Libano: c’è luce in fondo al tunnel? Intervista al giornalista Lorenzo Forlani

Il Paese dei Cedri vive da anni una crisi economica dalla quale non sembra essere in grado di uscire. Ormai più della metà dei libanesi vive sotto la soglia di povertà e la moneta locale sembra destinata a perdere il 100% del proprio valore. Mentre gli esponenti politici litigano per la formazione di un governo che dovrebbe cercare di risollevare la nazione, si sta consumando una silenziosa lotta fra potenze regionali per l’influenza su un paese tanto piccolo quanto importante per gli equilibri mediorientali. Ne parliamo con il giornalista italiano residente a Beirut, Lorenzo Forlani.

Libano: c’è luce in fondo al tunnel? Intervista al giornalista Lorenzo Forlani - Geopolitica.info

In Libano assistiamo da tempo a proteste di piazza particolarmente intense, specialmente negli ultimi due anni e in coincidenza del netto peggioramento della situazione economica del paese, culminata con il default finanziario del marzo 2020. A più di due anni di distanza dall’inizio di quelle proteste, con due governi caduti, l’esplosione del porto di Beirut e una condizione socioeconomica critica, qual è la situazione in Libano e quali sono gli obiettivi dei manifestanti?

Il Libano anche prima dell’inizio delle proteste dell’ottobre 2019 viveva una grave crisi economica. Le proteste iniziarono per l’introduzione dell’ormai famosa tassa su Whatsapp che scatenò delle manifestazioni che chiaramente avevano radici ben più profonde, legate al peggioramento della situazione economica, all’assottigliamento della classe media e alla svalutazione della moneta. La situazione è poi peggiorata molto rapidamente, soprattutto nei primi sei mesi della protesta, complice anche il fallimento tecnico del Libano con il mancato pagamento di un euro bond. In tutto ciò si è inserita la pandemia che in Libano è tuttora difficilmente controllabile: parliamo di 3000 casi al giorno in un paese che conta 6 milioni e mezzo di abitanti circa. Oggi una persona su 20 in Libano ha contratto il virus. L’esplosione del porto di Beirut è stato poi un ulteriore danno, si parla di 3-4 miliardi di dollari contando solo i danni materiali. Oggi la situazione è drammatica, la lira libanese ha perso quasi il 100% del suo valore; la scorsa settimana al mercato nero il dollaro si cambiava con 12.700 lire, mentre il cambio ufficiale dollaro-lira, fissato dalla Banca Centrale, è ufficialmente di 1500 lire per un dollaro. Chiaramente quest’ultimo cambio non viene più rispettato da mesi e i prezzi nei supermercati vengono aggiornati in maniera quotidiana; ad esempio, la scorsa settimana la Banca Centrale ha fatto sapere che il prezzo dei beni alimentari è il più alto della regione in termini di potere d’acquisto e il prezzo di molti di questi beni, che sono tutti importati in quanto il Libano importa quasi tutto il suo fabbisogno nazionale, ha raggiunto prezzi inaccessibili per la maggior parte della popolazione. Il timore più immediato è oggi quello della fine dei sussidi, il Premier reggente Hasan Diab ha fatto sapere che i sussidi al carburante dureranno solo fino a fine marzo e già in alcune stazioni di benzina è in vigore un razionamento. Questo rischia seriamente di ripercuotersi anche sui medicinali, che già scarseggiano. Oggi, tuttavia, le proteste sono meno intense anche per via della sofferenza reale della popolazione. La protesta era iniziata in maniera trasversale più di un anno fa coinvolgendo qualunque classe politica e gruppo confessionale, pian piano le persone, e ormai parliamo del 50% abbondante della popolazione che vive sotto la soglia di povertà, probabilmente non si sono più potute permettere di protestare in maniera continua. Attualmente ci sono proteste sporadiche a Beirut e a Tripoli, una città molto povera e storicamente marginalizzata dal governo centrale che conta circa il 60% di tasso di disoccupazione. Si segnalano inoltre aumenti di fenomeni migratori, qualcosa di impensabile tre anni fa. Ad esempio, solo nell’ultimo anno, sono stati circa 9600 i libanesi di origini turche che hanno richiesto la cittadinanza turca per iniziare a trasferirsi. In generale c’è un problema non più solo di fuga di cervelli come è sempre stato negli ultimi 10-20 anni, ma fuga di persone povere e senza prospettive di vita in Libano. Attualmente il paese non riesce a vedere la luce in fondo al tunnel.

