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TematicheMedio Oriente e Nord AfricaL’espansione della guerra mediorientale sembra non convenire a nessuno

L’espansione della guerra mediorientale sembra non convenire a nessuno

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La guerra in Palestina infiamma la regione mediorientale. I tentativi di stabilizzazione regionale sono evaporati con il nuovo scenario apertosi il 7 ottobre. Questo costringe i soggetti geopolitici regionali a posizioni ambigue, alternando moderazione e radicalismo, intimoriti dall’eventuale escalation che potrebbe disarticolare quanto sinora costruito.

Nel conflitto per la Striscia di Gaza prende parte, direttamente o indirettamente, una pletora informe di attori regionali. Nel vuoto creato dalla parziale dipartita americana – perché convinta di doversi concentrare nell’Indo-Pacifico – gli attori regionali hanno conosciuto un crescente margine di manovra, che però li ha spinti oltre le loro possibilità. Iran, Turchia e Israele svelano insieme le fragilità interne e le difficoltà strategiche, esito delle rispettive proiezioni dell’ultimo ventennio. 

Israele stava attraversando un periodo caustico nella dimensione interna, di natura ben più profonda rispetto a quanto emerge solo a livello istituzionale. Pertanto lo scontro a tale livello è la riproposizione di quanto avviene tra i vari settarismi interni: ebrei laici, ultraortodossi e religiosi, a cui si aggiunge la componente araba. Nell’ottica di Gerusalemme però abitare uno spazio geografico tanto instabile, impone un impegno proattivo per contenere i rivali, scelta tattica che tuttavia prevede anche un’eccessiva esposizione regionale. L’esito di tale dinamica la conduce ad affrontare insieme troppi quadranti che distolgono lo sguardo dalle faglie interne e dalle minacce dei confinanti rivali. La difficoltà degli apparati a gestire troppi dossier, ha favorito l’incapacità di prevedere l’offensiva palestinese. La posizione geografica di Israele e il congenito confronto con la popolazione palestinese costringe il paese ebraico a vivere alla giornata, nell’impossibilità di perseguire una direttrice strategica di lunga durata. La particolare circostanza induce Israele a vivere di deterrenza: se viene attaccata da rivali esterni, deve rispondere in modo sproporzionato per evitare la riproposizione della minaccia, almeno nelle menti degli apparati israeliani. Nella difficoltà di allontanare la prima linea di difesa, deve dunque tentare di allontanare non solo spazialmente, ma soprattutto temporalmente la capacità di offesa del nemico. Oggi si traduce nella decimazione di Hamas e delle sue istallazioni belliche. Tuttavia la stretta connessione di quest’ultime alle infrastrutture civili espone Gerusalemme all’inevitabile scontro con la popolazione palestinese nel claustrofobico spazio di Gaza. Tale scenario non agevola il rapporto tra israeliani e paesi arabi, che stavano collaborando per costruire un cordone sanitario ad ovest dell’altopiano iranico. Ad oggi Israele è stretta tra la necessità di questa tattica, e dunque sradicare Hamas, e il mantenimento degli Accordi di Abramo che avevano un obiettivo di più lungo periodo, perché un prolungamento del conflitto nella Striscia di Gaza esporrebbe i regimi arabi alle rimostranze interne anti-sioniste, sfaldando il contenimento iraniano.

La Turchia è particolarmente sensibile allo scenario che va profilandosi in Palestina. I turchi anatolici vivono di una congenita rivalità con le popolazioni iraniche. Rivalità che germina dallo stanziarsi nel Caucaso di diverse popolazioni turciche, che si imposero sugli autoctoni dando vita all’impero Ottomano e Safavide.  Mutatis Mutandis, questa dinamica è presente tutt’oggi nelle medesime aree mediorientali. La crescita della penetrazione iraniana nel Siraq corrode il quadro securitario della Turchia nelle sue aree meridionali, scenario che ha spinto Ankara ad aprire al paese ebraico – principale rivale di Teheran – nonostante le molteplici divergenze geopolitiche. I vari tentativi di apertura hanno però fatto fatica a corroborarsi a causa del continuo riproporsi del conflitto israelo-palestinese che divide Gerusalemme ed Ankara. Eppure negli ultimi anni sembrava prendere piede una qualche forma di partenariato, tanto che Israele e Turchia sono riusciti a collaborare nella guerra del Nagorno Karabakh a sostegno di Baku. Entrambi avevano l’interesse a corrodere la capacità iraniana di proiettarsi verso il Mediterraneo Orientale, tenendola occupata nei suoi confini settentrionali, dove ha una diatriba aperta con l’Azerbaigian, a causa della cospicua minoranza azera che vive in Iran. Mantenere una tale cooperazione per Ankara è fondamentale perché necessita delle tecnologie e della capacità militare israeliana per competere con la Repubblica Islamica, non solo nel Caucaso, ma anche in Asia Centrale. 

