LIBRI – J. Joffe “Perché l’America non fallirà”
LIBRI – J. Joffe “Perché l’America non fallirà” - GEOPOLITICA.info

Josep Joffe, Perché l’America non fallirà, UTET, 2014.

Pensiero ormai invalso, alimentato da false credenze e mezze verità. Profezia che si autorealizza. Germe che trova terreno fertile in un contesto internazionale caotico e dinamico. Ideologia capace di condizionare parole e atti, alla Casa Bianca come su main street.

Il declinismo americano è tutto questo, e molto altro. Josep Joffe ha tentato, brillantemente, di contrastare il più famoso lietmotiv di questo travagliato inizio di secolo nel suo ultimo saggio, “Perché l’America non fallirà” (Utet, 2014). Dalla fine della Seconda guerra mondiale in avanti, cinque ondate di declinismo (inclusa l’attuale), hanno alimentato il dibattito pubblico americano ed internazionale. Cambiano i concorrenti, variano le armi a loro disposizione, ma resta il pericolo per l’egemonia americana, e per tutto ciò che Washington rappresenta nel mondo. Aleggia, nelle parole dei cantori della parabola discendente degli Stati Uniti, la malcelata idea di una competizione di natura non solo economica, ma anche strategico-militare, di un confronto che metta a repentaglio tanto i valori fondanti del gigante a stelle e strisce quanto la tenuta del suo stile di vita (che, non a caso, l’ex presidente George W. Bush non esitò a definire “non negoziabile”).

La prima decade del XXI secolo ha riproposto molti dei capisaldi del declinismo classico, con l’ascesa economica degli arcinoti Brics a fare da propellente. Ed è su questo punto che la scure di Joffe si abbatte con maggior vigore. Partendo da una ricostruzione del prismatico concetto di potere, che certo non si esaurisce in una solida economia nazionale, il saggio ricorda che l’egemonia nell’arena internazionale si fonda su molteplici variabili, paragonando efficacemente la potenza d’oltre Atlantico ad un campione di decathlon: il migliore nel combinare tutte le specialità indispensabili al primato, senza necessità di essere o rimanere imbattibile nelle singole discipline. Ambito per ambito, l’autore scardina anche le opinioni più diffuse sull’ex Impero di Mezzo, considerato da più parti il più pericoloso competitor degli Stati Uniti, mostrando le falle del suo modello di sviluppo, pur con qualche voluta enfatizzazione critica.

Notevole, per la sua capacità persuasiva, è di sicuro la mole di dati presentata a suffragio della tesi secondo la quale mai, nella storia, il Paese egemone è stato tanto distante dai suoi concorrenti diretti: non la Gran Bretagna del XIX secolo, non l’antica Roma, né gli altri imperi del passato. Tutti primi, ma senza divari abissali a separarli dai contendenti. Diverso il caso americano: la superiorità di Washington è schiacciante in campo bellico e militare, scientifico, tecnologico. Se anche la forbice si restringe in termini economici, lo stesso percorso certo non riguarda gli altri attributi che concorrono a determinare il potere.

E che dire, poi, della leadership internazionale? Qui il ragionamento di Joffe rischia, alla luce degli avvenimenti del tardo 2013  e dell’anno in corso, di apparire sdrucciolevole. L’autore propone una proprio versione del concetto di potere nello scacchiere globale, rammentando ai lettori che la capacità di imporre agli altri i propri interessi non è di per sé sufficiente, se disaccoppiata dalla volontà di farlo. È, questo, l’aspetto più controverso del pensiero del politologo tedesco: ciò che, a detta dei suoi detrattori, fa difetto al presidente Obama, è proprio la volontà di adoperare il potere, spesso presentata quale mancanza di visione. Forse così non è, trattandosi, al contrario, di un calcolo ben ponderato rispetto ai desiderata dell’opinione pubblica ed al ruolo che quest’ultima si attende dal proprio Paese sulla scena internazionale.

Il tema dell’egemonia americana nel mondo sembra strettamente connesso, nel libro di Joffe, alla percezione che il Paese ha di sé ed alla sua capacità di nutrire ed alimentare i valori fondanti del suo spirito nazionale. Un tema ricorrente, ben evidenziato anche da Tom Friedman e Michael Mandelbaum nel loro saggio del 2013, It used to be US, dedicato ad approfondire le ragioni per cui gli Stati Uniti rischiano un’involuzione politica, economica e sociale.  Alla pari di Joffe, anche questi autori ritengono che le sfide per Washington provengano tutte dall’interno, e che i competitor esterni siano pressoché ininfluenti nel percorso verso una leadership indebolita o rafforzata: saranno le scelte degli americani a stabilire quale sarà la potenza egemone del secolo in corso. Il destino degli Stati Uniti è nelle mani degli Stati Uniti, con Pechino, Mosca e New Delhi a fare da spettatrici.

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Perche l'america non fallirà