L’impatto del Next Generation EU sulla politica estera dell’Italia. Il punto di Marco Mayer

Il pacchetto di fondi europei del Next Generation EU per la ripresa dalla pandemia del Covid-19, approvato dal Consiglio Europeo nel luglio del 2020 per aiutare gli Stati dell’Unione europea. Ma quali potrebbero essere le implicazioni di tali finanziamenti sul ruolo internazionale dell’Italia e della sua politica estera? Per rispondere a questa domanda abbiamo intervistato Marco Mayer, docente al Master in Cybersecurity della LUISS, che proprio su questo tema è intervenuto il 1° marzo 2021 in Audizione alla Commissione Esteri della Camera.

L’impatto del Next Generation EU sulla politica estera dell’Italia.  Il punto di Marco Mayer - Geopolitica.info

Professore, grazie anzitutto per la disponibilità. Partiamo da un dato preliminare: con il NGEU dovremo gestire circa 200 miliardi di fondi europei, come saranno suddivisi?

La prima raccomandazione è avere visione di insieme su tutti i finanziamenti disponibili, pertanto è necessario tener conto anche dei fondi europei che arriveranno in Italia dal bilancio pluriennale UE.  Le risorse del NGEU vanno, infatti, ad affiancare le tre macro-aree previste dal Multiannual Financial Framework 2021/2027. Il Regolamento di attuazione del NGEU impone, infatti, agli Stati membri di assicurare la massima complementarietà tra i due canali finanziari.  

Dopo anni di frammentazione è indispensabile una visione d’insieme sull’utilizzo di tutti gli strumenti finanziari europei che sono a disposizione dell’Italia, siano essi gestiti a livello nazionale, regionale o anche direttamente a livello comunitario. Sappiamo che negli anni passati l’Italia non ha brillato nell’utilizzo delle risorse europee con forti divaricazioni tra regioni e tra settori.

Desidero ricordare, infine, che nell’adottare il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) il regolamento attuativo approvato dal Consiglio Europeo e dal Parlamento Europeo impone l’adozione di meccanismi preventivi in materia di conflitti di interesse, contrasto alla corruzione e misure antifrode.  

Quali saranno le implicazioni il ruolo internazionale dell’Italia?

Nel bilancio pluriennale 2021/2027 le risorse destinate a irrobustire la postura globale dell’Europa ammontano a circa 140 miliardi e riguardano i seguenti comparti: politiche esterne; difesa e sicurezza; cooperazione allo sviluppo; politiche di vicinato; frontiere e flussi migratori. Per quanto riguarda il PNRR più di 200 miliardi di euro saranno destinati a contrastare i cambiamenti climatici e promuovere la transizione ecologica con l’impegno di azzerare le emissioni nel 2050, un contributo molto significativo dell’Europa alle politiche globali per la salvaguardia ambientale. 

Penso che l’Italia saprà fare la sua parte nella transizione ecologica, ma la condizione è che essa non sia concepita come un processo autoreferenziale tutto rinchiuso nello spazio del nuovo dicastero.  Nonostante i tempi stretti e i ritardi occorre evitare che le priorità per la transizione ecologica si sviluppino in una stretta cerchia negoziale (istruttoria su innumerevoli progetti sostenuti da imprese e da associazioni ambientaliste a esse variamente collegate).

La transizione ecologica deve essere ben altro, una sfida trasversale per l’intero Governo e per le Regioni; essa è un appuntamento decisivo per il futuro del Mezzogiorno e con esso strettamente connesso alle prospettive di crescita sostenibile della regione mediterranea. Per coinvolgere i territori del Sud e per evitare i tradizionali approcci settoriali un difficile lavoro di connessione spetterà nelle prossime settimane al Ministro per la Coesione e al Sottosegretario agli Affari Europei.  

Nell’ambito della specifica iniziativa NGEU quale sarà l’impatto del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza per l’Italia a livello globale? Quali i punti fondamentali imprescindibili?

Non c’è dubbio che gli obiettivi del PNRR di circa 200 miliardi, e le modalità con cui l’insieme risorse europee saranno spese dall’Italia, avranno, nel bene o nel male, un’influenza molto rilevante sul ruolo internazionale del nostro paese.  

Non ha alcun senso parlare di resilienza in un’ottica puramente nazionale. Quattro anni di sovranismo populista alla Trump hanno dimostrato agli occhi del mondo quanto una politica incredibilmente miope e orientata all’inward looking abbia indebolito una superpotenza come gli Stati Uniti. 

