L’Europa tra passato e futuro: conversazioni con Massimo Cacciari

Geopolitica.info ha intervistato Massimo Cacciari, Professore emerito di Filosofia, Università Vita Salute San Raffaele di Milano, sulle crisi che sta attraversando l’Unione Europea, la centralità della Germania, la fragilità della Francia.

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Il 9 novembre 1989, quindi una generazione fa, è caduto il muro di Berlino. Data altrettanto importante ma meno famosa è il 1 novembre 1993, con l’entrata in vigore del trattato di Maastricht e la nascita formale dell’Unione Europea. Dieci anni fa questa data veniva celebrata, ora si ha la percezione di un lutto. Cosa ha portato a questa ondata di disillusione verso l’UE?

Sia festa che lutto mi sembrano termini del tutto esagerati. Non mi ricordo queste grandi feste 10 anni fa. Allo stesso modo, la situazione attuale è difficilissima e drammatica ma aspetterei a definirla lutto. L’operazione di costruzione dell’Europa si è ingrippata quando venne gettato il cuore oltre l’ostacolo con l’Euro, prima di pensare a politiche sociali e fiscali comuni. Fu una mossa audace, e non ricordo nessun festeggiamento popolare in quel caso. Una classico caso di rivoluzione dall’alto. Era inevitabile che si arrivasse ad una situazione difficile. D’altro canto, la crisi economica del primo decennio del 2000 ha accelerato la crisi, ma non l’ha certo prodotta. Non solo si è costruito un Euro che non poteva neppure essere gestito per conto suo, senza politiche sociali e fiscali comuni. Si è continuato a gettare il cuore oltre l’ostacolo con il processo di allargamento, portando dentro il perimetro europeo Paesi per nulla pronti a fare questo passo. O si recupera i ritardi oppure il rischio è che si celebri davvero il lutto dell’Europa.

A proposito di ritardi dell’UE, come legge la possibilità di una accelerazione dei negoziati per l’adesione della Turchia? Le sembra un fuoco di paglia oppure una risposta pragmatica alla questione immigrazione?

Ci mancherebbe altro. Ci mancherebbe solo di accogliere 75 milioni di musulmani, con un regime politico la cui democraticità e tutta da vedere, con all’interno una minoranza etnica importantissima nella lotta contro l’ISIS ma osteggiata da Ankara. Vorrebbe dire aggiungere una crisi non necessaria.

Qual è il pericolo maggiore per la continuazione del Progetto europeo? Una Germania incapace o non desiderosa di guidare l’Europa oppure una Francia persa in se stessa?

Le concause sono difficili da leggere. Sicuramente per i motivi detti in precedenza. La Germania al momento è ancora lungi da assumere una leadership europea, non sa se ne ha la volontà e tanto meno la capacità. La Francia è messa male come noi: la grandeur è un pallido ricordo. Si poteva pensare ad un asse franco-carolingio che potesse durare nel tempo, ma si è rivelato invece incapace di agire e di ascoltare. L’Europa dimostra così una debolezza incredibile, non vi è mai stata una così grande afonia politica dalla Seconda Guerra mondiale in poi. Non vi è nessuna centralità politica, così come avveniva durante il confronto USA-URSS.

L’Economist ha definito Angela Merkel l'”Europeo indispensabile” perché “non tratta l’UE come un pungiball, bensì come un pilastro di pace e prosperità”. Anche lei pensa che la Merkel sia necessaria?

La Merkel è necessaria, senza dubbio. Senza una Germania che appoggi una linea riformista, per quanto timida, collasseremo in qualche mese.

Nel 1954 De Gasperi pronunciava questo discorso: “Bisogna riconoscere che la vera e solida garanzia della nostra unione consiste in una idea architettonica che sappia dominare dalla base alla cima, armonizzando le tendenze in una prospettiva di comunanza di vita pacifica ed evolutiva.” Sono parole diversissime da quelle usate dalla classe politica europea. Servono altre guerre per ritornare a ragionamenti simili?

La Storia ci dice che le grandi classi dirigenti si formano a seguito delle guerre – per quanto vi sia chi afferma che le guerre sono inutili. Le classi politiche attuali europee scontano la fine della Guerra fredda e del periodo di confronto bipolare USA-URSS. Pensiamo alla classe politica italiana: viveva di una grande centralità perché le decisioni prese dal nostro Paese risultavano decisive. I politici non erano più competenti prima o meno competenti oggi; semplicemente le loro decisioni non godono della stessa centralità. Si tratta di una astuzia storica.