Libia: il “ricatto politico” per la liberazione dei pescatori

Dopo 108 giorni di prigionia l’equipaggio dei due pescherecci italiani detenuti in Libia è stato liberato nella giornata di giovedì 17 dicembre dopo il viaggio di Conte e Di Maio a Bengasi da Haftar. Il rilascio dei pescatori – 8 italiani, 6 tunisini, 2 indonesiano e 2 senegalesi – pone fine ad una situazione di stallo politico sul loro destino e rappresenta un caso diplomatico per il governo italiano.

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La prolungata prigionia del gruppo di marinai era diventata motivo di imbarazzo per Roma, con i critici che accusavano il governo di Giuseppe Conte di non aver opposto resistenza all’azione del feldmaresciallo Kahlifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica che guida l’Esercito nazionale libico (Lna) nella parte orientale della Libia. Sia Conte che Di Maio sono volati a Bengasi per il rilascio dei pescatori, che al momento del sequestro erano a bordo di due imbarcazioni siciliane sequestrate dalle forze di Haftar lo scorso 1° settembre. Le due navi, l’Antartide e la Medinea, si trovavano a circa 80 miglia al largo i Bengasi, quando sono state avvicinate dalle milizie haftariane. L’accusa era quella di pesca in acque territoriali libiche; da lì l’arresto e il trasferimento in una prigione nei pressi della città cirenaica.

L’Italia aveva tentato il coinvolgimento di alcuni alleati dell’uomo forte della Cirenaica, primi fra tutti Egitto e Russia, per poi puntare sugli Emirati Arabi Uniti. Ma nessuna di queste scelte ha sbloccato la situazione. Ruolo chiave giocato in questo contesto è stato quello del vice di Fayez al-Serraj, Ahmed Maiteeq: figura di spicco di Misurata e politico moderato apprezzato un po’ ovunque. Non è un caso che  proprio il vicepremier del Governo di accordo nazionale (Gna) sia riuscito a raggiungere un accordo con Haftar lo scorso settembre per la riapertura della produzione e delle esportazioni petrolifere. Un successo molto importante, in un momento in cui le proteste popolari stavano crescendo da Tripoli a Tobruk, e un risultato che conferma il ruolo di interlocutore di Maiteeq: l’unico esponente politico di Tripoli in grado di confrontarsi in maniera proficua con gli uomini della Cirenaica. Secondo alcune voci diplomatiche, sarebbe stato proprio il misuratino a fungere da mediatore decisivo tra la richiesta italiana  e quella di Haftar.

Il feldmaresciallo, per liberare i 18 marinai, aveva chiesto in un primo momento il rilascio dei quattro presunti calciatori libici imprigionati in Italia con l’accusa di essere scafisti, per poi subordinare il rilascio dell’equipaggio dell’Antartide e della Medinea ad un incontro con il premier e il ministro degli esteri italiani da tenersi in terra libica. In questa modo, Haftar avrebbe ricevuto quel riconoscimento politico quale attore protagonista in Libia che, dopo le ultime sconfitte ricevute sul campo, era venuto meno. L’indebolimento di Haftar è un elemento importante da tenere in considerazione. Un indebolimento che si accompagna al cessate il fuoco tra le parti, raggiunto lo scorso 23 ottobre e Ginevra, e ai continui incontri politici e militari tra Tripoli e Tobruk con lo scopo di raggiungere quella stabilità e quella pace che manca da fin troppo tempo nel paese nordafricano. Haftar, che nel processo politico attuale sembra avere un ruolo marginale, ha agito con forza tentando di compensare la sua debolezza politica; e lo ha fatto giocando la carta del sequestro e del ricatto nei confronti di un’Italia sempre più marginale e debole. L’evento in sé, associato ad un altro episodio simile – quello del mercantile turco, prima sequestrato e subito rilasciato – avvenuto qualche settimana fa, evidenzia la perdita di influenza dell’Italia non solo in Libia ma nel Mediterraneo, a favore di altri attori come la Turchia.


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Altro elemento da considerare è la posizione di Roma nella disputa libica. L’Italia “sostiene” il Gna di Tripoli, riconosciuto dalle Nazioni Unite, ma sostenuto anche da Ankara che ha sostanzialmente sostituito Roma come partner privilegiato di Tripoli: un processo di declassamento avviato come conseguenza dell’immobilismo italiano rispetto al forte attivismo della Turchia di Erdogan. La perdita di leva su Tripoli è andata di pari passo con il non riconoscimento di Haftar quale attore politico. Solo qualche mese fa, durante un viaggio in Libia, il capo della Farnesina, dopo aver visitato la capitale libica, si era recato in Cirenaica per incontrare il Presidente della Camera dei rappresentanti di Tobruk, Aguila Saleh. La scelta di ignorare completamente il feldmaresciallo, considerato sul fronte politico ormai non più decisivo dopo la fine dell’assedio di Tripoli e le sconfitte subite sul campo per mano delle milizie fedeli al Gna e supportate dai turchi, non è stata molto gradita ad Haftar.

In questo contesto la formula italiana dell’equidistanza tra i due oppositori e l’ambiguità di alcune scelte vede Roma ancora una volta perdere punti e posizioni. E il viaggio di Conte e Di Maio è stato il prezzo politico pagato.

Mario Savina,
Geopolitica.info