Libia: scenari geografico-politici nel Mediterraneo. Quale ruolo per l’Italia?

Ventuno egiziani copti catturati a Sirte dall’Isis sono stati decapitati. Il relativo video è stato diffuso dal cosiddetto “Stato islamico della provincia di Tripoli”, con annessi messaggi di minaccia nei confronti dell’Italia (“siamo a Sud di Roma”). L’Ambasciatore Buccino e circa cinquanta funzionari degli organi diplomatici italiani hanno lasciato la Libia e con un catamarano hanno raggiunto nella notte le coste italiane, mentre il vicario apostolico a Tripoli ha deciso di rimanere in Libia.

Libia: scenari geografico-politici nel Mediterraneo. Quale ruolo per l’Italia? - Geopolitica.info

Nel video diffuso dall’Isis appaiono due elementi simbolicamente fortissimi: i condannati a morte sono sulla riva del Mediterraneo, a voler rimarcare la vicinanza con l’Europa; e lo stesso mare viene mostrato mentre si tinge del rosso del sangue, inviando in maniera icastica un messaggio di morte all’Europa e, più in particolare, al nostro paese, inserito nella black list dell’Isis e considerato il centro simbolico della cristianità: Gentiloni, che si era detto pronto a un intervento, non a caso è stato definito come “ministro dell’Italia crociata”.

L’Egitto, come d’altronde ha fatto precedentemente la Giordania all’uccisione dei suoi uomini, ha risposto militarmente, immediatamente, con raid aerei in Libia diretti contro l’Isis. E a questo punto, alcune cruciali questioni per il nostro paese e per l’Occidente, più in generale. E’ ora di intervenire massicciamente, almeno in Libia? E l’Italia, in tal caso, come deve comportarsi e con quali obiettivi?

Appare ormai pressoché inevitabile un intervento militare per neutralizzare la minaccia terroristica. Poche ore fa lo ha chiesto esplicitamente il premier libico, Abdullah al Thani e le operazioni militari più incisive, condotte da Giordania ed Egitto, sembrano essere due reazioni dovute, quasi delle rappresaglie e pur sempre isolate, che fanno presagire un’estensione della lotta contro il Califfato. Perché la sfida dell’Isis non è più relegata all’ambito mediorientale, ma si è ormai palesata in via diretta anche contro l’Italia e l’Europa. In tale contesto, per ragioni geografiche e politiche, non può che essere riaffermata la centralità del ruolo e dell’impegno italiano. A tal proposito il Ministro Pinotti ha dichiarato che l’Italia deve assumere il comando della coalizione Onu che interverrà in Libia.

Oggi per il nostro Paese si apre infatti una fase in cui deve far sentire la propria voce – anche militarmente, se questa sarà la decisione nelle sedi internazionali – sull’intervento in Libia. Bisogna stabilire se ha la forza, militare e politica, per farlo, garantendo anzitutto univocità di visione. Renzi ha dichiarato – anche contraddicendo i ministri Gentiloni e la stessa Pinotti – che non è ancora il momento di agire, stemperando così possibili spinte di “falchi”, mentre dal fronte francese Hollande ha fatto sapere che l’Onu deve prendere urgenti misure. Da parte italiana, al di là della valutazione sulle tempistiche, sarebbe un fallimento su tutta la linea mostrare disunità interna, lasciare il vuoto istituzionale in Libia e che le decisioni altrui contribuiscano all’illegalità nel Mediterraneo e alle ricadute in termini umani e di costi per il nostro paese, com’è già accaduto in questi anni.

Dopo l’accordo di amicizia del 2008 che – al netto di riflessioni politiche e delle relative critiche – aveva garantito un certo livello di sicurezza nel Mediterraneo, il nostro Paese ha infatti avuto un ruolo di secondo (o terzo) piano nell’intervento del 2011, avviato dalla Francia e supportato poi da Gran Bretagna e Stati Uniti. Il risultato di quell’operazione fu la spallata definitiva al regime di Gheddafi e la successiva instaurazione di un governo composto da elementi di opposizione a Gheddafi, con costi enormi in termini di vite umane e di sforzi da parte italiana. La destabilizzazione politico-istituzionale che ne è seguita contribuì infatti a un incremento straordinario degli sbarchi dalle coste libiche e delle tragedie nel Mediterraneo. La vicenda del 3 ottobre 2013, che provocò la morte di circa 300 migranti, fu uno dei motivi scatenanti la decisione di intraprendere l’operazione Mare Nostrum, a carico dell’Italia. Il passaggio, lo scorso autunno, della gestione del pattugliamento delle coste italiane (ed europee) nelle mani dell’UE con Triton di Frontex, non ha prodotto effetti incoraggianti. I risultati sono stati anzi – ancora una volta – disastrosi anzitutto in termini umanitari e, secondariamente, di costi politici e di amministrazione.

Non è più tempo di lasciare vuoti politici, istituzionali e governativi. L’Isis – esattamente come è accaduto in Siria e Iraq – sta avendo campo pressoché libero perché opera in un contesto fortemente destabilizzato politicamente, dove il controllo del territorio da parte delle autorità centrali è venuto meno. Lo stesso è avvenuto nel caso siriano, dove il gruppo terroristico è avanzato militarmente sfruttando l’instabilità dovuta alla guerra civile interna. Nel quadro politico iracheno, il vuoto lasciato dagli Stati Uniti e la debolezza intrinseca del governo locale, hanno contribuito all’avanzata del Califfato. E infine in Libia, la situazione di abissale fallimento politico dalla cosiddetta Primavera araba e della conseguente instabilità interna, hanno spianato il terreno all’Isis per il controllo di zone strategiche. Il gruppo del Califfato, in altre parole, ha sfruttato a proprio vantaggio il vacuum politico-istituzionale e militare per affermare la propria autorità sui territori maggiormente vulnerabili.

Se un certo attendismo aveva caratterizzato l’Occidente nei confronti del Califfato in Siria e in Iraq, ora il pericolo è alle porte e necessita un intervento da parte occidentale, in cui l’Italia deve agire prioritariamente, come ha affermato il nostro Ministro degli Esteri. Perché in Libia l’Italia possa contribuire – legittimamente e legalmente – a stabilire la pacificazione e la sicurezza interna. Per scongiurare ulteriori stragi di migranti nel Mediterraneo. E per garantire la sicurezza dei propri cittadini dal pericolo terroristico.