 Per perseguire con successo la propria resilienza una nazione deve innanzitutto considerare che i processi di digitalizzazione producono una profonda e inedita interazione tra dinamiche interne e dinamiche esterne. Nelle società digitali in cui viviamo, le distinzioni nette tra alcune polarità tradizionali (politica interna/politica estera, civile/militare, mondo pubblico/privato) sono diventate più sfumate, mutevoli e complesse. 

Come vede l’interrelazione tra piano nazionale di resilienza e politica estera?

Non è immaginabile l’idea di costruire un’Italia più resiliente senza irrobustire con la necessaria velocità e determinazione le sue relazioni transatlantiche; in raccordo con la nuova amministrazione del Presidente Biden abbiamo finalmente – dopo anni di declino – la possibilità di far leva sulla nuova rilevanza geopolitica dell’Italia.

All’interno di una coerente cornice euro atlantica il piano di ripresa e resilienza può creare le condizioni per sviluppare una presenza del nostro paese molto più incisiva e lungimirante nella regione mediterranea.

Con l’adozione di un approccio multidimensionale (risorse marine, sanità, energie rinnovabili, cooperazione interuniversitaria, collegamenti infrastrutturali, approdi turistici, apparati tecnologici e politiche di sicurezza, ecc.) la penisola può ridiventare un polo di attrazione per i paesi della sponda sud del mediterraneo soprattutto in questo momento in cui oggi i russi cominciano ad essere percepiti come presenza ingombrante;  ma  soprattutto in questi giorni in cui  per ragioni di fragilità interna la Turchia di Erdogan si è ritirata dalla Convenzione di Istanbul del 2011, un atto molto importante per la tutela delle  donne e per prevenire la violenza domestica.

E per quanto riguarda specificatamente la dimensione europea?

Nel difficile negoziato del luglio 2020 i negoziatori italiani Giuseppe Conte, Roberto Gualtieri e Enzo Amendola (insieme ai governi di Spagna, Francia e Germania) hanno  svolto un ruolo importante nell’imprimere una svolta nelle politiche europee; oggi a quasi un anno di distanza sulle spalle dell’Italia e del nuovo governo grava una notevole responsabilità. Se nella post pandemia l’Italia saprà spendere presto e bene le risorse UE la nuova politica europea in campo economico e fiscale potrà consolidarsi nel medio e lungo termine.

In caso contrario è probabile che i paesi “frugali” come Olanda, Austria, Danimarca, ecc. possano mettersi nuovamente di traverso.  

Perché la risposta europea alla crisi del 2020 è stata diversa rispetto alla crisi del 2008?

La pandemia è stata l’elemento determinante, ma alcuni nodi irrisolti c’erano anche prima. L’effetto combinato della rivoluzione tecnologica e dei processi di globalizzazione ha messo in crisi i capisaldi delle tradizionali politiche economiche e fiscali.

Negli Stati Uniti hanno capito prima che in Europa i pericoli insiti nelle politiche di austerità (ispirate ai dogmi del Washington Consensus). La Fed ha colto l’importanza di stimolare l’economia con consistenti interventi pubblici e con un ruolo proattivo delle banche centrali; per citare una celebre espressione di Olivier Blanchard la necessità di ripensare lo spartito della macroconomia.

Mi limito a indicare tre esempi su cui concentrare l’attenzione dei decisori. In primo luogo l’efficacia di una misura economica adottata da un governo ha sempre meno che fare con la distinzione formale (giuridico-contabile) tra spese correnti e spese in conto capitale e sempre di più con la distinzione (difficilissima da definire)  tra “debito buono” e “debito cattivo”; gli interventi non convenzionali delle banche centrali costituiscono le fondamenta che consentono agli Stati ed alle banche di esercitare in sicurezza le proprie attività;  last, but not least la crisi f del 2007/2008 ha dimostrato che i  modelli di equilibrio finanziario tra domanda e offerta – come regolatori dell’economie aperte di mercato- a cui eravamo abituati fino alla caduta del muro di Berlino, non possono automaticamente essere estesi a livello globale. 

Le dinamiche di potere che caratterizzano i mercati globali sono lontani anni luce dalle logiche che hanno ispirato la celebre metafora della fiera del borgo di campagna di Luigi Einaudi. 

