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NewsLibia: fra ieri e oggi con nuovi scenari trasversali

Libia: fra ieri e oggi con nuovi scenari trasversali

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Sebbene il paese fin dalla sua indipendenza nel 1953 non avesse mai avuto una concezione unitaria di sé, Gheddafi mettendo in pratica il “divide et impera” ed una costante attività repressiva, era riuscito a dare un’immagine di unità del Paese, anche se fragile. Creando un equilibrio strategico tra le diverse aree, città costiere e realtà tribali presenti sul territorio faceva da collante per poter mantenere il potere sull’intero paese e sulle sue risorse naturali. 

Nel 2011 il vento delle “primavere arabe”, partendo dalla Tunisia di Ben Alì e passando per l’Egitto di Mubarak giunse anche in Libia, causando movimenti di massa, istanze di democratiche e ripercussioni contro il regime dittatoriale spesso represse nel sangue. Nel febbraio dello stesso anno, dopo l’uccisione di decine di persone nelle feroci rivolte, che ben presto divennero armate,tra polizia del regime e manifestanti vi fu una escalation degli scontri che si tramutò in guerra civile. La risoluzione dell’ONU 1973/2011 intimava un cessate il fuoco ai danni dei civili, imponeva una “no fly zone” e invitava i paesi membri, singolarmente o in coalizione, a fare tutto il possibile per garantire la sicurezza della popolazione. In conseguenza di tale risoluzione, la Francia supportata del Regno Unito e con il benestare degli Stati Uniti, diede il via, il 19 marzo, a raid aerei che miravano alla deposizione del governo di Gheddafi. La caduta del dittatore, infatti, scompose i precari equilibri che quest’ultimo riusciva bene o male a bilanciare e tenere insieme, soprattutto con la forza, e innescò una serie di lotte di potere interne, motivate in gran parte da differenti visioni politico ideologiche e religiose del post Gheddafi. Nel settembre 2011, la risoluzione 2009, del Consiglio di Sicurezza aveva optato per la messa in sicurezza e la pacificazione del Paese. Il mandato doveva sostenere la fase di transizione e lo sforzo libico nella riorganizzazione della sicurezza, della vita politica ed economica dello Stato. Ma ad aggravare ulteriormente la situazione, il 5 maggio del 2013 il Congresso Generale Nazionale, sotto la minaccia delle milizie approvò la legge sull’isolamento politico, che imposero un testo radicale, stabilendo criteri per l’esclusione dalla vita politica di tutti i membri del vecchio regime; criteri cosi rigidi, che finirono per emarginare tutti colori che fossero entrati anche solo in contatto con la figura del colonnello. Così facendo si esclusero di fatto la stragrande maggioranza delle persone politicamente e amministrativamente competenti nonché la maggior parte dei leader anti islamisti del Parlamento libico, tra cui Mahmud Gibril, che pure avevano svolto un ruolo cruciale nella lotta contro il regime. 

Tra l’aprile ed il maggio 2013 diversi gruppi armati a Tripoli assaltarono e conquistarono alcuni palazzi governativi come i ministeri degli Esteri, Giustizia e Interni. Con l’isolamento politico si stabiliscono due precedenti pericolosi: la legittimazione della pressione diretta dei gruppi armati sul parlamento e il gioco a somma zero, ovvero ciò che perde una parte la guadagna l’altra fino a che una delle due viene eliminata. È nel 2013 che si segnala nel panorama libico la rilevante presenza di numerosi gruppi legati ad Al-Qaeda, già comunque attestata l’anno precedente in seguito all’uccisione dell’ambasciatore americano a Bengasi. Nel conflitto trovano rapidamente spazio i più disparati gruppi terroristici di matrice islamista, molti dei quali fanno capo ad al- Qaeda, altri invece si riuniranno sotto la bandiera nera del sedicente Stato Islamico, il cui peso all’interno del caos libico è stato senza dubbio determinante per l’inasprimento degli scontri che nel 2015 esplosero in una seconda guerra civile. Il 25 giugno 2014 viene eletto il nuovo parlamento, la Camera dei Rappresentanti, che prende il posto del Congresso Nazionale. Il 13 luglio però le forze rivoluzionarie, sconfitte alle urne e rappresentate dalle milizie islamiche di Misurata, intrapresero un’offensiva contro le milizie di Zintan (circa 20.000 unità), già protagoniste dell’“operazione dignità”, che era stata lanciata il 18 maggio dal generale Khalifa Haftar. 

