Libia: oltre il regime change nulla

La salda presa di Gheddafi sulla Libia fu allentata solo dallo scoppio delle “primavere arabe” che vanificarono il tentativo, a lungo perpetrato, di prevenire la creazione di una burocrazia statale e il coinvolgimento del popolo nella creazione della nazione. Ciò non significa che la popolazione non cercasse di ritagliarsi delle forme di sovranità che fu rivendicata in seguito alla morte del dittatore per mano del popolo. Così questo si riservò di guidare il processo di transizione approfittando dell’intervento limitato della comunità internazionale. In tal senso, il processo di nation-building libico, complicato anche dalla presenza di idrocarburi nel territorio, ha rappresentato un segno di rottura. L’allora Segretario Generale della NATO Anders Rasmussen dichiarò che l’errore fu proprio lasciare il Paese prematuramente.

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Condizioni iniziali

Gheddafi prese il potere nel settembre 1969 dopo aver spodestato il re Idris I. Il popolo fu gradualmente spogliato dei diritti civili e politici. L’economia nazionale fu pianificata e l’iniziativa privata scoraggiata. La presenza di idrocarburi e l’assenza di una visione strategica di lungo periodo si ripercossero sull’economia, aumentando la corruzione. Quando, negli anni Ottanta, il Paese tentò di dotarsi di armi di distruzione di massa attrasse l’attenzione della comunità internazionale. A quel punto la Libia era già percepita come un sostenitore del terrorismo, come testimoniato dalla distruzione di Pan Am Flight 103 nel 1988, che condusse all’isolamento del Paese fino all’imposizione di sanzioni internazionali.

La conseguente crisi, economica e sociale, fu contrastata da un processo di riforma volto a ridurre il ruolo dello stato nell’economia e aumentarne l’efficienza, ma si rivelò un insuccesso forzando Gheddafi a implementare ulteriori riforme. Ciò portò alla sospensione delle sanzioni internazionali nel 1999 mentre nel 2007 lo Stato divenne membro non permanente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Gheddafi, a seguito degli eventi in Iraq, aveva abbandonato il perseguimento di armi di distruzione di massa e riconosciuto la responsabilità dei precedenti attacchi. Nel 2011, le primavere arabe contagiarono la Libia e Gheddafi ricorse all’unico rimedio conosciuto: la violenza. La comunità internazionale impose nuove sanzioni e il caso di Gheddafi fu sottoposto alla Corte Penale Internazionale. Nel marzo 2011 la NATO, e indipendentemente Francia e Gran Bretagna, testarono il terreno per imporre una zona d’interdizione aerea.

Intervento

Nel febbraio 2011, il Presidente Barack Obama rilasciò l’Ordine 13566 dichiarando l’emergenza nazionale e bloccando le proprietà del governo libico, di Gheddafi e della sua famiglia sotto la giurisdizione statunitense. Il 17 marzo 2011 fu approvata l’UNSCR 1973, rafforzando quanto esplicitato nell’UNSCR 1970, che sollecitava gli stati membri dell’ONU ad adottare “tutte le misure necessarie” per proteggere i civili libici. La missione era conforme alla dottrina Responsibility to Protect. Non era stato previsto il dispiegamento di truppe di terra ma la comunità internazionale avrebbe agito tramite incursioni aeree e supporto logistico. Nonostante il mancato dibattito congressuale, il Presidente Obama, avendo ponderato la limitatezza della missione in natura, durata e scopo nonché la richiesta libica di diritti universali, intervenne per difendere l’interesse nazionale ossia un eventuale contagio che avrebbe destabilizzato l’intera regione.

In parallelo, la NATO intervenne con l’Operazione Unified Protector per proteggere i civili. Ma quali civili proteggere? Come? I ribelli altro non erano che civili e proteggerli portò alla violazione dell’UNSCR 1973 che non prevedeva la possibilità di supportare una fazione. L’intervento sarebbe proseguito finché gli attacchi contro i civili non fossero cessati, le forze armate e paramilitari guidate da Gheddafi non avessero lasciato le loro basi e il supporto umanitario non avesse raggiunto i civili. Furono avanzate critiche circa l’incoerenza tra gli obiettivi ONU e l’operato NATO nonché riguardo alla mancata neutralità delle forze dell’Alleanza. Fu proprio quando l’intervento NATO divenne apertamente a favore dei ribelli che riuscì ad arrestare il conflitto il 20 ottobre 2011 e lasciare il Paese 11 giorni più tardi.

