L’età della democrazia: l’interventismo statunitense ha dato i suoi frutti?

Perché la democrazia è l’ordine legittimo del mondo? La democrazia è semplicemente una forma di governo come un’altra? Cosa spinge gli Stati Uniti a interferire negli affari interni di uno stato? Evidentemente la democrazia è funzionale alla pace perché apporta vantaggi interni e una qualche parvenza di stabilità e prevedibilità alle relazioni tra gli stati. La costruzione di un mondo democratico e pacifico ha indotto gli Stati Uniti a intervenire in coalizioni variamente configurate per assicurare la fine delle ostilità e l’introduzione di istituzioni e meccanismi democratici in stati problematici. Anni dopo l’intervento americano, alcuni Paesi faticano ancora a imboccare o mantenere la strada della democrazia. Le pratiche implementate negli Stati interessati sono state pressoché identiche ma ciò non è altrettanto vero per i risultati ottenuti. Sono trascorsi 25 anni dall’intervento in Bosnia, 22 dalle operazioni in Kosovo, 19 dalla campagna in Afghanistan, 17 dall’invasione dell’Iraq e 9 dall’intervento in Libia: il consolidamento democratico tarda ad arrivare o è soltanto un’utopia americana? 

L’espansione democratica

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La realizzazione di non essere protetti dall’Oceano Atlantico ha forzato gli Stati Uniti ad abbandonare l’isolazionismo per esportare selettivamente la democrazia, in quanto strumento di stabilizzazione del sistema internazionale. Ciò avviene per la prima volta alla fine della Seconda Guerra Mondiale, quando gli Stati Uniti decidono di rimanere in Europa. Emerge così la consapevolezza che la primazia americana sia connessa agli avvenimenti mondiali.

Infatti, lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale era stato strettamente connesso ai trattati di pace stipulati al termine della Grande Guerra. Il lasso temporale intercorso tra i due conflitti ha permesso a Paesi quali la Germania e il Giappone di accrescere il loro potere sino a insidiare la superiorità statunitense e trascinare il mondo in un’altra guerra. Questo precedente non poteva in alcun modo consolidarsi, e mentre – come sempre avviene dopo uno shock – nuovi attori si posizionavano nello scacchiere internazionale, diveniva chiaro agli Stati Uniti che la difesa della loro posizione nel mondo avrebbe coinvolto forze non strettamente militari: la democrazia, nella sua declinazione politica ed economica.

Democrazia a costo zero

È soltanto dopo la fine della Guerra Fredda e alcuni tentativi non troppo coerenti che l’ampliamento democratico diviene uno degli obiettivi principali di Washington, in particolare da parte dell’Amministrazione Clinton.  Il POTUS invia forze militari ed expertise, anche se con ampio ritardo, in Bosnia-Erzegovina e, successivamente, in Kosovo. La decisione di intervenire è sofferta perché sulla memoria collettiva pesano le diciotto perdite militari in Somalia e quel numero condiziona l’opinione pubblica. Questo limita anche l’intensità degli interventi oltreoceano. Non a caso ad Haiti gli Stati Uniti si ritirano appena vengono registrati dei successi iniziali, come se le forze che terminano il conflitto coincidessero con quelle che dovrebbero sostenere il consolidamento della democrazia.

Se l’intervento americano si rende assolutamente necessario, non da ultimo per ragioni di credibilità, allora deve essere minimo e ben oculato. Gli interventi che si sono susseguiti sin dagli anni Novanta sono improntati su tale assunto: campagne militari brevi, privilegiando l’uso del potere aereo per ridurre qualunque forma di attrito. Nonostante le riserve iniziali, gli Stati Uniti intervengono perché promuovere la democrazia implica ridurre la possibilità della ricorrenza ad un conflitto e questo è strumentale al consolidamento della sicurezza statunitense nel mondo che potrebbe diventare più pacifico. Dunque, la democrazia non è solo una conseguenza della primazia statunitense ma ne è anche la causa.

