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TematicheMedio Oriente e Nord AfricaLibia: un paese in bilico tra instabilità e divisioni 

Libia: un paese in bilico tra instabilità e divisioni 

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Nei giorni scorsi, il premier del Governo di stabilità nazionale (Gns), Fathi Bashagha, ha tentato l’ingresso a Tripoli al fine di insediare il suo governo e da lì proseguire con la sua agenda. Tuttavia, a fronte di una reazione decisa e violenta delle milizie fedeli a Abdulhamid Dbeibah – premier del Governo di unità nazionale (Gnu) – è stato costretto a lasciare prontamente la capitale e, dopo qualche giorno, a optare per Sirte come base del suo esecutivo. Il fallito tentativo di insediamento potrebbe indebolire la figura di Bashagha, già di per sé abbastanza divisiva, e sollevare qualche dubbio sull’acume politico del premier del Gns. Inoltre, a trarne vantaggio potrebbe essere il rivale, anche agli occhi degli attori esterni interessati alle vicende del paese nordafricano. Non è tuttavia chiaro quali saranno effettivamente le ricadute politiche e militari di questo episodio.

Gli scontri e l’ennesimo tentativo di Bashagha di insediarsi nella capitale arrivano all’indomani della ripresa dei colloqui al Cairo, sotto l’egida delle Nazioni Unite, tra i membri della Camera dei Rappresentanti (HoR) e dell’Alto Consiglio di Stato (Hcs). Il secondo round, dopo il mancato accordo durante la sessione che si è tenuta nel mese di aprile, ha riunito il neoformato Comitato costituzionale, composto dai delegati dei due organi legislativi al fine di riuscire a raggiungere un compromesso tra le due fazioni rivali sul quadro costituzionale che possa permettere lo svolgimento delle elezioni nell’immediato futuro. Al termine della settimana di incontri, le due rappresentanze sono riuscite a trovare un compromesso su 137 articoli della bozza della nuova Costituzione. Inoltre, secondo fonti locali, ci sarebbe stato un positivo incontro tra Aguila Saleh, presidente dell’HoR, e Khaled al-Mishri, capo dell’Hcs, che pare si sia concluso con un tacito accordo per lo svolgimento delle elezioni entro dodici mesi e la possibile sostituzione dei due governi, oggi esistenti, con un altro esecutivo transitorio.

Gli eventi che hanno visto protagonista Tripoli evidenziano la fragile stabilità dell’ex colonia italiana e un contesto ancora più teso dopo il rinvio delle elezioni programmate per lo scorso 24 dicembre e la nascita di un nuovo governo parallelo. Il possibile compromesso del Cairo e il fallimento di entrata a Tripoli potrebbero segnare l’inizio della fine politica del capo del Gns, in particolar modo per quanto riguarda le sue ambizioni di guidare il paese. Tuttavia, alcuni osservatori ritengono che i “buoni propositi” di Bashagha, ossia la sua volontà di fermare gli scontri per evitare uno spargimento di sangue, potrebbero essere visti con una luce positiva da una parte della popolazione. Inoltre, il tentativo potrebbe, altresì, essere inquadrato come un voler testare l’attuale lealtà delle milizie di Tripoli al Gnu di Dbeibah. 

Le divisioni politiche sono una caratteristica della nuova Libia dopo la caduta di Gheddafi. Queste sono radicate nel tessuto sociale delle istituzioni statali e della popolazione. Al contempo, il panorama politico del paese è stato modellato da modelli di tribalismo e clientelismo coltivati ​​durante oltre quarant’anni di regime. La corruzione e il clientelismo, basati sull’appartenenza tribale e sulla “forza delle armi” (delle milizie), sono così profondamente radicati nello Stato, nelle istituzioni e nella vita sociale da ostacolare qualsiasi processo di unificazione e ridurre le possibilità di compromessi duraturi tra le parti che si contendono il potere. Conseguentemente, ciò che è chiaro agli occhi di tutti, dentro e fuori i confini, è che nessun leader, ad oggi, ha abbastanza potere, legittimità o carisma per unire la maggior parte dei libici dietro la sua guida. Tali divisioni si ripercuotono anche su ciò che dovrebbe essere il bene per la Libia. Infatti, il mese passato il paese avrebbe perso circa il 35% delle entrate petrolifere a causa del blocco di alcuni giacimenti, tra cui i due grandi campi di produzione di El-Sharara ed El-Feel e i porti di Zuetina e Marsa El-Brega, ad opera di gruppi armati che chiedevano le dimissioni di Dbeibah in favore di Bashagha, ritenuto più affidabile. Il motivo dell’escalation, secondo fonti locali, sarebbe da collegare alla mancata suddivisione dei proventi delle entrate petrolifere che sta alla base dell’accordo raggiunto nel 2020 che aveva portato alla ripresa della produzione petrolifera dopo la chiusura della maggior parte dei giacimenti da parte degli uomini di Khalifa Haftar. 

Il settore energetico è chiaramente quello più delicato nel paese nordafricano e che attira l’attenzione di tutti gli attori stranieri, in particolar modo quelli europei dopo lo scoppio del conflitto in Ucraina. Senza una definitiva stabilizzazione politica è plausibile che altri alti e bassi nella produzione energetica caratterizzeranno anche il futuro del paese maghrebino. Oggi, sembra che il quadro delle istituzioni libiche debba essere di fatto controllato da qualche “mano” esterna in grado di suggerire agli attori domestici i passi da compiere.  Di conseguenza, senza un impegno internazionale più attivo, volto al sostegno della risoluzione definitiva della crisi libica, sarà complicato raggiungere un risultato positivo. Una soluzione che dovrà passare dalle urne, per rispetto dei libici e del loro diritto di scegliere i propri rappresentanti politici attraverso il voto, ma che inevitabilmente dovrà prima vedere la risoluzione di tutti quei problemi strutturali che ancora oggi sono presenti nel paese e che di fatto ne impediscono la riuscita.

Mario Savina
Geopolitica.info

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