Si è aperta una fase inesplorata che impone l’elaborazione di un nuovo pensiero critico che riassumo con una battuta. Siamo saliti su un crinale pericoloso: l’andamento nelle borse mondiali di una multinazionale che produce vaccini anti Covid rischia di dipendere più dalla potenza delle armi mediatiche (offensive e difensive) di cui dispone che dalla efficacia e dalla sicurezza dei vaccini anti Covid che produce.

In questo momento per l’Italia cosa significa Mario Draghi come presidente del Consiglio?

Draghi nella sua veste di primo presidente del Financial Stability Board (dal 2009 al 2011) ha sottolineato i grandi rischi alla stabilità economico-finanziaria derivanti dai processi di concentrazione del potere. Come ho accennato sino ad allora l’attenzione degli economisti era prevalentemente concentrata sugli squilibri finanziari tra domanda e offerta di mercato come fattore scatenante delle grandi crisi economico-finanziarie.  L’ex governatore della Bce, invece, ha acceso i riflettori sull’importanza delle “istituzioni di rilevanza sistemica” e sulla necessità di un attento monitoraggio del loro concreto funzionamento.  

Gli studiosi di scienze sociali sono ben consapevoli che l’espressione “rilevanza sistemica” allude ad un fattore di potere.  Tutti concordano sul fatto che studiare le dinamiche di potere (nelle sue molteplici dimensioni) sia fondamentale per comprendere il funzionamento profondo di una società.

Tuttavia, c’è un problema. Gli scienziati sociali sanno bene quanto sia arduo definire “unità di misura del potere” che possano essere applicate con metodologie di tipo quantitativo.

Sotto questo profilo ritengo che durante la presidenza del FSB Draghi abbia dato un contributo intellettuale molto promettente e innovativo rispetto ai paradigmi dominanti.

Nel 2020 nel mondo erano 30 le banche individuate dallo Financial Stability Board con la cooperazione della BIS come entità dotate di rilevanza sistemica.

Nell’attuale crisi pandemica e per i meccanismi di trasmissione, contagio e interdipendenza finanziaria la crisi o il collasso di anche una sola di queste 30 organizzazioni può produrre effetti devastanti su scala continentale e globale.

A mio avviso il concetto di “rilevanza sistemica degli attori” coniato da Draghi in campo bancario potrebbe essere utilmente sfruttato, almeno al livello analogico, per analizzare le dinamiche di potere in altri comparti allo scopo di attuare un’efficace politica di ripresa e resilienza.  

Può sottoporre ai lettori esempi concreti?

Penso in particolare all’ambito digitale e delle telecomunicazioni, settore a cui saranno destinati – al netto del settore sanitario – almeno 40 miliardi di euro del piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR).

A differenza dell’ambito finanziario gli attori globali di rilevanza sistemica nel campo delle information e communication tecnologies (ICT) non sono monitorati a livello globale, non esiste nessun strumento assimilabile al Financial Stability Board.  

Le loro attività rispondono essenzialmente alle leggi e alla cultura politica dei paesi di provenienza, all’andamento dei conflitti geopolitici, alle dinamiche della competizione economica e tecnologica globale e/o più semplicemente in alcuni casi (per l’innescarsi di imprevedibili effetto domino) non risponde a nessuno. 

In Italia chi saranno alla fine i destinatari dei fondi per la transizione digitale?

Il rischio economico/politico più evidente è che le risorse europee possano aumentare la dipendenza dell’Italia da attori economici asiatici (prevalentemente cinesi) aumentando ulteriormente le importazioni di know-how, tecnologie, apparati, devices, routers, cavi, sistemi di video sorveglianza, smartphones, componenti di varia natura, ecc.  

Nel corso degli anni 2019 e soprattutto 2020 – probabilmente in relazione all’annuncio dei finanziamenti europei – si è notata molta effervescenza in tutto il comparto digitale e in particolare nel segmento della Cybersecurity dove si sono moltiplicate le iniziative di collaborazione con istituzioni universitarie ed anche registrate operazioni di mergers & acquisitions che meriterebbero di essere adeguatamente attenzionate

Qual è il pericolo maggiore per l’Italia?

Nell’audizione alla Commissione Esteri della Camera ho accennato ad un’ipotesi di ricerca in corso di verifica: l’Italia e l’Ungheria potrebbero configurarsi come le principali porte di ingresso della Digital Silk Road in Europa. Forse è un’esagerazione, ma non si può escludere.   In materia di 5G e banda fissa ultra-larga manca ancora una mappa dettagliata dei gestori, dei vendor, dellerelative suppy chain e dei nodi e reticoli distribuiti nel territorio.

