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TematicheMedio Oriente e Nord AfricaLibia: ancora stallo politico e caos

Libia: ancora stallo politico e caos

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Mentre tutta l’attenzione della comunità internazionale e della maggior parte degli osservatori di politica estera è oggi rivolta verso la crisi russo-ucraina, lo stallo politico in Libia – e la conseguente instabilità del Paese – continua ad essere motivo di preoccupazione per la regione nordafricana, e mediterranea in generale, oltre che principale motivo del rallentamento nel processo disegnato dalle Nazioni Unite e supportato dai principali attori interessati al dossier libico. Con la nomina da parte della Camera dei Rappresentati (HoR) di Tobruk del nuovo premier Fathi Bashagha, che dovrà accompagnare il Paese alle prossime elezioni, e conseguente sfiducia ad Abdelhamid Dbebibah, la Libia pare essere rimpiombata in quel caos politico che ha preceduto la formazione del Governo di unità nazionale (Gnu) lo scorso anno.

Il fragile sentiero che doveva accompagnare il Paese nordafricano in una fase democratica, così sollecitata dalla comunità internazionale, si è interrotto con il rinvio delle elezioni programmate per lo scorso 24 Dicembre. Dopo i timidi passi fatti dalle fazioni rivali verso l’unità politica e nazionale, la Libia è ancora una volta divisa con premier rivali che rivendicano il potere e che annunciano diversi programmi. Da una parte, Dbeibah ha annunciato nelle scorse ore il suo piano per lo svolgimento della tornata elettorale il prossimo giugno. Secondo l’imprenditore misuratino, tale processo prevede alcuni step necessari: la formazione di un comitato col compito di dare vita ad una legge elettorale nel breve tempo possibile da sottoporre all’HoR entro due settimane; lo svolgimento di un referendum costituzionale, in conformità con la Dichiarazione costituzionale del 2011 e con l’accordo raggiunto a Hurghada a inizio 2021; inoltre, un rapido aggiornamento del registro degli elettori e la possibile creazione di un sistema di voto elettronico nel caso in cui una delle forze presenti sul territorio impedisca ai cittadini, attraverso l’uso delle armi, di recarsi fisicamente a votare. Il motivo del voto dell’HoR contro Dbeibah è la scadenza del suo incarico, ruolo che ricopre dal 5 febbraio 2021 e che sarebbe dovuto durare fino allo svolgimento delle elezioni a dicembre 2021. Dbeibah, il cui governo non dovrebbe dimettersi almeno fino a giugno 2022, sostiene ora che il suo mandato dovrebbe durare fino alla formazione di un governo neoeletto e che si dimetterà solo quando vedrà la luce un governo nominato da istituzioni legittimamente elette, se e quando si terranno le elezioni.

Dall’altra parte, nei prossimi giorni è prevista una sessione parlamentare per votare la fiducia a Bashagha – anch’egli di Misurata – e al suo governo, che dovrebbe essere composto da 27 ministeri con portafoglio. Bashagha, molto vicino alla Fratellanza musulmana ed ex ministro dell’Interno durante il governo (Gna) guidato dall’allora premier Fayez al-Serraj, è stato scelto come nuova figura politica che possa unire Est ed Ovest in questa fase transitoria. Inoltre, il politico di Misurata ad oggi è sostenuto sia da Aquila Saleh, presidente dell’HoR, che da Khalifa Haftar, generale dell’Esercito nazionale libico (Lna) e uomo forte della Cirenaica. La nomina di Bashagha ha creato non pochi dubbi alla comunità internazionale e qualche perplessità anche alla Turchia di Erdogan, da sempre sostenitrice di Tripoli, ma che ancora non ha espresso il suo supporto al Gnu di Dbeibah. Bashaga è infatti stato vicinissimo ad Ankara durante gli ultimi anni del secondo conflitto civile, quando l’intervento turco è stato decisivo per fermare le ambizioni di Haftar, a sua volta sostenuto da Francia, Egitto, Russia ed Emirati Arabi. Tuttavia, una volta sconfitto Haftar e scelto il nuovo governo transitorio con a capo Dbeibah, a Bashaga – sconfitto nel voto di Ginevra nell’ambito del Libyan Political Dialogue Forum (Lpdf) – è toccato sedersi al tavolo con Egitto e Francia per una serie di colloqui sostenuti dall’Onu che lo hanno allontanato dall’alleato turco. Al contempo, per la Turchia di Erdogan è importante il rispetto degli accordi (uno sulla giurisdizione marittima nel mediterraneo e l’altro di cooperazione militare) raggiunti nel Dicembre 2019 con al-Serraj, oltre agli accordi raggiunti nell’Aprile dello scorso anno con Dbeibah relativi ai settori elettrico ed edile.

La Turchia, come tutta la comunità internazionale, vuole le elezioni il prima possibile e non la formazione di un nuovo governo transitorio, che potrebbe solamente rallentare il processo per il raggiungimento della stabilità definitiva del Paese nordafricano. L’esistenza di due governi, come già accaduto nel recente passato, è sintomo della persistente divisione presente sul territorio libico che è stata la causa principale del fallimento del processo organizzato dalle Nazioni Unite. Tuttavia, ad oggi, il rischio di un riaccendersi del conflitto militare appare altamente improbabile. Il fatto che Haftar abbia appoggiato le manovre di Saleh per ottenere la nomina di Bashaga come primo ministro svela una strategia più profonda e soprattutto diversa rispetto agli anni precedenti. Alleandosi con un attore importante della regione occidentale, come appunto lo è Bashagha, e potenzialmente avvicinando un’altra figura rilevante di Misurata, come l’ex vicepremier del Gna Ahmed Maitig, Haftar sta verosimilmente creando sempre più fratture nella fazione occidentale.  Ciononostante, lo scenario con un Haftar in grado di governare indirettamente su Tripoli, senza il “benestare” delle milizie presenti nella capitale, non è così scontato e di così facile realizzazione. Anzi, una possibile reazione dei gruppi armati all’evolversi della situazione politica appare molto più probabile. 

Gli sviluppi politici delle ultime settimane hanno dimostrato come la costruzione della “nuova Libia” si stia rivelando sempre più complicato di quanto la comunità internazionale credesse. Nell’attuale dibattito politico all’interno dell’ex colonia italiana poco si parla dei problemi strutturali da risolvere, mentre tutta l’attenzione è rivolta sui ruoli da ricoprire per controllare il Paese. Appare chiaro come, senza la nascita di un sistema-paese strutturato, la Libia continuerà a navigare nell’ignoto. Una situazione che, come giù più volte ripetuto in passato, vede un unico sconfitto: il popolo libico.

Mario Savina,

Centro Studi Geopolitica.info

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