L'età delle migrazioni ambientali è sempre più vicina

Proprio nel momento in cui l’immigrazione, come al temine di ogni estate, suscita il consueto dibattito all’interno della classe politica e nella pubblica opinione, nuovi studi tratteggiano un futuro a tinte fosche per gli abitanti dei Paesi meno sviluppati. L’incalzante degrado ambientale che affligge il globo minaccia di provocare ondate migratorie di proporzioni ben più significative di quelle sperimentate sinora. La miscela esplosiva di crescita demografica, penuria di risorse, inaridimento dei suoli e cambiamento climatico produrrà, a detta di autorevoli esperti, un flusso continuo e sostenuto di migranti, i quali fuggiranno dalla propria terra d’origine cercando riparo nei Paesi sviluppati. Qui, il surriscaldamento atmosferico sortirà effetti meno ferali, vuoi per l’ubicazione geografica, vuoi per la maggior disponibilità di risorse finanziarie da parte delle autorità, che consentiranno un adattamento forse indolore alle mutate condizioni ambientali.

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Il tema non è nuovo, come ricordato in tempi recenti dai sostenitori del Protocollo di Kyoto e delle politiche di riduzione delle emissioni nocive. Sono note, infatti, le traversie di antiche civiltà legate ad un qualche mutamento climatico (allora, ovviamente, non di origine antropica), ricostruite fedelmente da Elizabeth Kolbert sul New Yorker. Anche il secolo XX è stato testimone di un fenomeno simile, della cui entità ancora si dibatte. Durante i già difficili anni ’30, gli Stati Uniti furono interessati da una massiccia migrazione ambientale (le cifre discordanti oscillano tra 400 mila ai 3 milioni e mezzo di individui) causata dal fenomeno del dust bowl. Gli agricoltori stabilitisi nelle grandi pianure avevano sradicato il manto erboso, inconsapevoli del suo ruolo di argine nei confronti delle forti raffiche di vento che da allora in poi sollevarono il suolo, provocando l’isterilimento di milioni di ettari di terreni coltivati. Non sono dunque insensate le preoccupazioni espresse dai governi dei Paesi in via di sviluppo che più patiranno le conseguenze del global warming, anche se le dimensioni dell’emergenza non appaiono prevedibili con sufficiente chiarezza.

Le migrazioni ambientali del prossimo futuro polarizzano le opinioni in termini di consistenza del fenomeno, ma non in fatto di certezza del suo verificarsi. Persino i più ferventi detrattori del “pensiero unico pro-Kyoto” ne convengono, sulla scia di Sir Lawson (“Nessuna emergenza clima”, 2009). Consci dell’impossibilità di eliminare totalmente gli effetti del cambiamento climatico, processo avviato tre secoli or sono ed ormai in stato avanzato, tanto i sostenitori quanto gli avversari delle politiche di contenimento delle emissioni insistono nel proporre misure di aiuto concreto ai Paesi in via di sviluppo. I Paesi industrializzati inclusi nell’Allegato I al Protocollo di Kyoto hanno previsto forme di finanziamento agevolate o a fondo perduto in favore dei governi meno attrezzati nel fronteggiare il cambiamento climatico. Per evitare che milioni di persone si riversino sulle aree temperate del pianeta è inutile promuovere strategie costose e di incerto successo, affermano i teorici dell’adattamento, meglio concentrarsi su interventi mirati a beneficio delle aree più colpite. Le piccole isole ed alcune aree insulari rischiano di scomparire? Meglio costruire argini che investire miliardi di euro nell’incentivo alle fonti rinnovabili. Gli orsi polari rischiano l’estinzione a causa della progressiva scomparsa del loro habitat? Più semplice vietarne la caccia e sanzionare duramente i trasgressori, secondo la provocatoria proposta del più famoso “ambientalista scettico”, Bjorn Lomborg.

Il dibattito rimane aperto, ma già si profilano problemi rilavanti in fatto di gestione dei flussi migratori. In che categoria collocare i migranti ambientali? E’ possibile estendere loro le garanzie offerte ai rifugiati? A tali quesiti, già posti in sede mediatica, non sarà possibile fornire risposta finchè i numeri dell’emergenza non saranno chiariti. Se la cifra sarà congrua rispetto alle previsioni più grigie, 200 milioni di individui, risulterà impossibile per la comunità internazionale assicurare ai rifugiati la protezione normativa richiesta, ferma restando la vocazione umanitaria. La pressione degli aspiranti profughi sarebbe insostenibile e gli equilibri demografici ne risulterebbero irrimediabilmente sconvolti.

A fronte di cifre simili e dei rischi ad esse connesse, nel panorama internazionale ci si interroga sulle misure attuabili nel più imminente futuro. In vista del decisivo vertice di Copenaghen del prossimo dicembre le proposte negoziali fioccano, spesso restando inascoltate. Le parti sembrano ancora lontane da un compromesso ambientalmente utile ed economicamente sopportabile, al di là del mero richiamo al principio delle responsabilità comuni ma differenziate, che è sì condiviso all’unanimità ma non costituisce più una solida base di partenza per le trattative. Le ruggenti economie asiatiche, i nuovi aspiranti al club dei ricchi storcono il naso dinanzi ad ogni possibile intralcio allo sviluppo: di svolte ecocompatibili non vogliono sentir parlare, pur avendo aperto qualche angusto spiraglio nel corso dell’ultimo anno. Il tema delle migrazioni ambientali, con la sua ubiquità (nessun continente ne sarà esente), potrebbe fornire un ulteriore spunto di riflessione, nonché un impulso ad agire, per i Paesi ancora riluttanti ad accettare vincoli e lacci alla crescita economica.