Libia: morire per una bomba o per il Coronavirus?

Al peggio non c’è mai fine e la Libia lo sa bene. Dopo anni di combattimenti, la tregua non arriva, anzi, sui territori forse dimenticati da Dio sembra abbattersi un’altra incombente minaccia, quella del Coronavirus.

Libia: morire per una bomba o per il Coronavirus? - Geopolitica.info fonte: repubblica.it

Da ormai sei anni in Libia è in corso una guerra civile tra due fazioni dominanti. Da una parte, il Governo di accordo nazionale (GNA) con base a Tripoli e diretto da Fayez Al- Sarraj. Governo ufficialmente riconosciuto dalle Nazioni Unite e sostenuto dalla Turchia. Dall’altra, l’esercito nazionale libico (ENL), guidato dal generale Khalifa Haftar, con base a Bengasi, nella regione est del paese, ricevente l’appoggio di potenze rilevanti sullo scenario internazionale quali la Russia, l’Egitto e gli Emirati Arabi. Nell’ultimo anno l’ENL ha preso d’assalto Tripoli nella speranza di ottenere il controllo di tutto il paese e così la linea del fronte si è spinta sino alla periferia della città, dove ad oggi i cittadini si sono ammassati e vivono in condizioni altamente precarie.

A questa realtà intrinsecamente problematica e labile di partenza, se ne somma un’altra, quella dell’epidemia del Covid-19.  In un paese in cui le infrastrutture sono devastate dalla guerra civile ed il sistema sanitario è poco stabile, la diffusione dell’infezione da Coronavirus potrebbe gravare sull’assetto nazionale.

Le misure preventive conclamate dall’occidente, quali per prime il distanziamento sociale e la permanenza obbligata all’interno delle proprie dimore, sembrano non aver opportunità di realizzazione in un paese in cui, i quotidiani scontri obbligano le persone a continui spostamenti per fuga o peggio ancora, dove la popolazione è costretta a ricorrere alla scelta disperata di ammassarsi lì dove i bombardamenti non sono ancora arrivati, mettendo così a repentaglio la propria salute.

In sintesi, nei campi di battaglia, le misure atte a prevenire la diffusione del contagio sono ben lungi dall’essere applicate e tutto questo conduce irrimediabilmente ad un bivio atroce: restare in casa, con il pericolo di essere colpiti da una bomba o fuggire rischiando di contrarre un virus che, in non pochi casi, è altamente letale.

Ad oggi il numero di contagi confermati in Libia non supera quello di diverse decine di persone, dati che a prima vista sembrerebbero rassicuranti ma che ancora una volta potrebbero non rispecchiare la realtà dei fatti. Il sistema sanitario non è in possesso degli strumenti necessari per verificare il numero effettivo dei contagiati, ciò che nel pratico si traduce in una scarsità di tamponi. Analogamente, risulta altrettanto difficoltoso in molti casi riuscire a comprendere la causa effettiva dei decessi, con la conseguente ombra di incertezza in merito alle stime ufficiali dei deceduti per Covid-19.

Alla luce della minaccia causata dall’emergenza sanitaria, sono giunte sul territorio libico varie richieste da parte delle Nazioni Unite di cessate il fuoco, le quali non solo hanno avuto un’efficacia assai discutibile ma sembrano oltre tutto aver avuto l’effetto contrario. Dopo brevissimi attimi di tregua, l’esercito nazionale libico ha addirittura iniziato a bombardare gli ospedali civili, certo di trovarvi all’interno una notevole quantità di persone ricoverate per Coronavirus, esasperando le circostanze. Raccapriccianti sono le immagini di soldati libici che imbracciano un fucile ed indossano una mascherina,emblema di un paese non disposto a rinunciare alla guerra seppure questa implichi la possibilità di un contagio letale. 

Parallelamente a queste circostanze, c’è una parentesi da non sottovalutare che è quella dell’orrore nei centri di detenzione libici, all’interno dei quali si perde il conto del numero degli “ospiti” e nei quali la diffusione del virus trova un accesso preferenziale, viste le condizioni inumane in cui essi riversano. Detenuti che nella migliore delle ipotesi riescono semplicemente a tentare la traversata per raggiungere l’Europa, la stessa che invece, dal canto suo, per adempiere alle misure di contenimento del Covid-19, sta rendendo le omissioni di soccorso sempre più all’ordine del giorno, utilizzando la crisi sanitaria come pretesto per rimpatriare gli immigrati, ignorando forse che: “rimandare al proprio paese di origine chi presenta una richiesta d’asilo senza ascoltare le sue dichiarazioni va contro i principi fondamentali della legislazione internazionale sui profughi.”