’impossibilità di Taiwan di intervenire come osservatore all’Assemblea dell’Interpol, richiamando l’articolo 2 dello Statuto della stessa Organizzazione secondo cui il suo obiettivo è di assicurare e promuovere la mutua assistenza, nel modo più ampio possibile, tra tutte le autorità di polizie del mondo per creare il migliore network globale della sicurezza. Come è possibile che, a fronte delle emergenze mondiali in materia di sicurezza, una nazione venga esclusa in questo modo? Che la sicurezza dei cittadini taiwanesi, peraltro legata a quella degli altri paesi e popoli, non sia degna di essere perseguita? In questo modo si contraddicono palesemente i principi di non discriminazione politica, religiosa, razziale, economica alla base dello Statuto dell’ONU e delle sue agenzie.
E’ augurabile che, in uno scenario così critico, il Governo italiano. chiamato in causa nei giorni scorsi da una Interrogazione del Senatore Adolfo Urso – già Vice Ministro dello Sviluppo Economico e Presidente della “Fondazione Fare Futuro” – firmata anche dai Senatori Enrico Aimi, Andrea De Bertoldi, Gianpietro Maffoni, Lucio Malan, Gaetano Nastri, Isabella Rauti e Francesco Zaffinifocalizzata sulla prossima Conferenza sul clima, abbia la volontà e la capacità di promuovere una iniziativa in seno alla Unione Europea a sostegno dei diritti dei 23 milioni di cittadini taiwanesi. Il riconoscimento di tali diritti significherebbe non solo il doveroso superamento del vulnus, tuttora esistente, tra le ragioni fondanti di tali Organismi e le perduranti discriminazioni esercitate nei confronti di Taiwan, ma corrisponderebbe all’interesse di tutta la comunità internazionale.

Nelle premesse dell’Interrogazione del Sen. Urso è messo in evidenza che “Taiwan, rinomata per la sua esperienza nello sviluppo di tecnologie verdi, ha la volontà ed è in grado di contribuire alle iniziative globali in risposta al cambiamento climatico attraverso la cooperazione bilaterale e multilaterale. Nel corso dei decenni Taiwan ha, infatti, intrapreso numerosi progetti di proficua cooperazione con diversi Paesi in via di sviluppo del Pacifico, dei Caraibi, dell’America Latina e dell’Europa orientale, con ciò contribuendo a ridurre in modo sensibile le loro emissioni di diossido di carbonio, a rinforzare la capacità adattativa della loro agricoltura e a migliorare i loro sistemi di previsione meteorologica e di efficienza energetica”. Di fronte ad una realtà del genere non si può continuare a rimanere inerti: è evidente la necessità e l’urgenza di rendere più effettive le posizioni, ancora troppo timide, espresse dal nostro Governo. Come dichiarato dal Sottosegretario agli Esteri On. Guglielmo Picchi, in risposta alla predetta Interrogazione, nella seduta della Commissione Esteri del Senato dello scorso 7 novembre,  “l’Italia è consapevole che l’Isola di Taiwan è molto attiva sul fronte della mitigazione e dell’adattamento ai cambiamenti climatici e, in particolar modo, riguardo allo sviluppo e al trasferimento di tecnologie a basse emissioni di carbonio”. Al tempo stesso “l’Italia guarda con favore ad una partecipazione di Taiwan ai fora multilaterali a condizione che quest’ultima risulti compatibile con l’adesione del nostro Paese alla politica di ‘una sola Cina’”. Ecco il punto: come rendere concreta questa compatibilità? Essa è perfettamente realizzabile, come dimostra la già citata presenza di Taiwan all’Assemblea Mondiale della Sanità, dal 2008 al 2016. Dunque tocca ai Paesi e ai Governi che hanno veramente a cuore gli obiettivi e le finalità dell’AMS, come dell’ICAO e dell’Interpol, pretendere tutti insieme che le discriminazioni politico/partitiche restino fuori da quelle sedi.