Libia – Haftar ripudia l’accordo di Skhirat. Gli ultimi sviluppi della crisi

Se l’Italia sembra essersi impantanata nell’emergenza coronavirus, ciò non implica che il resto del mondo si fermi, a maggior ragione quelle porzioni di terra dilaniate dai conflitti. L’allentamento delle pressioni esterne dovute al virus sembra anzi aver rinvigorito le ragioni di chi soffia sul fuoco della guerra come sta avvenendo in questi giorni in Libia.

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Del 23 aprile sono le parole incendiare del maresciallo di Libia Khalifa Haftar, comandante in capo dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), con le quali durante un discorso televisivo ha invitato la popolazione libica a stracciare i termini dell’accordo Skhirat datato 2015. Nella cittadina marocchina il 17 dicembre 2015 i delegati del Congresso di Tripoli e della Camera di Tobruk avevano firmato un accordo per la nascita di un “governo di unità nazionale” incaricato di pacificare il Paese. Il Libyan Political Agreement (LPA) di Skhirat se da un lato era frutto della necessità comune a Tripoli e Tobruk di combattere contro lo Stato Islamico, dall’altro non poneva ai due schieramenti rivali obiettivi politici raggiungibili in tempi brevi come la completa unificazione della Libia sotto l’egida di una triade di organi esecutivi rappresentata da un Consiglio di Presidenza, un Gabinetto ed un Consiglio di Stato mentre la funzione legislativa sarebbe stata esercitata dal Parlamento di Tobruk.

Il fatto che le decisioni in materia di politica militare – comprese le nomine dei comandanti di grandi unità – secondo il documento di Skhirat spettassero esclusivamente al Consiglio di Presidenza aveva già all’epoca fatto intuire che l’accordo avrebbe avuto vita breve o sarebbe rimasto – come puntualmente si è verificato – inapplicato. Una politica militare interamente gestita dal Consiglio di Presidenza escludeva dai meccanismi decisionali uno dei principali attori del conflitto, nonché uomo forte della Cirenaica, il maresciallo Khalifa Haftar che è stato, infatti, uno dei più accaniti avversari dell’accordo di Skhirat.

Scaduto ufficialmente il 17 dicembre 2017 – nonostante l’ONU lo ritenga ancora valido – l’accordo di Skhirat ha continuato ad essere operativo nonostante, secondo Haftar, gli organi da esso scaturiti, su tutti il governo tripolino presieduto da Fayez al-Sarraj, abbiano da quella data perso legittimità generando una situazione incontrollabile. Nella seduta del 22 aprile lo speaker del Parlamento di Tobruk Aguila Saleh Issa ha proposto di affidare ad un nuovo Consiglio di Presidenza le funzioni del comandante supremo delle Forze Armate almeno nella prima fase lasciando intuire non  solo  su cosa si baserà una eventuale proposta di revisione del LPA ma, in termini di politica spicciola, il sostegno assoluto alle aspirazioni di Haftar.

Nonostante Haftar non abbia mai fatto mistero di considerare nullo il LPA, ha scelto di parlarne nuovamente in televisione all’apertura del mese sacro del Ramadan per un motivo ben preciso: lo stato di palese debolezza politico-diplomatica e quindi “contrattuale” dei sostenitori esteri di al-Sarraj (Italia compresa) non garantisce a Tripoli quella copertura internazionale sulla quale si è fondata la sua tenuta quale “potere legittimo” in Libia.

