L’Europa tra il retrenchment statunitense e l’asse strategico Cina-Russia

Le dichiarazioni provenienti da Washington e Mosca confermano il clima di sfiducia nei confronti dell’Unione Europea, che rischia l’isolamento nelle future strategie geopolitiche. Al summit di Helsinki, Trump e Putin hanno discusso di sicurezza globale e disarmo nucleare, temi che riguardano anche l’Europa, da poco definita un “nemico” da entrambi. Il rischio di trovarsi nel mezzo di una trade war tra Usa e l’asse Russia-Cina, costringe l’UE a rivedere il proprio concetto di unità, minato attualmente da profonde crisi interne.

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 L’assenza dell’UE da Helsinki e la diffidenza di Trump

La politica estera di Trump si contraddistingue per i cambi di posizione, alternando minacce e aperture, come successo con Xi Jinping e Kim Jong-Un, e ora con Putin. Di recente si conferma anche l’insofferenza nei confronti dell’UE. In un’intervista alla CBS, Trump ha commentato lo scontro commerciale con l’UE affermando: “Non si crederebbe, ma sono un nemico”. Parole di allontanamento dalle istituzioni europee, confermate dalla preferenza per i summit con singoli interlocutori privilegiati, quali Francia e Regno Unito: l’una agisce quasi indipendentemente dall’UE; l’altro è in trattativa per uscirne. “L’UE è forse un male come la Cina, solo più piccola”, diceva Trump al suo elettorato in campagna elettorale. Poco prima dell’incontro con Juncker i toni non cambiavano: “Quello che ci sta facendo l’UE è incredibile, quanto male”. L’accordo infine concluso ha –per ora- messo da parte la “guerra dei dazi”, preservando l’integrità di un interscambio da oltre 1.000 miliardi. Trump l’ha accolto con toni conciliati verso l’UE, forse in vista della sfida al nuovo asse Cina-Russia. Altro obiettivo di Washington è allontanare Mosca da Berlino, tanto che nel summit di Bruxelles, Trump ha criticato l’accordo per il raddoppio del gasdotto, che legherà in modo più stretto i due Paesi. È chiaro che sui grandi temi (sicurezza globale, energia, commercio) serve un dialogo aperto anche con l’UE. L’ex ambasciatore d’Italia a Washington Giovanni Castellaneta (parlando dell’assenza a Helsinki di rappresentanti UE) conferma la necessità di tale coinvolgimento. L’UE è vista come un competitor nei piani futuri di Trump, che col suo atteggiamento rischia di far vacillare l’intero asse di potere occidentale, in un momento dove dal lato opposto, si tessono interessanti trame tra Russia, Cina e partner locali.

Il soft poter russo-cinese e la sfida all’influenza USA in Europa

Altrettanto forti sono le posizioni dal lato russo, complice il recente rinnovo (caso Crimea) delle sanzioni, stabilito dai vertici di Bruxelles. “Le relazioni tra la Russia e l’UE non sono normali al momento “, dichiara l’ambasciatore russo Chizhov. L’acclamazione mediatica in seguito al summit di Helsinki (dove si sono discussi temi caldissimi quali il rinnovo del trattato START e le azioni congiunte in Siria), rinsalda la posizione di Putin, che prosegue nel rafforzamento del soft power russo da contrapporre a quello statunitense nel campo commerciale e politico. È fondamentale l’alleanza strategica con Pechino, in vista degli ambiziosi progetti comuni. La nuova “Via della Seta” (One Belt, One Road) segnerà l’inizio concreto della sfida commerciale al resto del mondo. L’iniziativa coinvolgerà la zona eurasiatica, con l’Europa come destinazione finale. La debolezza della voce corale europea verso l’asse Putin-Xi –che in ogni caso a parti singole dialoga con Trump-, rischia di rendere il mercato interno europeo un mero terreno di sfida all’unipolarismo americano. L’esperto della CIA Michael Collins parla di “nuova guerra fredda” dalla Cina, che intanto investe pesantemente in Africa, ponendo le basi per una futura presenza anche militare. L’Europa pare del tutto assente dalle agende delle potenze orientali, nella sua attuale difficoltà di porsi come serio competitor, considerata al più come mero partner di comodo.

Dalle mosse di Putin e Trump s’intuisce quanto preferiscano trattare separatamente con i Paesi dell’UE di turno che non con un’entità politica di 522 milioni di cittadini con un PIL da 19mila miliardi. Accordi commerciali, diplomazia e difesa devono vedere l’UE protagonista tra le varie potenze, e non solo come interlocutore di circostanza. L’Europa attuale deve riformarsi, trovare una voce comune in politica estera, condividendo valori politici e approcci strategici efficaci, da contrapporre ai diretti competitor per mettersi sul loro stesso piano. La ‘pax americana’ ha garantito sviluppo e crescita per decenni, ma è ora di costruire una cultura strategica tutta europea, basata su diplomazia intelligente, sviluppo economico e politiche sociali. L’UE deve provvedere anche alla sua difesa, ma per questo si dovrebbe trattare alla pari con le potenti controparti. Trump stesso ha chiesto ai Paesi europei di aumentare il proprio bilancio della difesa al 2% del PIL (per poi chiederne il raddoppio).