0,00 €

Nessun prodotto nel carrello.

0,00 €

Nessun prodotto nel carrello.

NotizieL'F-35 vince la partita svizzera. Ma l'USAF punta il...

L’F-35 vince la partita svizzera. Ma l’USAF punta il dito contro i costi del programma

-

Il Joint Strike Fighter vince la gara bandita da Berna per il rinnovo della sua componente aerea. Per l’azienda statunitense la Svizzera è il settimo cliente in Europa. Ma la partita non è affatto chiusa: molti partiti nutrono forti dubbi sui costi nel lungo termine e annunciano la proposta di un referendum popolare. Nel frattempo, è proprio l’US Air Force ad ipotizzare un eventuale taglio degli ordini a causa degli eccessivi costi di mantenimento.

Articolo precedentemente pubblicato nel dodicesimo numero della newsletter “A Stelle e Strisce”. Iscriviti qui

La gara svizzera

Il 30 giugno il Consiglio Federale svizzero ha annunciato che l’aero scelto per rimpiazzare l’attuale flotta di velivoli da combattimento di Berna sarà l’F-35A. Oltre all’acquisto di 36 aerei da combattimento della statunitense Lockheed Martin, Berna sottoporrà al Parlamento anche l’acquisizione di 5 unità di fuoco del tipo Patriot dell’americana Raytheon. Un grande successo per l’industria aerospaziale militare americana, che conquista in questo modo il settimo acquirente europeo dopo Italia, Regno Unito, Belgio, Olanda, Norvegia e Danimarca. Il Joint Strike Fighter, il cui contratto stipulato dovrebbe ammontare a circa 5,5 miliardi di dollari, ha quindi avuto la meglio sugli altri tre competitori che partecipavano alla gara: il Rafale della Dassault, il F/A-18 Super Hornet della Boeing e l’Eurofighter Thypoon di Airbus. Quanto al Patriot, il sistema missilistico americano ha avuto la meglio sul sistema SAMP/T, prodotto dal consorzio europeo EUROSAM, formato da MBDA Italia, MBDA Francia e Thales.

La decisione di acquistare un nuovo sistema di combattimento aereo in grado di rimpiazzare l’ormai obsoleta linea di volo di Berna, ad oggi composta da F/A-18 Hornet e F-5, era stata approvata l’anno scorso con una votazione popolare, che aveva autorizzato l’operazione con un volume finanziario massimo di 6 miliardi di franchi, circa 6,5 miliardi di dollari. La palla passa ora al Parlamento, che dovrà approvare i termini e i costi, ma che con tutta probabilità poco potrà dire sul modello scelto. A tal proposito, l’F-35 di Lockheed Martin è risultato essere il miglior candidato in grado di soddisfare i requisiti imposti dalla Svizzera. L’aereo ha infatti conseguito il punteggio più elevato a livello di benefici, prevalendo in tre su quattro dei criteri principali stabiliti da Berna. L’aero americano è stato considerato il velivolo migliore in termini di mantenimento e disponibilità del prodotto, prestazioni nel combattimento e cooperazione, mancando la prima posizione solamente nell’aspetto offset, dove Airbus ha prevalso, proponendo la realizzazione dei suoi Eurofighter direttamente in Svizzera. 

Tra le principali motivazioni assunte dal Consiglio Federale svizzero figura la questione dei costi. L’F-35, secondo i tecnici di Berna, è risultato essere il candidato in grado di offrire i massimi benefici con i costi più bassi. “Il velivolo”, si legge nel comunicato del Consiglio, “è il più economico sia al momento dell’acquisto sia nel corso dell’esercizio”. Infatti, anche se si dovessero valutare i costi totali – ovvero quelli richiesti per l’impiego del velivolo in un arco di 30 anni – questi ammonterebbero a circa 15,5 miliardi di franchi, 2 in meno rispetto al modello giunto secondo in classifica. Oltre ai costi, tra gli elementi che hanno contribuito in maniera più incisiva nella scelta figurano la superiorità informativa offerta dal caccia, che è “in grado di offrire ai piloti una maggiore consapevolezza della situazione in tutti i compiti ad esso affidati, in particolare nel servizio di polizia aerea quotidiano”; la bassa rilevabilità (stealth); la riduzione delle ore di volo necessarie e dei decolli e degli atterraggi rispetto ai caccia tradizionali; l’autonomia in materia di dati, soprattutto l’ottimo livello di cibersicurezza garantito. 