Transizione

Nella Libia orientale, sin dall’inizio della ribellione, si era costituito un governo ad interim che fu, alla fine delle ostilità, riconosciuto come il Consiglio Nazionale di Transizione. In quanto tale, ricevette sin da luglio 2011 una serie di risorse. Spinto dalla comunità internazionale, il Consiglio stabilì un primo processo di transizione che si rivelò di scarsa attuabilità. Le elezioni, che si sarebbero dovute tenere 240 giorni dopo la liberazione del Paese, furono sospese così il Consiglio divenne il governo de facto e non trasferì il potere entro un anno dalla deposizione di Gheddafi come previamente convenuto. Ciò indebolì considerevolmente la legittimità del Consiglio costituito da coloro che avevano lasciato il Paese negli anni Ottanta, quando il regime si era inasprito.

Al contempo le figure che avevano supportato Gheddafi si dimisero dalle posizioni occupate riducendo la possibilità di una transizione pacifica. Inoltre, aumentavano o persistevano le richieste federaliste provenienti dalla Libia orientale che si prestavano a un’interpretazione secessionista, paura condivisa anche dalla comunità internazionale. Le forze a favore del cambiamento si contrapposero a quelle della tradizione in un conflitto crescente. Il governo tentò di unificare le milizie sotto l’autorità del Ministero della Difesa mentre le forze di polizia si costituivano sotto l’autorità del Ministero dell’Interno, salvo poi affiliarsi a gruppi estremisti. La violenza tra le fazioni, pur esacerbata dall’indizione di elezioni, non fermò lo svolgersi di queste che formarono un governo debole dato il non-allineamento del partito conservatore Islamico.

Preludio di guerra civile

Nel 2013 l’incessante violenza delle milizie spinse la comunità internazionale ad inviare soldati e gli Stati Uniti fecero altrettanto per favorire la creazione di un esercito nazionale. Nel 2014 la Libia approvò la costituzione e furono indette delle elezioni per la formazione di un’assemblea nazionale. Le  elezioni generali però furono il preludio della guerra civile. Quando il risultato fu invalidato dalla Corte Suprema Libica, la fazione vincitrice si rifiutò di lasciare il potere mentre anche l’altra fazione, l’Esercito Nazionale Libico (LNA), si organizzava dotandosi di governo, parlamento ed esercito propri. Quest’ultimo fu riunito agevolmente perché le milizie non erano mai state dissolte completamente. A luglio lo staff ONU lasciò il Paese.

Mentre le ostilità aumentavano, il Consiglio di Sicurezza, approvando la risoluzione 2174, modificò il regime di sanzioni. In Libia, già con la UNSCR 1970, erano state introdotte le cd smart sanctions che permettevano, nell’ottica di proteggere i civili, di colpire solamente coloro che erano ritenuti responsabili di alimentare il conflitto. Inoltre, fu imposto l’embargo delle armi e l’UNSCR 2213, adottata nel 2015, allargò il novero di attività sanzionabili secondo l’UNSCR 2174.

Tentativi di negoziazione

Nel tempo il conflitto divenne sempre più polarizzato e multilivello perché gli attori politici e militari avevano diverse identità che si sovrapponevano e travalicavano le tradizionali distinzioni binarie: est contro ovest, Islamici contro secolari, tradizione contro rivoluzione. L’ONU intervenne nel 2015 per condurre negoziati tra le parti, che si conclusero con la creazione del Governo di Accordo Nazionale (GNA). Lo status quo rimase sostanzialmente invariato.

Nel 2016 il presidente Obama tentò di fare pressione affinché l’accordo fosse rispettato bloccando le proprietà sotto giurisdizione statunitense e ostruendo l’ingresso nel territorio di individui ed entità che erano state trovate colpevoli di aver condotto, o condurre, operazioni che minacciavano il processo di transizione libico. Lo scontro tra al-Sarraj – leader del GNA – e Khalifa Haftar – leader del LNA – supportato da potenze regionali e transregionali, si trasformò in conflitto aperto nel 2019. L’avanzata del LNA è stata supportata, e resa possibile, dalla Russia mentre la Turchia correva a supportare il GNA con un accordo sulla demarcazione marittima e la fornitura di supporto aereo per la difesa.