Al di là delle congetture accademiche mi preme sottolineare è che il pericolo da scongiurare è che i finanziamenti destinati alla resilienza tecnologica si trasformino per un “effetto boomerang” nell’esatto opposto, cioè in un aumento della dipendenza del nostro paese dalle forniture informatiche e di telecomunicazione provenienti da paesi totalitari.  

Le conseguenze per il Sistema Italia sarebbero negative non solo sotto il profilo della sicurezza nazionale (e dell’Alleanza Atlantica nel suo complesso), ma perché si prospettano altri livelli di rischi.

Quali?

Come ci ha insegnato l’esperienza del vaccino anti Covid la ricerca è fondamentale, non si può operare bene soltanto importando beni e servizi o lavorando per conto terzi. Un rischio è certamente lo squilibrio nella bilancia commerciale tra Italia e Cina (ma anche tra Regno Unito e Cina come sottolineato recentemente da Chris Patten).  

Ma oltre allo squilibrio mercantile ciò che preoccupa è il crescente gap tecnologico che può diventare irreversibile, a forza di esportare cervelli e aumentare le importazioni.

A questo proposito il senato americano ha condotto una interessante ricerca sul drenaggio di risorse e capitale umano dagli Stati Uniti alla Cina. Forse sarebbe interessante una iniziativa analoga sull’Italia.

A suo giudizio quale è il rapporto tra piano di resilienza e tutela della democrazia?

Uno degli obiettivi fondamentali dell’iniziativa NGEU è rafforzare la “resilienza istituzionale” delle democrazie in Europa.  Perché ciò avvenga con il PNRR l’Italia deve compiere una decisa e rapida inversione di rotta rispetto ai comportamenti assunti negli ultimi 3 /4 anni in materia di reti 5G e Broadband.  

Per esempio, le gare per la banda larga mobile e per la sperimentazioni di nuove reti e tecnologie digitali sono state vissute dal MISE come occasioni per far cassa senza comprendere il valore strategico dell’innovazione tecnologica ad esse connessa.

La CONSIP insieme a migliaia di stazioni pubbliche appaltanti ha organizzato le forniture informatiche alla PA sulla base dell’esclusivo criterio del prezzo; le normative sul Golden Power sono state si rafforzate, ma mai utilizzate nella pratica.

Qualcosa si è mosso nell’ambito dei dispositivi, apparati e reti cosidetti core, ma come ha sottolineato, tra gli altri, Chris Demchak, una delle maggiori esperte mondiali di Cybersecurity, quando si distingue core e non core si cammina su un terreno scivoloso, soprattutto oggi in una realtà operativa sempre più dominata da piattaforme e servizi Cloud.  

 Come vede la minaccia del totalitarismo digitale?   

Su questo punto la politica dovrebbe aprire gli occhi. Il nostro paese non può continuare a favorire – per quanto inconsapevolmente – la diffusione della cultura dominata dal “totalitarismo digitale”.  Mi riferisco ad una applicazione illiberale della tecnologia la cui espressione più eclatante è il “Social Credit System” avviato nel 2014 e completato nelle scorse settimane dal governo di Pechino.

La sorveglianza tecnologica di massa di tutti i cittadini su cui si fonda l’idea stessa del “Social Credit System” esprime una concezione di stato etico che si colloca ad una distanza siderale rispetto ai valori di libertà e dello stato di diritto su cui si fondano non solo i principi della nostra Costituzione Repubblicana e dell’Unione Europea, ma tutte le democrazie, occidentali e asiatiche.

La verità di cui pochi parlano è che la distinzione tra mondo libero e totalitarismi oggi è ancora più importante di ieri.

Viviamo, infatti, in una fase storica in cui la rivoluzione tecnologica solleva interrogativi sul futuro della democrazia nelle società aperte.

Is there room for democracy in the digital society? È il titolo che ho scelto più di tre anni fa per una mia lezione presso la Tel Aviv University, era il gennaio 2017.  Proprio perché ci preoccupiamo del ruolo invasivo di Amazon o di Facebook, proprio perché abbiamo reagito attivamente alle intrusioni degli apparati governativi statunitensi con il cosiddetto Snowden Effect, il totalitarismo digitale cinese non può né deve lasciare l’ Italia e l’Europa indifferenti.