I borbottii dell’opposizione 

L’annuncio del Consiglio Federale svizzero non è stato accolto con favore da diverse frange della politica di Berna. Molti oppositori della scelta già invocano la possibilità di proporre un altro referendum per bloccare l’operazione. In effetti, lo scenario che vede i cittadini svizzeri recarsi nuovamente al voto per impedire all’esecutivo svizzero, in particolare al ministro della Difesa, di procedere con l’acquisto, appare verosimile. Basti considerare che la votazione popolare tenutasi l’anno scorso aveva approvato il programma di acquisto con una soglia sottilissima, dato che i “sì” avevano ottenuto una quota pari al 50,1%. Jonas Kampus, segretario politico del Gruppo per una Svizzera senza un Esercito, si è espresso proprio in questi termini, dichiarando che “Il governo può aspettarsi una sonora sconfitta nel voto. 

Sono soprattutto gli esponenti della sinistra svizzera ad esprimere la loro forte contrarietà alla scelta del Consiglio. “La decisione è semplicemente incomprensibile”, ha dichiarato Priska Seiler Graf, un membro di spicco del Parlamento appartenente al partito dei Socialisti Democratici. “Non si tratta solamente di acquistarli, ma bisognerà anche sostenere i costi operativi”, ha aggiunto. “Dovremmo ricercare una soluzione europea, non dobbiamo essere dipendenti dagli Stati Uniti”. In questo senso, quello della dipendenza da Washington è un fattore di cui tengono conto moltissimi degli oppositori dell’F-35, non solamente in Svizzera. Il sistema logistico virtuale che sfrutta il velivolo, l’ALIS, ha i suoi server negli Stati Uniti, motivo per il quale, dicono in molti, disporre di un F-35 vuol dire necessariamente possedere un aeroplano la cui disponibilità dipende, in qualche modo, da Washington. Alcuni analisti ritengono che la scelta di Berna di snobbare i candidati europei nella scelta dell’F-35, ma anche del Patriot, potrebbe essere intesa come una sorta di rivincita svizzera contro l’Unione Europea in un tempo in cui le relazioni tra i due attori sono al minimo, dopo la rottura dell’accordo quadro con Bruxelles da parte del governo svizzero, dopo ben sette anni di trattative. 

Contraria all’acquisto del caccia di Lockheed è anche Marionna Schlatter, esponente del partito dei Verdi, la quale critica la scelta affermando che “gli svizzeri non vogliono una Ferrari nel cielo”, puntando il dito, in questo modo, contro l’eccessivo costo del velivolo giudicato troppo prestante per quello che gli sarà richiesto. L’Aeronautica di Berna, difatti, deve possedere un velivolo che le permetta di svolgere soprattutto il compito di air policing e di appoggio alle forze terrestri nella difesa del territorio contro un eventuale attacco. La Svizzera, infatti, è un paese neutrale dal 1500 e non partecipa ad una guerra da 200 anni. La sua aviazione ha scopi prettamente difensivi. È normale che molti cittadini svizzeri si interroghino sul senso di disporre di un velivolo, l’F-35, che in soli 15 minuti riuscirebbe ad attraversare tutto il paese da nord a sud, peraltro ad una velocità di crociera. Ciò di cui avrebbe bisogno Berna, a parere di molti, è un caccia intercettore, piuttosto che un velivolo stealth multiruolo di quinta generazione, una macchina la cui reputazione si fonda sulla sua capacità di penetrare le sofisticate difese aeree nemiche, colpendo gli obiettivi e fornendo alle altre piattaforme aeree, navali e terrestre una straordinaria mole di informazioni. 

Un programma fuori controllo

Oltre alle eccessive capacità prestazionali offerte dal velivolo e alla scelta di affidarsi agli Stati Uniti, piuttosto che a un partner europeo, alcuni quotidiani svizzeri, specialmente quelli francofoni, mettono in forte dubbio la sostenibilità del programma da parte di Berna, visto l’aumento dei costi del velivolo negli ultimi anni. Il ministro della Difesa, secondo coloro che sostengono questa posizione, avrebbe infatti optato per un velivolo la cui sostenibilità, in termini economici, sarebbe nel lungo termine in forte dubbio.

