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TematicheMedio Oriente e Nord AfricaProve tecniche di guerra: l’evoluzione del confronto Iran-Israele

Prove tecniche di guerra: l’evoluzione del confronto Iran-Israele

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È risaputo che le relazioni fra Teheran e Tel Aviv siano in progressivo deterioramento dal 1979, anno della rivoluzione islamica iraniana che portò alla caduta dello Shah Mohammad Reza Pahlavi (alleato dell’Occidente e “amico” dello Stato Ebraico). Tuttavia, nonostante i frequenti scambi di accuse e minacce, nessuno dei due Paesi ha mai avuto l’ardire di lanciare un attacco diretto e colpire l’altro sul proprio territorio. I droni e i missili lanciati dell’Iran che nella notte fra il 13 e il 14 aprile scorso hanno sorvolato i cieli israeliani, dunque, rappresentano una svolta nella ormai non più “guerra fredda mediorientale”.

“Quasi nemici”: quando Israele aiutò gli ayatollah

Può sembrare paradossale, ma la cooperazione fra lo Stato Ebraico e l’Iran è continuata anche dopo il rovesciamento della monarchia pahlavide. La neonata Repubblica Islamica si imbarcò subito in quella che era destinata a diventare una lunga guerra contro il vicino Iraq (durata dal 1980 al 1988). Il conflitto vide la forte partecipazione dei maggiori attori regionali e internazionali: da una parte, a fianco del regime baathista di Saddam Hussein, vi erano gli Stati arabi sunniti (in primis Arabia Saudita, Egitto, Giordania e Kuwait), ma anche gli Stati Uniti. Gli iraniani, invece, godevano del supporto siriano (vista l’acerrima inimicizia tra le due anime del partito Baath), libico, sud yemenita, pakistano e turco. I Paesi europei, la Cina e l’Unione Sovietica si mantennero fondamentalmente neutrali fornendo supporto logistico e armi a entrambi gli schieramenti. Tuttavia, se Teheran è riuscita a resistere ai colpi dei sofisticati armamenti iracheni, lo deve anche agli arcinemici americano e israeliano (definiti rispettivamente dall’ayatollah Khomeini “il grande” e “il piccolo Satana”). I primi furono protagonisti del grave scandalo noto come Irangate che, nel biennio 1985-1986, coinvolse alcuni fra gli alti funzionari dell’amministrazione Reagan, accusati di aver violato l’embargo nei confronti dell’Iran conducendo un traffico illegale di armi nel Paese mediorientale. L’operazione, alla cui base vi erano l’intenzione di facilitare il rilascio di sette ostaggi americani in Libano nelle mani di Hezbollah (gruppo storicamente legato alla Repubblica Islamica) e il finanziamento dei Contras (milizia antisocialista impegnata nella guerra civile nicaraguense contro il governo sandinista filo-URSS), fu un duro colpo per il Presidente USA che riuscì a recuperare credibilità solo con la firma del trattato INF (acronimo di Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty) insieme al leader sovietico Gorbacev, nel 1987.

Gli israeliani, d’altro canto, non si limitarono al commercio di armi, bensì inviarono istruttori militari per addestrare al meglio l’esercito iraniano e, tramite uno scambio reciproco di informazioni fra l’intelligence dei due Paesi, riuscirono a portare a termine l’operazione “Opera” (o “Babilonia”), grazie alla quale distrussero il reattore nucleare iracheno di Osirak. L’operazione, avvenuta un anno dopo l’omologa iraniana “Spada bruciata”, rallentò sensibilmente il programma nucleare di Saddam. Nonostante l’ayatollah Khomeini abbia sempre negato qualsiasi cooperazione con “l’entità sionista”, la potenziale egemonia irachena nella regione era percepita come una seria minaccia e, di conseguenza, un nemico da arginare (se non eliminare) prioritariamente. Per tale motivo, non sorprende nemmeno che Israele abbia optato per il “male minore” scendendo a patti con un arcinemico e, al tempo stesso, garantendo un certo equilibrio di potenza nell’area. Non da ultimo, in quegli anni vigeva ancora la “dottrina della periferia”, la strategia di Ben Gurion secondo cui era possibile creare delle alleanze strategiche con i Paesi non arabi del Medio Oriente per contrastare una coalizione panaraba antisraeliana. All’epoca la causa palestinese non era ancora percepita come panislamica, ma i recenti Accordi di Abramo sembrano il culmine di un cambio radicale della strategia israeliana.

