L’identità etiope nel Corno d’Africa tra passato e presente

L’Etiopia è un paese situato ad est del continente africano che forma parte, assieme ad Eritrea, Somalia, Gibuti e Kenya, del così detto “Corno d’Africa”. Il Corno d’Africa è un eccellente esempio delle dinamiche che hanno caratterizzato l’intero continente negli ultimi 15 anni. Il lento e disomogeneo sviluppo economico, gli imperfetti e spesso incompleti processi di democratizzazione, le differenze tra i centri di potere e ricchezza e le periferie povere e sottosviluppate e lo stabilirsi di un radicalismo islamico sempre più influente sono aspetti di questa regione e dell’intero continente.

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L’Etiopia è uno dei paesi africani più poveri dal punto di vista minerario ed anche per quanto riguarda le risorse energetiche la situazione è alquanto critica. Inoltre, la cattiva gestione dell’economia da parte dei governanti e le ricorrenti siccità ledono pesantemente il settore che contribuisce per il 42% alla formazione del prodotto interno lordo, quello agricolo. A questo quadro non molto incoraggiante si aggiunge l’ottima posizione geografica di cui gode l’Etiopia, ma fortemente ridotta dalla presenza dell’Eritrea che le impedisce l’accesso diretto al Mar Rosso. Nonostante ciò, l’Etiopia può beneficiare di un enorme vantaggio che le ha permesso una grande crescita economica negli ultimi anni: la presenza delle acque del Nilo Azzurro che scorrono sul territorio. Con l’intento di fruttare l’enorme potenziale economico che tale risorsa può dare al paese, dal 2011 è stato avviato il progetto di costruzione di un’enorme diga, la Grand Ethiopian Renaissance Dam (GERD), creando non poche tensioni con gli altri paesi attraversati dal Nilo, Egitto e Sudan. Approfondire quindi come la recente storia etiope si sia sviluppata in età contemporanea, aiuterà a comprendere la complessa e delicata questione che coinvolge il Corno d’Africa allargato.

L’indipendenza strategica etiope: tutt’altro che vittima dell’occidente

L’Etiopia si distingue da tutti gli altri paesi africani poiché custodisce gelosamente la sua indipendenza, avendo resistito alle invasioni coloniali delle potenze occidentali durante la spartizione dell’Africa alla fine del XIX secolo. Anzi, l’Etiopia beneficia di questa spartizione partecipandovi anch’essa, allargando i suoi confini e arricchendo il suo impero già largamente multietnico. Il breve controllo dell’Italia fascista dura appena cinque anni e si conclude nel 1941, quando le forze alleate rispristinano l’indipendenza, riportando al potere l’imperatore etiope esiliato, Haile Selassie. A partire dal termine della Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti e l’Etiopia iniziano un’alleanza reciprocamente vantaggiosa durata quasi quattro decenni. Gli interessi americani ad avere un alleato strategico come l’Etiopia durante la Guerra Fredda permisero a quest’ultima l’annessione dell’Eritrea nel 1962, dichiarandola una propria provincia, senza ricevere alcuna opposizione da parte delle Nazioni Unite. L’Eritrea solo nel 1993 poté finalmente, dopo 30 anni di conflitti, ottenere la propria indipendenza. Il sostegno statunitense all’Etiopia non si limitò solo ad un endorsement internazionale o supporto diplomatico, ma si allargò anche a contributi economici e militari. Questi ultimi ammontarono a circa 280 milioni di dollari tra il 1953 e il 1977. Gli storici e gli studiosi affermano che la militarizzazione e la destabilizzazione del Corno d’Africa durante la Guerra Fredda siano alla base dei conflitti che continuano a devastare la regione ancora oggi nel XXI secolo. Nel corso degli anni ’70, la posizione internazionale dell’Etiopia cambiò rapidamente e radicalmente, fino ad allinearsi all’Unione Sovietica nel 1977, dopo che un gruppo di giovani militari, conosciuto come Derg, attuò un colpo di stato nel 1974 e introdusse la nozione di “socialismo etiope”. Fu infatti, abolita la monarchia e nazionalizzata gran parte dell’economia. Fu, tuttavia, la guerra Somalo-Etiope del 1977-78 a solidificare questa nuova special relationship, terminata solo con la dissoluzione dell’Unione Sovietica e, dopo che il nuovo segretario del Partito Comunista Sovietico, Michail Gorbačëv, si era detto fortemente disgustato dagli abusi dei diritti umani perpetuati dal regime etiope di Menghistu. 