Ulteriori sviluppi

Il presidente Trump ha continuato ad imporre sanzioni, nonostante la risoluzione diplomatica sia stata di sovente caldeggiata. I ripetuti embarghi imposti sono stati altrettanto ripetutamente disattesi e la fornitura d’armi ha ostacolato i tentativi di cessate il fuoco. Fondamentale per valutare gli effetti dei tentativi di stabilizzazione del Paese è stato il Libya External Office tramite cui Washington monitora l’efficacia e la destinazione dei fondi per la stabilizzazione, la transizione, i programmi umanitari e lo sviluppo di condizioni di sicurezza.

Nel 2018, fu annunciato che la Libia avrebbe partecipato al programma Trans-Sahara Counterterrorism Partnership, un’iniziativa statunitense per creare istituzioni resilienti e capaci di fronteggiare e prevenire le minacce terroristiche. Inoltre, furono conclusi degli accordi e memoranda di intenti per programmi di sicurezza, riguardanti aeroporti e confini. Dall’aprile 2019 gli Stati Uniti hanno ritirato i soldati impegnati in operazioni contro il terrorismo. Inoltre, nel novembre 2019, esponenti del GNA hanno visitato Washington per lanciare un dialogo di sicurezza che comprende anche la smobilitazione delle milizie.

Tuttavia, lo status di emergenza nazionale è stato prolungato per un altro anno a partire dal 20 febbraio 2020. Il GNA ha sollecitato Washington a creare una base militare in Libia per controbilanciare la presenza russa nel Paese. Nel giugno 2020, le precarie condizioni economiche e sociali nonché la violazione dei diritti umani hanno spinto alla creazione di una fact-finding mission per investigare i presunti abusi di diritti umani. Infine, i diplomatici americani hanno dichiarato che Washington si sarebbe opposta a qualunque interferenza straniera, ribandendo la necessità di una tregua immediata, mentre le parti dovrebbero mantenere la neutralità per combattere il terrorismo. Il continuo intervento degli alleati è, però, una prova tangibile, della perdita di controllo da parte degli Stati Uniti sulla comunità internazionale.


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Conclusioni

Anche se l’operazione era stata lanciata per fronteggiare la crisi umanitaria, gli Stati Uniti iniziarono ben presto a nutrire preoccupazioni circa i potenziali effetti di contagio che ne sarebbero scaturiti se si fosse giunti al collasso dello Stato, per cui gli sforzi si concentrarono sulla transizione di potere e sulla risoluzione del conflitto. Ciononostante, le potenze internazionali si dimostrarono riluttanti a intervenire adeguatamente. La missione risultò contraddittoria perché alla voragine aperta non seguì nulla di concreto. La transizione non fu alla democrazia, bensì al fallimento dello Stato.


L’impegno statunitense è variato nel tempo, concentrandosi sulla risoluzione di problemi umanitari, di governance e di sviluppo, incluso il traffico e l’abuso di migranti, così come la violazione dei diritti umani e del diritto umanitario. Un intervento militare concreto giunse solo quando i gruppi estremisti minacciarono la sicurezza regionale del Nord Africa e dell’Europa: anche la Libia, infatti, è stata teatro dello scontro con l’ISIS.

Il Presidente eletto Biden è considerato molto cauto, essendosi opposto all’intervento. Tuttavia, è verosimile pensare che la Libia potrebbe continuare ad essere uno dei teatri di competizione tra le grandi potenze. Nondimeno, se gli Stati Uniti rispolverassero la loro capacità diplomatica potrebbero recuperare il ruolo di mediatori nella delicata fase negoziale.

La Libia segnerà probabilmente l’ultimo intervento per esportare democrazia e mercato, evidenziando di fatto la crisi dell’ordine liberale. È venuta meno la volontà statunitense di proiettare risorse e potere all’estero e altre potenze ne stanno approfittando; ma ad ogni passo indietro verso la collina su cui sorge la Città corrisponde un guadagno economico ed una perdita di legittimità.

Elisa Maria Brusca
Geopolitica.info