L’Europa accelerata, tra lo scontro USA-Cina e le volontà nazionali

Tutto il continente europeo è stato gravemente colpito dal virus e Paesi come l’Italia, la Spagna, il Regno Unito e la Francia hanno registrato centinaia di migliaia di contagi e decine di migliaia di morti, come ormai sappiamo dai costanti bollettini che hanno riempito in maniera spasmodica i mass media. Abbiamo però potuto ascoltare e leggere da molti osservatori come il risultato principale derivato dall’emergenza del Covid-19 sia stato quello di accelerare in maniera impetuosa le dinamiche nazionali e internazionali, già in atto prima dello scoppio della pandemia. Ciò è verificabile sia per lo scontro USA-Cina sia per quanto riguarda le dinamiche intra europee.

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Il Vecchio continente, con l’Italia in primis, si è trovato ad essere il campo di battaglia dove le due grandi potenze mondiali, USA e Cina, duellano a colpi di promesse economiche e aiuti sanitari. L’obiettivo cinese, più o meno dichiarato, è quello di sfilare pezzo dopo pezzo i Paesi europei dal controllo che Washington ha avuto negli ultimi decenni. È evidente che per il valore prima culturale e poi economico avuto nel corso della storia, chi detiene un’influenza maggiore sull’Europa avrà la forza di ergersi come prima potenza mondiale.

Pechino, pur con palesi errori e omissioni nella gestione del coronavirus, sembra aver raggiunto già diversi risultati positivi, basti vedere i risultati dei diversi sondaggi fatti in Italia sulla percezione che la popolazione italiana ha delle alleanze internazionali del Paese. Washington si è trovata nella posizione di dover rincorrere la Cina sul piano degli aiuti, forte però di una posizione di partenza nettamente favorevole. Senza contare che al momento gli Stati Uniti sono il Paese con più contagi e vittime accertate, quindi non facili problematiche interne da dover gestire.

Come se non bastasse questa macro contesa, si può dire che il virus ha di fatto scoperchiato il desiderio e la ricerca, volente o nolente, di un ruolo maggiore degli stati nazionali, a discapito ovviamente delle organizzazioni internazionali e del multilateralismo. L’Unione Europea si sta trovando innegabilmente in difficoltà nel definire delle risposte economiche univoche da dare in particolar modo alle regioni più colpite. Anche nella gestione e convivenza del virus ogni Paese ha di fatto agito autonomamente, ognuno con misure e tempistiche diverse. 

Gli aiuti sanitari tra i diversi Stati europei ci sono stati, magari non immediati, ma molto più di quanto si pensi o sia comparso sulle prime pagine dei giornali o nei programmi televisivi in prima serata. Nelle ultime settimane sono stati numerosi, infatti, i casi di pazienti ospitati in strutture ospedaliere straniere, le tonnellate di materiale sanitario spedite, o equipe mediche ‘prestate’ ai Paesi confinanti. Tutti questi esempi sono però avvenuti senza sbandieramenti o propagande fumose, come quelle cinesi o russe. 

Ma nel momento di crisi, e quindi del bisogno, (ri)affiorano infatti i singoli interessi nazionali che mettono a dura prova una condotta unitaria. Di fatto l’Unione è divisa tra il blocco dei Paesi del Nord (Olanda, Austra, Danimarca, Svezia tra tutti) e quello dei Paesi del Sud (come Italia, Spagna, Portogallo e Grecia), mentre giocano quasi una partita a sè i Paesi del gruppo di Visegrad con posizioni e allineamenti controversi. La mediazione è affidata inevitabilmente all’asse franco-tedesco, visto il ruolo di potenze continentali, il loro particolare legame, e la capacità di Parigi e Berlino di farsi interpreti meno radicali dei due ‘schieramenti’. Una menzione va fatta per il Regno Unito, ormai non più coinvolto nelle decisioni comunitarie anche se le trattative per la definizione della Brexit sono ancora (stentatamente) in piedi. Londra, colpita duramente dal Covid-19, è impegnata anch’essa nella contesa tra Cina e USA, in particolar modo sul tema del 5G.

Come detto in precedenza queste divisioni esistevano ben prima dello scatenarsi del virus, ma la pandemia ha fatto sì che le tensioni più o meno sopite si palesassero. Analizzando il caso italiano, anche se la situazione è abbastanza simile in altri Paesi, si sono ancora di più polarizzate le contrapposte visioni di chi pensa ci sia bisogno di un’Unione Europea più vicina, stabile e attiva, poichè reputa necessaria una risposta multilaterale alle sfide attuali globali (vedasi Covid-19), e chi invece pensa che l’UE abbia fallito ed è pronto ad andare oltre facendo affidamento sulle forze del proprio Paese. L’antieuropeismo spesso è derivato dai risentimenti verso singoli Paesi ‘colpevoli’ di sfruttare una posizione di vantaggio, economico e non, ai danni dell’Italia, soprattutto nelle questioni che hanno tenuto banco in questi anni nell’agenda europea: la crisi finanziaria e i flussi migratori. Una posizione cresciuta esponenzialmente soprattutto negli ultimi mesi.

Nel futuro prossimo, visto il sempre più probabile protrarsi del virus nei mesi a venire, queste dinamiche evolveranno nel nostro Paese ed in tutto il continente europeo. Lungi dal voler indicare la correttezza di una delle due visioni, poiché sarebbe impossibile motivarla in poche righe; quello che per chi scrive appare necessario è il superamento di sterili ‘arroccamenti’ su proprie posizioni, ostinatamente presenti in entrambi gli schieramenti, senza tentare di operare una sintesi capace di racchiudere al proprio interno la vera volontà del Paese. 

Luca Sebastiani,
Geopolitica.info