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TematicheMedio Oriente e Nord AfricaI rifugiati in Libano vivono un profondo abbandono

I rifugiati in Libano vivono un profondo abbandono

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Una persona su quattro in Libano è un rifugiato, ma ormai il rifugio è in fiamme e a provare a salvarsi sono tutti, profughi e non. Il rapporto tra le istituzioni e rifugiati, in Libano, è una questione storicamente complessa, fatta di crisi e guerre che hanno portato il Paese a ospitare più di un milione e mezzo di rifugiati su una popolazione totale di meno di sette milioni. Ma dal 2019, il collasso economico del Paese ha trasformato questa complessità in una crepa profonda che il Libano prova a sanare, senza aver risolto tutto ciò che a questa crepa è intorno: il risultato è quello di un dramma umanitario ormai già in corso e che rischia solo di aggravarsi. Così, sui barconi che salpano dal Paese dei cedri si ritrovano stipati siriani, palestinesi e libanesi, tutti accomunati dallo spettro di un Paese che non può più prendersi cura di loro. Si è aperta una nuova rotta migratoria.

I primi profughi, palestinesi, arrivarono in Libano dopo il 1948 con il primo conflitto arabo- israeliano. Altri continuarono ad arrivare dopo la guerra dei sei giorni, nel 1967, e dopo il settembre nero, nel 1970, creando una comunità palestinese che oggi, stando all’UNRWA, ammonta a oltre 400.000 rifugiati. Nel 2003 ad arrivare furono gli iracheni e, per sopperire alla mancata adesione del Libano alla convenzione di Ginevra, fu stipulato un memorandum di intesa con l’UNHCR che configura però il Libano come una sorta di “paese di transito”. Ma è stato con lo scoppio della guerra civile siriana, nel 2011, che il flusso è stato tale da cambiare demograficamente il Paese: in centinaia di migliaia sono arrivati nelle strade di Beirut, Tripoli, Tiro, fuggendo da un Paese insanguinato e trovando nel vicino Libano l’appiglio più vicino alla sopravvivenza. È difficile stabilire quanti siano   attualmente   i   rifugiati   siriani:   quelli registrati dall’UNHCR sono poco più di 800.000, quelli stimati più di un milione, forse un milione e mezzo.

Prima della crisi economica e dell’esplosione al porto di Beirut del 2020 che, simbolicamente, ha riportato il Paese nel caos, le condizioni di vita della maggioranza dei profughi erano di estrema povertà. Lo scoppio, seppur non di una bomba, ha illuminato la paura di una nuova guerra e lasciato ricadere, insieme alla polvere, gli effetti di decenni di corruzione ed economia vacillante. Negli ultimi tre anni, alla loro povertà si è aggiunta quella di oltre 2 milioni di libanesi che, secondo le stime dell’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari, hanno bisogno di aiuti umanitari. Una porzione immensa del Paese, composta da libanesi e non, divisa dalla cittadinanza, ma accumunata dalla precarietà. Quella che era una perpetua crisi dei rifugiati ha lasciato a poco a poco il posto a un’insofferenza generale dei libanesi: da un lato la rabbia verso un governo incapace anche solo di compiere un’indagine sulle responsabilità dell’esplosione, dall’altra il dramma di una moneta senza più potere d’acquisto, della corrente elettrica altalenante, delle “rapine” in banca per ritirare i propri soldi che non potevano più essere prelevati. In un solo anno, dal 2021 al 2022, il tasso di crimini violenti nel Paese è aumentato del 18%, quello di suicidio dell’8%. “Il Libano al collasso” hanno titolato i giornali più letti al mondo, puntando i riflettori soprattutto sulla svalutazione della moneta.