Sullo sfondo delle proteste di piazza si sta consumando dallo scorso ottobre un vero e proprio braccio di ferro tra il Presidente della Repubblica Aoun e il Primo Ministro designato Hariri per la formazione di un nuovo esecutivo. A cosa è dovuta questa impasse che sta di fatto bloccando il processo decisionale del paese? Negli ultimi tre mesi il leader sunnita si è recato in visita in Turchia, Egitto, Francia, Emirati Arabi Uniti e Qatar, suscitando numerose critiche per via delle sue prolungate assenze dal Libano. Qual è l’obiettivo di queste visite? Hariri sta cercando l’appoggio di altre potenze regionali per la formazione del governo?

Partiamo dall’ultima domanda: forse ricorderemo ormai quattro anni fa di quello che fu a tutti gli effetti un rapimento dell’allora Primo Ministro Hariri da parte dell’Arabia Saudita di Mohamed Bin Salman. Da quel momento i sauditi, storici sponsor della comunità sunnita in Libano, hanno smesso di scommettere su Hariri, non considerandolo più un cavallo affidabile, nonostante i legami ancora forti tra la sua famiglia e Riad. Molti paesi, in virtù della particolare struttura confessionale del Libano, cercano di assicurarsi un ascendente su una comunità, nel caso di Hariri quella sunnita, di cui è il massimo esponente politico. Negli ultimi anni, in parte a causa del coinvolgimento in Yemen, i sauditi hanno smesso di investire fortemente sul Libano. Per questo motivo oggi Hariri è alla ricerca di sponsor diversi, come la Turchia, l’Egitto, gli EAU e il Qatar. A Tripoli ad esempio, storica roccaforte sunnita, negli ultimi anni sono cominciati ad apparire poster del Presidente turco Erdogan, mentre anni fa era molto più semplice trovare manifesti in favore del Re saudita. Già questo è sintomo del ruolo minore giocato da Riad nella partita libanese in favore di altri attori, tra cui appunto Ankara. È ormai chiaro che la Turchia voglia approfittare della lenta diminuzione dell’influenza dell’Arabia Saudita e dei paesi del Golfo sul Libano. Ankara ha già un ascendente importante sulla comunità sunnita di Tripoli. Ma sarebbe sbagliato dire che la Turchia, così come l’Iran con la comunità sciita o la Francia con quella maronita, si rivolga unicamente ai sunniti. La Turchia intrattiene relazioni positive con tutte le comunità libanesi e con il governo centrale, forse è proprio in questo il potenziale turco in Libano. Ankara aiuta molto Beirut, anche prima della crisi; a largo di Sayda è a tutt’oggi ancorata una nave cisterna turca che fornisce acqua. La Turchia è attiva in Libano da diversi anni anche con la sua diplomazia umanitaria, con la Croce Rossa turca e l’agenzia di cooperazione e coordinamento. La Croce Rossa turca è stata ad esempio una delle organizzazioni più attive dopo l’esplosione del porto di Beirut. Esiste una presenza molto concreta della Turchia anche nel profondo Nord del Libano, nella regione di Akkar, dove vive una comunità di 20-30 mila turcomanni verso i quali il governo centrale di Ankara ha sempre inviato aiuti e costruito ospedali. Il ruolo della Turchia può crescere ancora in Libano perché non verrebbe ostacolato da Hezbollah, che lo percepisce come un agente concorrente dei paesi del Golfo e dell’Arabia Saudita in primis. Hariri cerca dunque appoggio da altre sponde, ma si trova in una condizione complicata perché sta cercando contemporaneamente il supporto di potenze rivali, come nel caso di Turchia e Francia, senza tuttavia abbandonare in linea definitiva i rapporti con i sauditi. Tutto ciò si lega all’attuale impasse decisionale in Libano: la scorsa settimana si è tenuto il quarto incontro in 7 giorni tra il Presidente Aoun e Hariri per la formazione del governo, ma la situazione è lungi dallo sbloccarsi. Hariri si sta facendo portatore in maniera discreta delle richieste francesi e della comunità internazionale di formare un governo tecnico di figure che non fanno parte dei partiti tradizionali, continuando a presentare una squadra di tecnici. Questa situazione non è ritenuta accettabile dal Presidente Aoun, che ha già proposto alcune liste ministeriali che fanno riferimento ai partiti tradizionali. In particolare, il nodo riguarda l’assegnazione del Ministero delle Finanze, che Aoun vorrebbe affidare, come convenzione negli ultimi governi, a dei ministri sciiti che fanno riferimento ad Amal ed Hezbollah, i quali a loro volta hanno esercitato pressioni sul Presidente, con il quale sono in alleanza dal 2006. Il Partito di Dio è attualmente sotto sanzioni economiche e vorrebbe dunque assicurarsi il controllo di un ministero che gli permetterebbe di controllare la gestione di capitali. Il timore del duo Aoun/blocco sciita è che le figure tecniche proposte da Hariri possano essere delle figure indirettamente legate a paesi occidentali e a governi ostili a Hezbollah e allo stesso Iran, principale sponsor del Partito di Dio.