Dalla Guerra Fredda ad oggi: uno stato in cerca di sviluppo

Dopo la rimozione del Derg nel 1991, il Fronte Democratico Rivoluzionario del Popolo Etiope ha profondamente cambiato il sistema politico in Etiopia instaurando il federalismo etnico nel 1995.       In particolare, il Fronte di Liberazione Popolare del Tigrai (FLPT) ha guidato il paese per oltre vent’anni fino a quando l’attuale Primo Ministro Abiy è salito al potere nel 2018. Quest’ultimo, oltre ad aver messo fine al conflitto con la vicina Eritrea vincendo il premio Nobel per la pace nel 2019, ritiene il FLPT il responsabile delle discriminazioni su base etnica del passato. Abiy ha così sciolto il Fronte Democratico Rivoluzionario creando al suo posto un partito centralizzato, il partito della prosperità, basato su valori come la democrazia e l’inclusività di tutte le etnie. Tuttavia, negli ultimi anni l’instabilità politica è aumentata così come i conflitti armati tra le truppe del governo e le forze del FLPT. Nel 2020, Abiy ha posticipato le elezioni parlamentari a causa della pandemia legata al Covid-19 scatenando le critiche dell’opposizione che ne hanno messo in dubbio la legittimità.             La decisione del FLPT di organizzare le elezioni in maniera autonoma nel solo stato regionale ha sancito il culmine di questo scontro istituzionale; l’amministrazione federale si è rifiutata di riconoscere l’esito delle elezioni che riconfermavano quasi all’unanimità il FLPT, e da quel momento ha deciso di non riconoscere più l’amministrazione regionale del Tigray come interlocutore istituzionale. 

Il 4 novembre 2020 il Fronte Popolare ha attaccato delle basi dell’esercito federale a nord del Paese dando inizio ad una sanguinosa guerra civile, con il rischio concreto di internazionalizzazione del conflitto nei paesi confinanti del Corno d’Africa.  L’Eritrea ha fornito sostegno logistico alle truppe federali etiopi facendo leva sulla rivalità con il FPLT esistente sin dal conflitto di confine del 1998-2000. Una vittoria dell’esercito federale sarebbe ben accolta dall’Eritrea in quanto sarebbe possibile ripristinare i traffici transfrontalieri, dando così ossigeno all’economia eritrea. Il Sudan è altrettanto coinvolto in quanto è solo attraverso il confine sudanese che possono passare i rifornimenti per le forze armate tigrine. Dopo l’ascesa di Abiy nel 2018, le relazioni bilaterali si sono deteriorate in quanto è venuto meno un accordo di confine stipulato dal governo etiopico a guida tigrina che riconosceva la sovranità sudanese su una serie di territori contesi nella pianura di al-Fashqa e lungo la frontiera orientale con l’Etiopia. Inoltre, il Sudan è destinazione di migliaia di rifugiati etiopi che denunciano brutali massacri. Infine, un altro stato da considerare quando si parla delle turbolenze in Etiopia è l’Egitto, il quale guarda con favore ad una frammentazione dell’autorità politica dell’amministrazione federale in Etiopia e all’attività di gruppi armati irregolari che in questo momento con ancora più vigore stanno operando fra Etiopia e Sudan, e che potrebbero minacciare concretamente la sicurezza del cantiere della Grand Ethiopian Renaissance Dam (GERD), un’infrastruttura tanto voluta dall’Etiopia. Quest’ultima, oltre a rappresentare la volontà etiope di porsi come stato egemone del Corno d’Africa, come sembrerebbe già chiaro dal nome della diga stessa, è il simbolo dei rapporti economici privilegiati tra Addis Abeba e Pechino, uno dei suoi finanziatori. La Cina, infatti, è il primo partner commerciale etiope, soprattutto nei settori delle infrastrutture, delle telecomunicazioni, dell’idroelettrico e degli idrocarburi e ha fatto dell’Etiopia un hub strategico per la Belt and Road Initiative. L’Egitto si è fortemente opposto alla costruzione della diga, temendo che la deviazione delle acque danneggi il settore agricolo e sottragga fondamentali risorse idriche ad una popolazione in costante crescita. Il contenzioso principale tra Il Cairo e Addis Abeba è quello della velocità di riempimento del bacino. Inoltre, l’Egitto vuole un meccanismo di coordinamento che possa garantire i flussi d’acqua nei periodi più aridi.  La posizione etiope è nettamente vantaggiosa, visto che il controllo dei flussi a monte le permette di negoziare garantendosi un beneficio strutturale di base.