La questione della sostenibilità dei costi, in effetti, è un tema scottante anche negli Stati Uniti, in particolare nell’US Air Force, la Forza Armata che al momento, con 1763 velivoli, rappresenta il maggiore cliente mondiale del caccia di Lockheed Martin. Ebbene, dopo anni in cui l’USAF ha difeso a spada tratta il nuovo velivolo di quinta generazione contro ogni tipo di accusa, proprio in questi mesi, la forza aerea statunitense sembra aver cambiato registro. A seguito della pubblicazione di un report del Government Accountability Office, una sorta di sezione investigativa del Congresso statunitense, i vertici dell’US Air Force hanno dichiarato che, stanti le condizioni attuali, la forza aerea statunitense si troverebbe a dover sostenere, intorno al 2036, dei costi di mantenimento insostenibili, e dovrebbe quindi necessariamente tagliare la linea di velivoli di almeno 700 unità o ridurre le ore di volo di circa il 35%, riducendo il numero di ore annuali per aereo a circa 65. Secondo le stime dell’USAF, infatti, nel 2036 l’aeronautica si troverà a dover gestire una flotta di velivoli il cui cost per tail – così si indica il costo per il mantenimento di un velivolo in un anno – imporrebbe all’USAF di dover far fronte a un deficit annuale di 4,4 miliardi per il sostegno dei suoi F-35A. 

Oltre a tagliare il numero di velivoli a sua disposizione, l’USAF sta pensando a possibili alternative per far fronte al problema dell’insostenibilità nel lungo periodo. Tra quelle proposte, anche quella di realizzare un caccia di quarta generazione plus, in grado di sostituire gli F-16 più vecchi e fungere da velivolo complementare al F-35 – questa proposta è stata ventilata direttamente dal Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica statunitense, il Generale Charles Brown. 

A conferire un senso di maggior preoccupazione per gli ufficiali dell’USAF figura il fatto che, negli ultimi anni, il costo del velivolo è progressivamente aumentato. Basti pensare che nel 2021 le stime del costo totale del programma non superavano gli 1,3 trilioni, mentre oggi il Pentagono parla di almeno 1,7 trilioni. Tutto questo, peraltro, per un velivolo la cui efficienza è messa in discussione dagli innumerevoli problemi tecnici che ancora lo affliggono. Sarebbero ben 871 i problemi che impediscono al caccia – il cui costo per ora di volo è pari oggi a circa 38.000 dollari – di raggiungere quella che in ambito militare viene definita Full Operational Capability, ovvero la condizione che permette al velivolo di esprimere il 100% delle sue capacità. 

L’eventuale riduzione del numero di apparecchi acquistati dall’USAF avrebbe un impatto rilevante su tutte le forze aeree che hanno stretto contratti con Lockheed per la fornitura di F-35, indipendentemente dalla tipologia scelta. In particolare, le principali conseguenze potrebbero risultare in un aumento dei costi di acquisizione, di mantenimento e di aggiornamento nel tempo del velivolo, con un incremento che potrebbe aggirarsi intorno al 20-25% del prezzo attuale. 

Gli Stati Uniti hanno quindi tutto l’interesse sul fatto che la principale azienda di armamenti negli Stati Uniti e nel mondo, la Lockheed Martin, riesca a piazzare il suo caccia nel maggior numero di paesi possibile. Attualmente il velivolo ha alte probabilità di vincere la gara bandita dalla Finlandia, che necessita di 64 nuovi velivoli, e dal Canada, che intende acquistarne 88. In questo senso, la vittoria della partita svizzera rappresenta certamente un segno positivo per l’azienda statunitense, che affronta in questo momento tempi neri. Resta da vedere se la scommessa del ministro della Difesa svizzero riuscirà o meno, visto il malcontento suscitato dalla decisione presa a fine giugno. Infine, una piccola nota per l’Italia. Il nostro paese ospita in Piemonte, presso Cameri, la FACO (Final Assembly and Check-Out), un sito di produzione di F-35 cogestito da Lockheed Martin e Leonardo. Questo stabilimento, insieme a quello di Nagoya in Giappone, rappresenta l’unico sito di produzione degli F-35 fuori dagli Stati Uniti, motivo per il quale l’Italia trae grandi benefici dall’aumento di ordini di questi caccia in Europa.

Corsi Online

Articoli Correlati

US-ASEAN Special Summit: una “Nuova Era” di relazioni?

Lo scorso 12 e 13 maggio si è tenuto a Washington D.C. lo US-ASEAN Special Summit, in occasione dei...

Il patto di sicurezza tra Cina e Isole Salomone che fa tremare le alleanze statunitensi nel Pacifico

La Cina ha recentemente annunciato la firma di un patto di sicurezza con le Isole Salomone, una chiara risposta...

Cyber e diplomazia si incontrano negli Stati Uniti

Lunedì 4 aprile il Segretario di Stato Antony Blinken ha posto il tassello fondamentale nella sua “agenda di modernizzazione”,...

Gli Stati Uniti e il possibile post-Roe vs Wade

A quasi 50 anni dal giudizio della Corte Suprema degli Stati Uniti, quest’ultima potrebbe decidere di ribaltare la sentenza...