Dalla guerra per procura al “botta e risposta” diretto

Chiusa la parentesi della cooperazione occulta, Iran e Israele conducono una vera e propria proxy war (guerra per procura) da più di quarant’anni. A seguito dell’occupazione del Libano meridionale da parte dell’esercito israeliano, avvenuta nel 1982, Teheran sostenne il movimento sciita libanese Amal (speranza) tramite lo storico alleato siriano (l’allora presidente alawita Hafez al-Assad), in quanto impegnata sul fronte iracheno. Conclusosi il conflitto contro Saddam (senza grandi risultati per entrambe le parti), l’Iran ha saputo far leva sul sentimento di appartenenza all’Islam sciita (contrapposto al blocco sunnita assolutamente maggioritario) e iniziò a perseguire una politica di alleanze e sostegno economico con i movimenti regionali ispirati al “partito di Ali” (com’è meglio noto lo sciismo in ambito islamico), quali Hezbollah in Libano, gli Houthi yemeniti, e le numerosissime milizie sciite irachene proliferate dalla caduta di Saddam Hussein (a seguito dell’invasione statunitense). 

Proprio l’Iraq post-Baath è stato spesso teatro di attacchi israeliani o americani contro obiettivi militari iraniani (il più eclatante è stato il raid contro il generale Qasem Soleymani, voluto da Trump) e, in tempi più recenti, una parte dei missili diretti a Tel Aviv sono partiti dalla “Terra dei due fiumi”. Tuttavia, l’attacco a Israele di inizio aprile ha fatto seguito al bombardamento del consolato iraniano di Damasco (in cui ha perso la vita il generale Mohammad Reza Zahedi, ufficiale di spicco delle forze speciali Qods), avvenuto pochi giorni prima e, seppur non rivendicato, attribuito allo Stato ebraico. Per quanto in passato il Mossad abbia attentato alla vita di vari scienziati iraniani dediti allo sviluppo del programma nucleare (alcuni riusciti e altri no) e alcuni gruppi armati sciiti libanesi legati a Teheran siano stati ritenuti responsabili per l’attacco all’ambasciata israeliana di Buenos Aires, il raid in Siria è stata percepita dalla Repubblica Islamica come una linea rossa da non valicare. Dunque, dopo aver annunciato platealmente una “punizione esemplare per il crudele regime sionista” (parole pronunciate direttamente dalla guida suprema Ali Khamenei), nella notte fra il 13 e il 14 aprile sono partiti centinaia di droni e missili che hanno sorvolato i cieli israeliani. Le immagini della Cupola della Roccia sovrastata dai missili hanno fatto il giro del mondo e hanno riportato gli israeliani al 1991, anno in cui Saddam decise di sferrare un attacco simile su Haifa e Tel Aviv, con l’intenzione di ricompattare il fronte arabo-islamico a difesa dell’Iraq in caso di rappresaglia israeliana (all’epoca l’Arabia Saudita si unì alla coalizione occidentale anti-irachena per la liberazione del Kuwait). Nonostante si trattasse del più grande attacco di droni della storia, il sistema di difesa antiaereo israeliano è riuscito a neutralizzare quasi totalmente la minaccia esterna. Appare evidente, in questo caso, la natura simbolica del (contr)attacco iraniano, da interpretare più come un deterrente che non come un vero e proprio atto di guerra, non auspicata da Teheran, almeno fino a quando non avrà portato a termine il proprio programma nucleare. Per Israele, invece, l’atomica iraniana rappresenta un vero e proprio incubo e non c’è da stupirsi se, per tutta risposta, abbia preso di mira Isfahan, dove sono situate dei reattori di ricerca forniti dalla Cina. Al pari di quella israeliana, la difesa iraniana è riuscita a intercettare e abbattere la maggior parte dei droni, riportando danni di minore entità. Ancora una volta, le autorità israeliane non hanno rivendicato l’operazione se non dopo due settimane tramite un’intervista alla ministra dei Trasporti Miri Regev.