Le recenti proteste di piazza hanno colpito tutta la classe dirigente libanese e tutte le principali compagini politiche, tra cui anche Hezbollah. Crede che questi avvenimenti abbiano minato i consensi del Partito di Dio? Inoltre, come crede che si porrà la nuova amministrazione americana nei confronti del movimento sciita?

Chiaramente molto dipenderà da come procederanno i probabili nuovi colloqui sul nucleare iraniano. Personalmente credo in questo momento la situazione possa essere lasciata così com’è anche da questa amministrazione. Al momento Hezbollah è sotto sanzioni, sanzioni che colpiscono non solo i suoi membri ma anche diversi imprenditori legati al Partito sciita e alleati politici, come nel caso delle recenti sanzioni contro il leader del FPM Bassil. Queste sanzioni non credo saranno rimosse dalla nuova amministrazione. Per quanto riguarda i consensi interni di Hezbollah è sempre difficile fornire delle stime certe. Hezbollah non è solamente un partito politico e una milizia sciita, ma anche un brand, c’è dunque anche un sentimento di affiliazione che per certi versi può ricordare quello delle frange di ultras sportivi. Credo che Hezbollah abbia perso dei consensi in questi ultimi anni, soprattutto fuori dalla comunità sciita. Dal 2006 (data del conflitto con Israele) fino allo scoppio della guerra in Siria, il Partito di Dio godeva di un grande consenso che abbracciava anche parte della comunità sunnita e quella cristiana. Lo scoppio delle ostilità nel paese vicino ha segnato un momento di rottura e un conseguente aumento dell’ostilità di gran parte delle frange sunnite della popolazione libanese ma anche di quelle cristiane. L’opinione diffusa era che il coinvolgimento delle milizie di Hezbollah nella guerra in Siria a fianco del Presidente Assad avrebbe trascinato il Libano a sua volta nel conflitto. Le recenti proteste hanno inoltre visto una partecipazione trans settaria, anche molti sciiti hanno partecipato alle proteste, segno del fatto che anche Hezbollah non è esente dalla progressiva delegittimazione dei partiti settari locali. In termini numerici forse Hezbollah ha perso il consenso spontaneo di molti sciiti della città e dei cittadini più istruiti che hanno capito la disfunzionalità del sistema politico libanese. Al tempo stesso è però possibile che proprio a causa di questa sfida aperta ai partiti tradizionali portata avanti dai manifestanti si venga a verificare un compattamento degli affiliati più stretti ad Hezbollah, rendendoli ancora più legati al partito. Tutto ciò rientra poi perfettamente nella retorica del timore di accerchiamento tipica del Partito di Dio. La comunità sciita in Libano, per vari motivi tra cui la costante esposizione alla propaganda, ha un occhio particolarmente attento a tutto ciò che accade a livello internazionale, tendendo a leggere gli avvenimenti interni con un occhio allargato alla regione intera. In questo senso l’attivismo statunitense degli ultimi anni contro l’Iran, unito all’emergere di proteste come quelle scoppiate a Beirut negli scorsi mesi, vengono percepite da parte della comunità come un complotto ordito dall’occidente per colpire Teheran e i suoi partner, con la conseguenza diretta di compattare lo schieramento sciita.