Democrazia a qualunque costo

L’idea di un impegno così ingente è rigettata dal candidato repubblicano Bush Jr. per tutta la durata della sua campagna elettorale, ma la sua posizione cambia drasticamente dopo gli attacchi dell’11 settembre alle Torri Gemelle e al Pentagono. Sin da quel momento l’espansione della democrazia diviene un imperativo morale e un interesse strategico perché le democrazie non si combattono tra di loro. È con la dottrina Bush che la relazione tra libertà individuali, libero mercato ed elezioni si consolida, oscurando le differenze che intercorrono tra democrazia e liberalismo.

Gli USA intervengono quindi in Afghanistan e Iraq, temendo l’effetto domino in Medio Oriente ma sperando in un effetto spillover della democrazia. Il processo di rivoluzione negli affari militari ha permesso agli americani di modificare e perfezionare il modo di fare la guerra e limitare considerevolmente il numero di perdite tra le loro file, ma questo non si traduce in una vittoria assoluta. Anzi. Il decennale impegno in Medio Oriente e i risultati fallimentari collezionati dal Presidente Bush Jr. sono stati un campanello d’allarme che ha richiamato l’attenzione sulla necessità di cambiare approccio in politica estera e di difesa. Non era in discussione il ruolo di leader globale degli Stati Uniti nel mondo, ma le modalità.

In questo paradigma, si inserisce la decisione di intervenire in Libia presa dal Presidente Obama. Le ragioni umanitarie finiscono per legittimare anche il cambio di regime che fa precipitare il Paese in una guerra civile, ad oggi, senza fine.

La promessa della democrazia: rinviata o annullata?

L’espansione della democrazia ha costituito nel tempo un elemento cruciale del pensiero strategico americano. E tuttavia questa di rado ha rappresentato la priorità assoluta e ancora più raramente gli Stati Uniti hanno sacrificato interessi economici e securitari in suo nome. La democrazia è stata un obiettivo tra gli altri, complementare rispetto ad altri interessi vitali statunitensi. Nel tempo gli Stati Uniti hanno oscillato tra isolazionismo e interventismo, indecisi se consolidare la loro posizione di poliziotto del mondo o ritirarsi in quella città sulla collina che doveva fungere da esempio per il mondo. Altre volte, sono stati risucchiati nelle dinamiche internazionali, spinti dalla considerazione che la pace non può essere raggiunta finché uno tra gli attori in campo rimane non-democratico.    


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Storicamente gli USA hanno rifuggito i legami formali perché questi implicano uno sforzo costante e consistente. Tuttavia, la potenza transatlantica si è dimostrata, at best unwilling e – ultimamente – anche unable di costruire stati democratici. Questo perché l’impegno militare e le riforme implementate hanno un ruolo limitato.

Il consolidamento della democrazia liberale poggia su altri meccanismi che mirano a incrementare l’indipendenza del Paese target dagli USA. Che uno stato sia democratico non è necessariamente abbastanza per prevenire derive autoritarie, tutto il contrario. Ciò avviene se le parti concordano sugli obiettivi finali, ovvero se vi è comunanza di interessi. Laddove manca tale coincidenza e si verifica una sovrapposizione o un completo decoupling, gli Stati Uniti hanno raccolto risultati, secondo i più ottimisti, modesti. 

Paesi come la Bosnia, il Kosovo, l’Afghanistan, l’Iraq e la Libia rimangono, seppur in maniera differente, intrappolati tra democrazia e autoritarismo e non è possibile ipotizzare che diverranno democrazie liberali nel futuro né quanto questo futuro sia prossimo.
La Bosnia-Erzegovina e il Kosovo sembrano cristallizzati in scenari ibridi, democratici ma non liberali mentre è sicuramente azzardato associare uno dei due aggettivi a stati come Afghanistan, Iraq e Libia.

Elisa Maria Brusca,
Geopolitica.info