L’ombra di Riyadh e le incognite sulla normalizzazione

È indubbio che la Difesa israeliana disponesse di mezzi adeguati a sventare l’attacco di Teheran. Tuttavia, un ruolo decisivo è stato giocato da una coalizione di alleati che hanno partecipato all’operazione Iron Shield (Scudo di ferro); primi fra tutti, gli Stati Uniti che, sebbene abbiano manifestato delle inedite forme di dissenso con la linea dura del premier Netanyahu, restano il primo partner commerciale e militare di Tel Aviv. Anche il Regno Unito e la Francia hanno contribuito significativamente all’intercettazione e all’abbattimento dei droni iraniani. A livello regionale, l’unico Paese vicino ad ammettere apertamente di aver collaborato è stata la Giordania. Dall’inizio del conflitto a Gaza, il Regno hashemita ha espresso fermamente la propria condanna delle operazioni militari israeliane nella Striscia, ma l’azione iraniana è stata percepita come una diretta minaccia alla sicurezza nazionale. Naturalmente, l’abbattimento del 20% dei droni diretti a Israele ha portato Teheran ad accusare i giordani di “aver tradito la causa palestinese” e, addirittura, minacciare ritorsioni per eventuali “intromissioni future”. Ma Amman non sembrerebbe essere la sola “traditrice”: secondo la stampa israeliana, una fonte interna alla famiglia reale saudita avrebbe rivelato un coinvolgimento di Riyadh nelle operazioni di intelligence che hanno contribuito al successo dell’operazione difensiva. Nonostante lo scenario sia stato ritenuto verosimile da molti analisti internazionali, fonti ufficiali saudite, intervistate da Al-Arabiya, hanno negato categoricamente una qualsiasi implicazione. A conferma di ciò, vi sarebbe una telefonata tra i ministri degli Esteri dei due Paesi, il principe Faysal bin Farhan e Hossein-Amir Abdollahian, in cui il primo avrebbe ribadito la posizione del Regno a favore di una de-escalation nella regione. Inoltre, andrebbe ricordato che le relazioni fra i due Stati sono migliorate notevolmente dal 10 marzo del 2023, data in cui è stato siglato lo storico accordo mediato da Pechino. Appare ormai evidente che Riyadh abbia sotterrato l’ascia di guerra e adottato una linea volta alla stabilità interna e regionale per favorire il programma di diversificazione della propria economia e attrarre investimenti stranieri. Per tale motivo, non disdegnerebbe un legame ufficiale con Israele (auspicato da Washington) e, volendo, sacrificherebbe volentieri gli islamisti di Hamas (decisamente più vicini all’Iran e ai “Fratelli” turchi e qatarioti), ma la conditio sine qua non resta il riconoscimento di uno Stato palestinese sovrano e indipendente. Ad ogni modo, di fronte all’intransigenza israeliana e a una sorta di apatia americana per quanto concerne la soluzione dei due Stati (e il cessate il fuoco immediato a Gaza), i sauditi sembrerebbero interessati al piano alternativo dello sviluppo di un proprio programma nucleare per scopi civili. Entrambe le proposte sono state presentate al segretario di Stato USA Antony Blinken, in occasione della sua ultima visita a Riyadh. Qualunque opzione preferisca Washington, trovare un compromesso con il Regno resta una priorità, se non vorrà che il tradizionale alleato strategico si orienti sempre più a Est verso Pechino. 

Luca Mercuri

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