Libia: passato, presente e (quale) futuro tra gli interessi americani, russi e italiani

Alla fine del 2011, con l’uccisione di Gheddafi e la fine della dittatura in Libia, si pensava che il Paese potesse intraprendere un percorso di democratizzazione, raggiungere un buon grado di stabilità e pacificazione. Da quella data sono ormai trascorsi più di otto anni e appare chiaro che le speranze della Comunità internazionale non si sono realizzate. Al contrario, se durante la dittatura di Muammar Gheddafi la maggior parte degli Stati interessati alla Libia aveva un nemico comune, con la sua caduta si sono manifestati sempre più gli interessi nazionali di singoli Stati, il progressivo disimpegno americano controbilanciato dal maggiore intervento russo. L’Italia prova a svolgere un ruolo.

Libia: passato, presente e (quale) futuro tra gli interessi americani, russi e italiani - GEOPOLITICA.info Da Open "Cosa può succedere in Libia e che ruole potrà giocare l'Italia" di Riccardo Liberatore

Dalla fine della dittatura al periodo dell’instabilità  Alla fine del febbraio 2011, dopo quattro decenni di dittatura, la popolazione della Libia si rivoltò contro Muammar Gheddafi. Gheddafi minacciò come risposta una brutale repressione. Gli alleati della NATO, dopo alcune esitazioni iniziali, hanno attaccato il regime nell’ambito di un mandato del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unitela campagna militare aerea ha avuto una durata di circa sette mesi, portando alla fine della dittatura nel mese di ottobre, quando Gheddafi è stato catturato e ucciso dalle forze ribelli. Con la conclusione della guerra, aluni osservatori sostenevano che la Libia avrebbe avuto un percorso verso la stabilizzazione e la democrazia meno traumatico e problematico rispetto ad altri Paesi, anche grazie al fatto che le frange ribelli erano state in parte unificate e gli Stati vicini, in particolare Tunisia ed Egitto, guadavano con favore alla transizione della Libia verso la pace. Inoltre, i danni alle strutture economiche, comprese quelle petrolifere e del gas, erano stati limitati, consentendo un continuum nei rapporti commerciali con l’Occidente. Con la risoluzione 2009 del 16 settembre 2011, il Consiglio di Sicurezza ha dato mandato alla Missione delle Nazioni Unite in Libia (UNSMIL), sotto la guida del rappresentante speciale delle Nazioni Unite, Ian Martin, avente gli obiettivi di assistere e supportare gli sforzi libici per stabilire la sicurezza, intraprendere un dialogo politico, estendere l’autorità dello Stato, promuovere e proteggere i diritti umani, riavviare l’economia e coordinare lo sforzo internazionale. In linea con una politica di guerra finalizzata a fornire supporto solo su quelle aree dove avevano risorse speciali, gli Stati Uniti assunsero un ruolo rilevante solo in alcuni compiti, come ad esempio il monitoraggio e la protezione delle armi di distruzione di massa di Gheddafi o dei sistemi di difesa antiaerea portatili, che si riteneva fossero diverse migliaia. Oltre alle Nazioni Unite, anche l’Unione Europea istituì una missionecome anche singoli Stati (ad esempio Francia, Gran Bretagna, Italia e altri)Ma la situazione nel corso negli anni non è miglioratala comunità internazionale non è stata capace di unirsi in un unico fronte e la Libia è entrata a fare parte del grande gioco per il riassetto delle sfere d’influenza tra Usa, Russia e Francia nel Mediterraneo e in Medio Oriente. 

l disimpegno americano e il maggiore coinvolgimento russo  

Per quanto concerne gli Stati Uniti, in contrasto con l’amministrazione precedente, che era stata in capolinea insieme all’Europa, e soprattutto all’Italia, dell’insediamento a Tripoli di un premier sotto egida ONU, con l’obiettivo di riunificare il Paese, gli Stati Uniti di Trump hanno dimostrato di voler restare al minimo del coinvolgimento (seguendo una strategia geopolitica basata sulla dottrina Cebrowski1.) Il disinteresse americano nei riguardi della Libia è da collegare, tra gli altri, al tema del petrolio, una fonte energetica a cui gli Stati Uniti non attribuiscono più la stessa importanza strategica del passato, in quanto con lo shale gas sono diventati autosufficienti. Per l’attuale amministrazione americana, la Libia è una questione soprattutto di guerra al terrorismo e ciò è emerso anche recentemente, nel momento in cui sono trapelati dettagli di una telefonata intercorsa tra il presidente Donald Trump e il generale Haftar, nella quale il presidente statunitense ha riconosciuto gli sforzi del feldmaresciallo di Bengasi per combattere i terroristi. 