Così, quei campi profughi che fino a pochi anni fa avevano “solo” l’aspetto di quartieri fatiscenti sono diventati il perimetro di una miseria ancor più profonda, il luogo dove spesso nemmeno più il mercato nero del cibo trova spazio per entrare, dove l’istruzione dei bambini è un lusso superfluo e dove anche i più basilari servizi sanitari sono assenti. Nel 2019 i rifugiati siriani in stato di estrema povertà erano il 55%, nel 2021 il 90%. In un Paese in cui la presenza straniera è vista come un pericolo per la stabilità politica, basata su un precario equilibrio confessionale, l’indifferenza delle istituzioni nei loro confronti è assoluta.

Il governo libanese, consapevole di non poter aiutare i suoi cittadini e, di conseguenza, nemmeno i rifugiati, da qualche anno incentiva il ritorno in patria dei siriani. Già nel 2018, molte famiglie hanno fatto ritorno in Siria confidando in un precario assestamento della guerra civile. Dopo un blocco a causa della pandemia da covid, nell’ottobre 2022 alcuni siriani hanno ripreso a tornare a Damasco sulla base di un programma di rimpatrio volontario organizzato dall’autorità di sicurezza libanese, ma che ha visto la perplessità di alcuni gruppi di difesa di diritti umani che si chiedono quale sia il confine tra volontà e coercizione quando la scelta è tra povertà e dubbio. Dal cielo di Damasco, infatti, continuano a piovere schegge di vetro. Torture, esecuzioni sommarie, rapimenti: è questo che hanno trovato molti di coloro che sono tornati in Siria, secondo quanto riportato da Human Rights Watch. Altri, più fortunati, sono semplicemente passati da una povertà all’altra, dovendosi costantemente guardare le spalle da un regime da cui erano fuggiti.

Per chi non vuole tornare in Siria né restare in Libano, la soluzione è quella di voltarsi altrove, inizialmente verso Cipro e, a seguito della politica di respingimento di quest’ultima, direttamente verso l’Europa. In questo viaggio, però, i siriani non sono soli, ma si uniscono ai profughi palestinesi e ai libanesi che decidono di attraversare il mare. Tra i cittadini libanesi, infatti, solo alcuni hanno un passaporto valido e la disponibilità economica sufficiente a uscire dal Paese legalmente, dirigendosi principalmente verso Dubai. Altri hanno deciso di affidarsi al mare, diventando compagni di viaggio di quelli che fino a pochi anni prima erano rifugiati nel loro stesso Paese. Nei primi nove mesi del 2022, come riportato da L’Orient-Le Jour, uno dei principali quotidiani libanesi, il numero di persone che hanno provato ad abbandonare il Paese illegalmente, via mare, è di 2.670: più del doppio rispetto al dato dello stesso periodo nel 2021. Di questi, il 24% ha cittadinanza libanese, mentre il resto sono profughi siriani o, in minor numero, palestinesi. Il tutto si svolge, sempre secondo il quotidiano, attraverso imbarcazioni che, da una a quattro al giorno, partono per lo più dal porto di Tripoli, a nord del Paese, a un costo di circa 5000 dollari a nero per passeggero. Una rotta che, con la crisi economica libanese che non si arresta, vede un aumento sempre maggiore di profughi e, di conseguenza, di morti per naufragio. A settembre, un’imbarcazione diretta in Italia è affondata poco distante dalla costa libanese causando la morte di 97 persone, di cui 24 bambini. Nei mesi precedenti, altre imbarcazioni avevano subito la stessa sorte. A fine dicembre, un’imbarcazione con a bordo 234 persone è affondata, causando la morte di due migranti. Tra i sopravvissuti, la stampa internazionale riporta che 200 siriani sono stati ricondotti forzatamente in Siria: un caso che può rappresentare un precedente ambiguo nella più generale “politica del rimpatrio volontario” che il Libano sta portando avanti nei confronti dei rifugiati siriani.

Così, con la nuova rotta Libano-Europa, le criticità non sono soltanto le potenziali nuove vittime di possibili naufragi, ma anche molteplici violazioni dei diritti umani, questa volta istituzionalizzate, a discapito ancora una volta dei rifugiati.

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