I conflitti tra varie milizie, tribù locali, fazioni ribelli e città costiere porterà alla totale frammentazione del Paese in gruppi armati che nel settembre del 2014 presero posto in due principali fazioni militari contrapposte ognuna con il relativo governo e parlamento. Il primo esecutivo opera tra Tobruk e al-Bayda, all’estremità orientale della Libia, vicino, sia geograficamente che politicamente all’Egitto di al-Sisi, il quale sostiene il governo del primo ministro Abdullah al-Tinni fornendogli anche assistenza militare in armamenti. Il governo di Tobruk era stato eletto dal Parlamento formatosi in seguito alle ultime elezioni del 25 giugno 2014, ed è per tal motivo che gode del riconoscimento della comunità internazionale e della protezione del generale e delle milizie di Zintan. Il secondo governo si è insediato nella capitale in seguito alla sua occupazione ma è tutt’altro che legittimo e di fatto non riconosciuto da alcun Paese

Quando tutte le telecamere sono accese su quanto sta accadendo in Ucraina nuovi scenari trasversali si delineano in Libia : il Parlamento insediato a Tobruk decide, con una procedura non del tutto chiara, di togliere la fiducia al Governo guidato da Abdul Debeiba e indica come Primo Ministro l’ex Ministro dell’Interno del Governo Saraj, Fathi Bashaga. Tale operazione è stata supportata da uno stesso obiettivo fra componenti dell’ovest e dell’est attraverso un allineamento di equilibri paralleli agli sviluppi nei rapporti fra le potenze estere.

Grazie al determinante supporto turco Bashaga aveva avuto una posizione rilevante nella resistenza all’offensiva del Generale Haftar che godeva del supporto di Russia , Egitto e Emirati che lo sostenevano anche all’armamento aereo. Attualmente gode del sostegno di Haftar dopo che, alla nascita del Governo di unità nazionale condotto dalle Nazioni Unite , Germania , Italia , Francia e Stati Uniti e con il consenso di Turchia e Russia dominanti sul terreno, notevolmente erano ridotti i sostegni al Generale da parte di Emirati e Egitto ormai avvicinati a Debeiba che presentatosi alle mancate elezioni ha mostrato una grande difficoltà ad allargare il proprio consenso inducendo i suoi nuovi sostenitori su Bashaga in un nuovo progetto di trasversalità fra Tripolitania e Cireneica.

Per le Nazioni Unite il Governo di Debeba detiene la sua legittimità fino alle nuove elezioni. La più orientata alle decisioni prese dal Parlamento di Tobruk è la Francia, mentre Stati Uniti,Italia , Turchia e Russia sembrano in una posizione di attesa così mostrando una preferenza per questo “modus vivendi” influenzato dalle sfere economiche e politiche piuttosto che armarsi per confronto militare diretto o indiretto. Nonostante tutto però resta di grande rilievo l’armamento militare sul terreno per quello che riguarda il confronto tra le milizie libiche della componente occidentale. Debeiba, vittima di un attentato fallito, e Bashaga possono contare sulle milizie fedeli rispettivamente di Tripoli e di Misurata, e sui loro rapporti di forza.

Per ora sembrano non esser coinvolti i due pilastri che assicurano la sopravvivenza economica del paese, la National Oil Company(NOC) che continua,con le società straniere presenti, ad estrarre petrolio e gas e la Banca Centrale che grazie agli introiti della NOC supporta le istituzioni e gli organi di sicurezza sia ad ovest che a est. In questo particolare periodo di crisi energetica, soprattutto caratterizzato dalle conseguenze di quanto accade tra Russia e Ucraina, la partnership tra NOC e Eni permette all’Italia di ricevere un 10% del fabbisogno energetico attraverso il gasdotto fra Mellitah e la Sicilia sicuramente prezioso dato il momento che stiamo vivendo.

Ma da questa vicenda chi ne trae profitto e chi arretra? Gli Emirati e l’Egitto sembrano guadagnarci mentre Russia e Turchia e altri paesi dell’occidente non trovano pace. La Russia, attualmente impegnata in altro, non accetterà mai di veder vanificati i suoi investimenti nella sicurezza e nella ricerca di risorse in Libia e nel Sahel, area in competizione con la Francia già suo alleato nel sostegno ad Haftar. La Turchia, che sia Bashaga o Debeiba, troverà di fronte a se persone con le quali ha già avuto un confronto a Tripoli ricomponendo i rapporti con l’Egitto non molto preoccupato a sostenere Bashaga , ritenuto vicino ai Fratelli Musulmani e chiudendo accordi economici con gli Emirati dove Erdogan si è recato di recente.

L’Italia in tutto questo non potrà incidere in maniera determinante ma , per quel che riguarda un quadro istituzionale, potrà dare il suo supporto con una attività di facilitazione negoziale . Il suo punto cruciale e di massimo interesse è salvaguardare l’approvvigionamento di gas, che seppur in maniera ridotta, è utile, grazie al ruolo dell’Eni e delle sue infrastrutture ma soprattutto dagli accordi con NOC riconosciuti come indispensabili per il paese. Sono poi riprese alcune attività italiane nel campo di energia e infrastrutture di pari passo al miglioramento delle condizioni di sicurezza del paese, con accortezza nel caso in cui si dovessero deteriorare nuovamente.

Resta di rilievo la questione migratoria che non troverà sostanziali cambiamenti fin quando non nasceranno strutture statali dotate di reale effettività e capacità di controllo, senza un adeguato controllo dei flussi sarà difficile alle organizzazioni internazionali con il supporto dei paesi maggiormente interessati di organizzare rimpatri volontari assistiti, corridoi umanitari e consentire l’esame di domande di asilo.

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