Nelle relazioni con la Cina dobbiamo ovviamente puntare alla coesistenza pacifica ed anche alla cooperazione commerciale, ma è profondamente sbagliato tacere sulla distanza culturale che ci divide da un paese che non consente neppure ad una persona anziana di salire su un autobus se non ha scaricato l’app WeChat sul proprio cellullare. 

Come vede l’evolversi del rapporto tra tecnologia e democrazia e quali possono essere le implicazioni sulla politica estera italiana?

Mi preme innanzitutto precisare che i rischi di cui ho parlato rispondendo alle domande precedenti non derivano tanto da comportamenti scorretti delle singole imprese cinesi, ma dagli obblighi informativi (verso le autorità di Pechino) che ben quattro leggi cinesi varate dal 2015 ad oggi (Cybersecurity, Sicurezza nazionale, Crittografia e Counter-intelligence) impongono alle aziende tecnologiche anche quando operano fuori dei confini della Cina. 

Per quanto riguarda l’immediato futuro la presidenza portoghese del semestre europeo in corso ha indicato con grande chiarezza la ricostruzione di una collaborazione strategica tra Unione Europea e Stati Uniti la priorità da perseguire. Su questo l’Italia potrà dare un contributo significativo partire dagli obiettivi del programma di ripresa e resilienza che il Governo varerà entro il 30 Aprile 2021 e che avrà una ulteriore verifica nel giugno 2022.  In questo ambito l’imminente direttiva NIS 2 dovrebbe a mio avviso dare molto più spazio all’ Europol. Basti pensare al grande impegno di Europol, FBI, polizia olandese e tedesca nelle indagini sull’ attacco a EMA proprio all’ inizio della fase istruttoria dei vaccini anti Covid.

Come si colloca la politica estera rispetto agli obiettivi del PNRR?

Sotto questo profilo vedo una possibilità promettente. La politica estera è la possibile stella polare per le decisioni e i piani che in queste settimane stanno prendendo forma, ma che non hanno ancora una fisionomia ben delineata. Il Governo è nato da poche settimane e le audizioni in materia di PNRR al Senato ed alla Camera dei Ministri Carfagna, Giovannini, Cingolani, Giorgetti, Colao Speranza e dell’On. Amendola offrono molti spunti programmatici, ma rappresentano al tempo stesso la visione plastica di un materiale in progress.

La mia personale opinione è che le risorse europee dovrebbero evitare di finanziare attività ambivalenti – direttamente o indirettamente – collegate a regimi illiberali, quali ad esempio la via marittima della Seta o la Digital Silk Road nonché aibprogetti di transizione ecologica (nel settore mobile, automotivesmart cities e domotica) che coinvolgano  come agenti economici  imprese vincolate a fornire informazioni a regimi autoritari come  nei casi citati in precedenza per il 5G.

Nelle società digitali e interconnesse una reale resilienza istituzionale (ovvero il rafforzamento dello stato di diritto, della rappresentanza e della separazione dei poteri) si può ottenere operando un approccio che sappia distinguere tra democrazie e totalitarismi.

Per quanto riguarda la transizione digitale il Ministro Colao

(secondo l’ex vice Ministro leghista del MISE Michele Geraci in difformità dal Ministro Giovannini nell’ambito delle infrastrutture portuali) è stato molto netto.

 Colao ha indicato la direttrice euro atlantica come la rotta da seguire (senza se e senza ma) nel pianificare ed attuare la sezione digitale del PNRR. 

Alcune domande sorgono spontanee: come si colloca rispetto a questa strategia il ruolo di una azienda al 100% cinese come Wind3/Hutchinson?  Quali sono i vendor e le supply chain di cui si avvalgono operatori come TIM, Open Fiber e Fastweb/Swisscom?

 Con quali tipologie di attori, con quali criteri a quali condizioni l’Italia intende pianificare e gestire la transizione digitale (e quella della PA in particolare)?

Dalle risposte che verranno a questo tipo di domande si potranno cogliere le reali implicazioni del PNRR rispetto al ruolo internazionale dell’Italia; dalle scelte del PNRR (in particolare in materia digitale) si potranno, infine,   valutare   la piena coerenza con la politica estera europea ed atlantica  enunciata con grande nettezza dal Presidente Draghi e  dal Governo. 

Luca Sebastiani,
Geopolitica.info