 Al contrario, la Libia interessa alla Russia per diversi motiviin primis occorre menzionare che Mosca ha da sempre necessità di avereavamposti nel Mediterraneo: l’accesso ai mari caldi è fondamentale nella strategia marittima del Cremlino, ma avere alleati nel Mediterraneo non è semplice, anche perché le potenze coinvolte sono molte. Oltre a ciò, tendenzialmente sono tre le direttrici su cui si sviluppa la politica russa in Africa e in Medio Oriente: energia, infrastrutture e armi. A questi interessi, si uniscono rilevanti interessi economici. Non si può non citare il fatto che il ministro Darsi, a Mosca, ha confermato gli accordi con la Russia per lacostruzione dell’alta velocità Bengasi-Sirte, in un’area controllata da Haftar. Un contratto da2 miliardi di dollaricirca, che per i libici significa principalmente sviluppo e collegamento fra le diverse parti del Paese, mentre per la Russia è di primario interesse coinvolgere le sue aziende nellaricostruzione libicaVa comunque sottolineato che il Cremlino, dopo la caduta di Muhammar Gheddafi, si è mosso con prudenza, benché non abbia mai nascosto le simpatie perKhalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica. Prova ne è anche il viaggio del maresciallo libico a Mosca, dove ha incontrato il ministro della Difesa russo Sergei Shoigu e pare abbiano discusso le strategie per risolvere la crisi libica e il contrasto al terrorismo. Al contempo la Russia non ha mai negato il riconoscimento del governo di unità nazionale diFayez al Sarraj. E una conferma è arrivata dalviaggio a Moscadel ministro dell’Economia del governo di accordo nazionale,Naser al Darsi, che si è recato nella capitale russa per parlare con i suoi interlocutori del Cremlino, in particolare con il vice ministroMikhail Bogdanov(che ha successivamente preso parte alla conferenza a Palermo in rappresentanza del governo russo). Una scelta bipartisan che ha come scopo ergersi a potenza mediatrice e necessaria per tutti gli schieramenti utili alla strategia russa.  

 Quale ruolo gioca l’Italia? 