Rivolgendosi ai libici Haftar ha detto: «Il Consiglio di Presidenza di Tripoli ha distrutto l’economia, ha saccheggiato e sprecato il denaro della popolazione, ha trascurato lo sviluppo, si è alleato con milizie terroristiche, ha sfruttato le risorse petrolifere per sostenerle e ha portato mercenari per combattere a fianco dell’esercito». Il maresciallo ha dipinto l’esecutivo tripolino come schiavo della corruzione e vassallo della Turchia autoeleggendosi quale campione della sovranità libica. Lo stesso ha fatto il portavoce del LNA al-Mismari il 22 aprile dichiarando in conferenza stampa che «L’intervento della Turchia è diventato una occupazione diretta della capitale».  L’intervento armato di Ankara in Libia ai primi di gennaio aveva spiazzato le cancellerie occidentali e, sul campo, dato ossigeno alle milizie del GNA impegnate in una difficile battaglia difensiva contro le meglio armate truppe haftariane. La presenza di soldati regolari turchi e di centinaia di mercenari levantini da loro profumatamente pagati sul terreno ha spinto i vertici militari di Tripoli a lanciare il 25 marzo l’offensiva “Tempesta di pace” conquistando i centri costieri di Sorman, Sabrata, Mitrid ed al-‘Ajilat ripristinando così il collegamento con la frontiera tunisina. L’obiettivo dichiarato è quello di arrestare l’avanzata del LNA verso la capitale ma lo scopo reale è quello di sfiancarne il dispositivo militare che ha in Tarhuna il suo fulcro.

Scacciare le forze di Haftar da Tarhuna allo stato attuale risulta essere l’opzione militare più difficile (il controllo da parte del LNA delle principali vie di comunicazione impedisce un’offensiva via terra su vasta scala limitando l’azione del GNA ai bombardamenti aerei sulla città) ma allo stesso tempo è un’azione necessaria per allentare la pressione nemica su Tripoli. Solo nell’ultima settimana ingenti danni sono stati provocati ad abitazioni private ed ospedali dall’artiglieria di Haftar schierata nei sobborghi della capitale, senza parlare dei continui attacchi aerei portati contro l’aeroporto internazionale di Mitiga. Se il GNA ha ottenuto qualche successo, lo ha fatto comunque su un fronte secondario senza andare ad intaccare il dispositivo militare del LNA che sta, nel complesso, tenendo botta. L’estensione del territorio da difendere non rappresenta un vulnus per le forze di Haftar vista l’impossibilità per i tripolini di attaccare in profondità e la poca disponibilità finora mostrata dai comandi turchi ad impegnarsi più a fondo. Scopo della Turchia è quello di garantire l’agibilità politica del governo di al-Sarraj con il minimo sforzo, inviare truppe sul terreno è stata una scelta anzitutto politica sia per riequilibrare una situazione che, al netto del massiccio appoggio non solo finanziario ma anche logistico-militare dato ad Haftar da Egitto ed Emirati Arabi Uniti, rischiava di sfuggire di mano, sia per rosicchiare lo spazio lasciato irresponsabilmente vuoto da un altro dei principali sponsor dell’esecutivo tripolino, cioè l’Italia. 

L’incapacità che Roma mostra nell’affrontare l’intricata situazione libica è la cartina al tornasole di una impostazione politica totalmente sbagliata che andrà, anche alla luce dell’emergenza Covid-19, rimodulata nel prossimo futuro per rispondere alle sfide che l’interventismo turco e l’instabilità – che pare ormai strutturale – della Libia sembrano presentare ai decisori politici italiani.

In estrema sintesi, da un punto di vista squisitamente politico l’appello anti-Skhirat lanciato al popolo libico da Haftar può essere tradotto anche come una critica radicale al percorso di pacificazione sancito – turandosi il naso e con molti dubbi – a Berlino nel gennaio scorso. Un percorso condiviso verso la pacificazione ed il ricompattamento dell’ex Quarta Sponda italiana non è attuabile; la debellatio del rivale resta agli occhi dei contendenti l’unica strada percorribile, nonché l’unica a garantire – per la parte vincente – il mantenimento degli equilibri interni alla propria coalizione militare-politica (è bene che i due aggettivi stiano proprio in quest’ordine considerata la conformazione delle forze che appoggiano rispettivamente al-Sarraj ed Haftar) e quindi anche la garanzia di un sistema di potere basato sulla forza acquisita all’interno di un Paese che, ove tornasse ad essere unito sulla carta, sarebbe comunque dominato da gruppi tribali e da consorterie politico-criminali che ambiscono ed ambirebbero al loro spazio d’autonomia.