L’europeo esitante

“La Gran Bretagna è con l’Europa ma non dell’Europa” disse Winston Churchill, chiarendo definitivamente quale fosse l’identità britannica in relazione al Vecchio Continente. Un’appartenenza esitante, resa incerta da questioni geografiche e storiche: l’estraneità insulare e la dispersione identitaria che seguirono l’incontrastato passato imperiale del Paese, sono stati gli artefici di una lontananza sempre più penetrante, dall’Europa e dalle sue istituzioni.

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Una distanza pervasiva, capace di insidiarsi sia nei luoghi della politica ufficiale, sia nella vita comune, estranea all’elitismo partitico. La disaffezione nei confronti dell’Unione Europea, è stata perciò la conseguenza di un tema uscito dai confini istituzionali e osservato attraverso il “velo d’ignoranza” descritto da John Rawls: senza sapere chi fossero e neppure quale fosse la loro posizione esatta nella nuova società, i cittadini britannici hanno snaturato la questione Europa, rendendola una domanda identitaria. La dicotomia referendaria ha reso possibile la semplificazione della complessità, illudendo gli elettori della non-mediazione della scelta: il referendum è diventato perciò lo strumento privilegiato della “depoliticizzazione” (Baldini G., “La Gran Bretagna dopo la Brexit”) dei temi europei. La natura tutt’altro che intuitiva delle politiche continentali, che impedisce di avere immediati riscontri nella vita quotidiana e di comprendere le reali conseguenze di una decisione, si è sovrapposta allo stato ansioso e di incertezza nel quale i cittadini britannici si trovavano e che si è rivelato decisivo nella vittoria del Leave. La capacità di cogliere le paure profonde della popolazione è stata una delle ricorrenze semantiche della rappresentazione mediatica: l’abbandono dell’Europa assumeva toni quasi apocalittici, così come la descrizione della situazione migratoria. Come ha sottolineato Joanna Bourke nella sua ricostruzione culturale della paura (Bourke J., 2015, Paura. Una storia culturale), il terrore sembra essere l’emozione attraverso cui gli uomini reagiscono all’imprevedibilità e al non senso degli avvenimenti politici e sociali. Le paure sono così devastanti da distruggere le fragili identità individuali e da riunire sotto un’unica coscienza tremante l’umanità diffratta, diventando perciò l’espressione stessa della vita politica e delle sue scelte. Quando non comprendiamo la Storia, ci avverte Bourke, la paura diventa talmente opprimente da fagocitare le identità individuali e collettive, al punto da sostituirle con nuove identità costruite sul terrore. Secondo Dominique Moïsi (Moïsi D., Geopolitica delle emozioni)  nuove paure hanno colonizzato l’interiorità dell’ Europa: la paura dell’incertezza, della perdita di controllo e di un Altro indefinito capace di minacciare l’identità individuale e collettiva.

Geografia emotiva e identità

La distanza geografica del Regno Unito dal continente, ha influenzato la politica europea ed è in parte responsabile delle paure relative alla Brexit: che la geografia sia capace di creare delle risposte emotive è una lezione impartita da Kay Anderson e Susan Smith (Anderson, K. & Smith, S. 2001, Editorial: Emotional Geographies Transactions of the Institute of British Geographers N S 26 (1): 7 -10.), che ne hanno rinnegato gli aspetti mistici e privati, per mostrarne la dimensione pubblica e le implicazioni politiche e sociali. Ma è vero anche l’opposto: ossia che la geografia e la natura sono esse stesse costruzioni emotive. Le sensazioni di distacco e di lontananza dall’Europa, culminate con il desiderio di uscita dalla sua espressione istituzionale, hanno mantenuto  in vita non solo la cultura politica del Paese, ma anche la sua differenza geografica. Una differenza che è percepita dai suoi stessi abitanti come costitutiva della loro identità: la centralità narrativa del “Leave” referendario era infatti basato sulla capacità dei cittadini di “riprendere il controllo” del Paese (“take back control”), e sottrarlo, non solo alla pressione migratoria, ma soprattutto al potere continentale. Uscire dall’Europa significava riappropriarsi della propria identità geografica, politica e culturale. La sensazione di perdere il controllo produce spesso risposte emotive o irrazionali, a volte aggressive o  sproporzionate rispetto all’entità della minaccia percepita e il referendum inglese non ha fatto eccezione. L’assenza di uno slogan univoco per il “Remain” è stato uno degli elementi che ha permesso allo schieramento del Leave di vincere: lo storytelling variegato e impreciso del Remain faceva tuttavia leva anch’esso sulla paura. Paure spesso individuali, come il richiamo alla solitudine umana: “nessun uomo è un’isola” recitava il manifesto dell’artista Wolfgang Tillmans, che, in un’altra opera pro Europa ricordava  che “ what is lost is lost forever”. La paura di un mondo in decomposizione, di qualcosa che stava per finire e che avrebbe lasciato il posto a un vuoto incolmabile e a un futuro incerto, non è stata però abbastanza forte quanto la paura di perdere il controllo del proprio Paese e delle proprie vite.

Hard Times

Nella sua analisi sulla natura del voto, Philip Converse individuò cinque tipologie di votanti: la categoria “Nature of the times” raccoglieva tutte quelle persone che non erano in grado di comprendere l’essenza ideologica dei partiti, né di notare le differenze che caratterizzavano questi ultimi. Le loro decisioni erano influenzate solo dalla natura dei tempi, dalle circostanze che vivevano, o che pensavano di vivere. L’anima fideistica del voto era sostituita da un utilitarismo aleatorio ed emotivo, incapace di analizzare razionalmente ciò che avveniva e, allo stesso tempo, insensibile alla cultura ideologica tramandata. La vittoria del Leave al referendum britannico è stato anche il risultato dei tempi difficili nei quali gli inglesi vivevano o credevano di vivere. La sensazione di perdita identitaria si è sommata alla frustrazione economica e politica: secondo una ricerca inglese (Dan Dorling, Ben Stuart, Joshua Stubbs, “Brexit, inequality and the demographic divide”, LSE blog, British Poltics and Policy) esiste una correlazione evidente tra il voto del referendum e la disuguaglianza economica e sociale. I sostenitori del Leave non vanno ricercati solamente nel divario generazionale, ma anche in quello di diffusione della ricchezza: chi è più povero, ma soprattutto, chi ha risentito maggiormente della crisi economica, ha individuato nell’Europa il nemico da combattere, il problema da risolvere e, nella Brexit, il tentativo di riappropriarsi di un mondo meno incerto attraverso un rapido allontanamento.  Il risultato è stata la vittoria del Leave, che è apparsa a molti come la risposta più breve e sicura per riprendere il controllo delle proprie vite.