L’Italia ha cercato e sta tutt’ora tentando di stabilizzare la situazione in Libia, anche grazie alla presenza di personale diplomatico presente a Tripoli e a contatti con le maggiori potenze mondiali. L’ex ministro dell’interno Minniti ha effettuato un viaggio in USA per illustrare a Washington la strategia italiana per quel che riguardava il controllo dell’immigrazione mediterranea, ed è poi emerso come gli Stati Uniti considerassero (e forse considerino ancora) di grande importanza le azioni politiche intraprese fino dall’Italia per stabilizzare il territorio e la conseguente volontà americana di fare affidamento sull’Italia come paese “imprescindibile per la sfida strategica del Mediterraneo” anche nella lotta contro il terrorismo, evitando così che la Libia diventi la nuova base dell’ISIS sfruttando i flussi migratori per colpire l’Europa. La sfida cruciale del Pentagono è quella di evitare che tra i migranti possano nascondersi pericolosi terroristi in fuga dalle zone di guerra dopo il crollo del sedicente Stato islamico.  L’impegno italiano si nota anche in seguito all’organizzazione di una conferenza internazionale sulla Libia a Palermo nel Novembre 2018, idea nata in occasione della visita del premier Giuseppe Conte a Washington e che, nell’immediato, ha trovato l’appoggio del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, favorevole a un rinnovato impegno del nostro Paese nel teatro di crisi del paese nordafricano. Al summit tenutosi a Palermo il 12 e 13 novembre, tuttavia Trump non ha preso parte, così come diversi dei capi di stato – Putin, Macron e Merkel – ai quali inizialmente si era pensato. Sul piano libico alcuni dei leader più influenti, tra questi il presidente del Governo di Accordo Nazionale (GNA) riconosciuto dall’ONU Fayez al-Serraj, il presidente del Parlamento di Tobruk Aguila Saleh Issa, il presidente dell’Alto consiglio di Stato libico Khaled al-Mishri, hanno subito aderito. La mancata certezza della presenza e della partecipazione al summit di Roma di Khalifa Haftar, il potente generale appoggiato da Egitto, Emirati Arabi Uniti, Francia e Russia che controlla la Cirenaica e l’Esercito nazionale libico, si è risolto alla fine con una formula piuttosto ambigua nella quale il generale ha potuto sostanzialmente scegliere chi vedere bilateralmente, evitando invece di prendere parte a sedute plenarie. L’Italia ha lavorato alla creazione di un consenso attorno a un nuovo percorso condiviso con le Nazioni Unite e non ha imposto una linea o nuove scadenze. Innescatosi il meccanismo di preparazione della conferenza, è stata in grado di trasformarla in qualcosa di diverso: non più un punto di svolta della crisi libica, come forse inizialmente un po’ in maniera velleitaria ci si attendeva, ma una conferenza di servizio, che ha rappresentato il rilancio della nuova road map delle Nazioni Unite. Il nuovo piano per la Libia sembrava dovere molto al contributo di idee e indirizzo dell’Italia, a cominciare dall’insistenza sulla ricomposizione del quadro delle istituzioni economico-finanziarie libiche, al maggior coinvolgimento degli attori militari che hanno il controllo reale del terreno e di tutte quelle parti di paese che erano rimaste escluse precedentemente, ma nonostante alcuni tentativi di pacificazione e dialogo, nel corso degli ultimi mesi la situazione in Libia si è ulteriormente aggravata. Le milizie che sostengono Al Sarraj e quelle del governo cirenaico di Tobruk si stanno affrontando ormai dagli inizi di aprile e l’escalation è iniziata a 10 giorni dalla “Conferenza nazionale”, l’incontro sotto l’egida dell’ONU che avrebbe dovuto portare a un accordo per arrivare a elezioni. Il primo ministro al-Serraj, all’inizio di maggio, ha intrapreso un viaggio in Europa per sollecitare il sostegno verso Tripoli, ha bisogno di aiuto per contrastare l’offensiva militare dell’Esercito nazionale libico lanciata dalla Cirenaica, ormai da quasi due mesi, dal generale Khalifa Haftar. Ma ancora una volta la comunità internazionale è divisa: la Russia si è opposta ad una presa di posizione contro l’avanzata del generale cirenaico Kalifa Belqasim Haftar, motivata a fini di «anti-terrorismo», gli USA hanno chiesto tempo per valutare meglio le prospettive in campo, a Roma il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi ha ricevuto la visita dell’omologo francese Jean-Ives Le Drian e i due hanno chiesto un cessate il fuoco immediato, a cui devono seguire una tregua umanitaria per prestare assistenza alle persone colpite e la ripresa del processo politico, unica possibile soluzione alla crisi libica. Occorre anche menzionare l’intervento, in videoconferenza da Tripoli, dell’inviato speciale Ghassam Salamè, il quale ha evidenziato i pericoli che potenze estere si intromettano in Libia inviando uomini e armi, ha chiesto di rafforzare l’embargo sugli armamenti già operante dal 2011. 

Una difficile soluzione 

In conclusione, se per anni gli Stati Uniti hanno fornito sostegno militare e di intelligence per la sicurezza della regione, nell’ultimo periodo hanno mostrato disinteresse verso il Paese e questo vuoto sta tentando di riempirlo la Russia di Putin. Per quanto concerne l’Italia, uno dei principali alleati di al-Sarraj, nei giorni scorsi ha ospitato a Roma il generale Haftar. L’uomo forte della Cirenaica ha avuto circa due ore di colloqui riservati col premier Giuseppe Conte, alla fine dell’incontro Conte avrebbe ribadito la posizione italiana legata alla road map stabilita dall’ONU che, per essere attuataha necessariamente bisogno che cessino le ostilità, anche per evitare il rischio di una crisi umanitaria nell’area di Tripoli. Inoltre, lo stesso giorno in cui Conte ha ricevuto Haftar l’ambasciatore italiano in Libia, Giuseppe Buccino ha incontrato a Tripoli il ministro dell’Interno del GNA, Fathi Bashaga, al quale ha espresso l’appoggio dell’Italia al governo di Accordo nazionale. La posizione dell’Italia sembra dunque rimanere costante, uno dei principali obiettivi è di promuovere il dialogo, ma la situazione in Libia non sembra facilmente risolvibile nell’immediato.