L’Egitto è fortemente dipendente dal settore agricolo, che contribuisce a circa il 15% del Pil, e la diga GERD costituisce un vero e proprio pericolo per Il Cairo. Lo stesso Sudan si è posizionato assieme alle istituzioni egiziane per contrastare il progetto etiope ma l’Etiopia non si vuole vincolare ad un accordo che garantisca quantitativi d’acqua fissi ai due Paesi a valle anche in periodi di siccità straordinari. I negoziati tra i tre paesi sembrano avere un andamento altalenante, con il più recente fallimento dell’intervento dell’Unione Africana e un probabile futuro coinvolgimento delle Nazioni Unite.

Conclusioni

Nonostante le molte contraddizioni interne, l’Etiopia si ritiene l’unico paese capace di guidare in modo efficace le iniziative multilaterali del Corno d’Africa. Da ormai due decenni, infatti, l’Etiopia ha acquisito un ruolo di leadership all’interno dell’Intergovernmental Authority on Development (IGAD), nonché nell’Unione Africana, che ha sede proprio ad Addis Abeba. Inoltre, l’elevato numero di accordi bilaterali di cooperazione tra Etiopia e paesi vicini in ambito di sicurezza, energia, infrastrutture e commercio dimostrano una crescente attività diplomatica etiope. In materia di politica estera, a partire dalla secessione dell’Eritrea nel 1993, l’obiettivo etiope è stato il raggiungimento di uno sbocco al mare. La grande crescita economica degli ultimi anni richiede nuove infrastrutture portuali al fine di aumentare le esportazioni e non rimanere limitata al mercato nazionale o regionale. La ricerca di tali infrastrutture si traduce in un interesse etiope nell’ includere sotto la sua sfera d’influenza l’Eritrea e la Somalia, sviluppando così una serie di porti “amici” vicini. L’Etiopia gioca un ruolo di coordinazione anche nella lotta al terrorismo di matrice qaedista, nello specifico contro Al-Shabaab che opera ampiamente in Somalia. Nonostante, il ritiro dei suoi militari dall’African Union Mission (AMISOM) nel 2016, l’Etiopia ha continuato a dispiegare migliaia di soldati nelle varie missioni organizzate dal Consiglio di Sicurezza in Africa, diventando un partner insostituibile per alcuni Paesi occidentali. Tra questi spiccano gli Stati Uniti, i quali forniscono assistenza finanziaria e addestrativa ad Addis Abeba in cambio del contributo etiope alla stabilità e alla pace dell’Africa orientale.


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In conclusione, è possibile notare una grande contraddizione che caratterizza l’imposizione dell’identità etiope all’interno delle sue dinamiche di sviluppo. Il rapido sviluppo economico non sta avvenendo secondo schemi omogenei ed ugualitari. Molti sono i gruppi che non stanno giovando dello sviluppo etiope. Al livello politico i rapporti tra governo centrale e minoranze continuano ad essere argomento di scontro, che alimenta tensioni interne allo stato e ne riduce la stabilità politica, oltre che economica. Questa dicotomia tra l’altopiano, dove si trova la capitale e dove lo sviluppo economico è maggiormente percepito, e il resto del paese, dove la povertà endemica e una rapida crescita della popolazione sembrano non stare al passo con le ambizioni del Paese, dimostra come la strada dell’Etiopia per guadagnarsi il titolo di potenza guida del Corno d’Africa sia ancora tortuosa.  

Ilaria Giansantelli ed Elena Ruffato,
Geopolitica.info