L’offensiva del 7 ottobre aggrava però la cooperazione turca-israeliana, perché la popolazione della penisola anatolica è particolarmente sensibile alla causa palestinese. Tanto che, sebbene in un primo momento il Presidente Erdogan tentava una comunicazione alquanto moderata, addossando gran parte della colpa ai paesi occidentali che armano Gerusalemme, in un secondo momento, viste le proteste anti-sioniste scatenatesi all’indomani della controffensiva israeliana, il Presidente Erdogan è stato costretto ad assecondare tale sentimento per non pregiudicare il consenso elettorale, già messo alla prova alle ultime elezioni. Ankara sembra dunque in balia degli eventi che smuovono le sabbie della Palestina. Un conflitto regionale potrebbe slegare irrimediabilmente Turchia ed Israele, rendendo impossibile la cooperazione nel Caucaso e dunque il contenimento di Teheran. Infine, la guerra regionale potrebbe divampare in Siria, dove operano le milizie filo-iraniane, riproponendo il flusso migratorio verso l’Anatolia, scenario che desterebbe serie preoccupazioni alla Repubblica Turca. 

Infine l’Iran. Assediata dai rivali su ogni fronte, fintanto quello interno, almeno nella sua percezione. Le rivolte scatenate per la vicenda Mahsa Amini sono interpretate dalla Repubblica Islamica quali episodi infausti favoriti dalle potenze occidentali, Israele compresa. La sua profondità strategica, accumulata negli anni a partire dalla disarticolazione territoriale dello Stato iracheno, ha isolato ulteriormente Teheran. I suoi partner, le milizie filo-iraniane, complicano la vita agli israeliani e alle monarchie del Golfo, avvicinandoli dopo un lungo periodo di disaffezione. La sua postura geopolitica è dunque frutto di una complessa politica estera e di forti privazioni interne sotto ogni punto di vista. Eppure, una tale proiezione, sembra esser andata oltre le capacità strutturali ed economiche iraniane, condizione che l’ha costretta ad una parziale apertura, grazie al ruolo di mediatore della Cina, all’Arabia Saudita, perché troppo esposta sul fronte esterno e troppe le complicazioni su quello interno. Fattori che non le permettono di combattere senza difficoltà un possibile conflitto su larga scala. Anche l’Iran ha assunto dunque una comunicazione altalenante. All’indomani dell’offensiva sferrata da Hamas, alcuni esponenti della Repubblica Islamica hanno confermato un ruolo attivo nell’organizzare l’attacco a Israele. Ma vista la possibilità di un allargamento del conflitto e di un ruolo particolarmente attivo di Washington, che ha prontamente stanziato due portaerei dinanzi alle coste israeliane, ha dovuto attenuare il tono delle sue dichiarazioni, sino a sconfessare il ruolo attivo nell’organizzare lo stesso attacco. Questo perché: se un conflitto più contenuto indebolisce nel breve periodo Israele sino a renderle impervio il percorso che la avvicina ai paesi arabi, un conflitto regionale metterebbe l’Iran in una situazione di insicurezza, perché difficilmente riuscirebbe a tenere quanto sinora acquisito. 

Turchia ed Iran inoltre hanno dato prova di saper combattere conflitti a bassa intensità, ma le delicate situazioni economiche e produttive interne, soprattutto in Iran, potrebbe inficiarne la capacità di agire in modo disinvolto in un conflitto di più ampia portata. Tanto che, spintesi in troppi quadranti strategici, Iran e Turchia stavano tentando di moderare la loro postura geopolitica nella regione. Sebbene un conflitto regionale non sia nelle intenzioni delle potenze locali, non è detto che questo non possa sopraggiungere. La dinamica del conflitto spesso esce dal controllo degli attori costringendoli ad assumere posizioni più assertive, trascinandoli in un confronto di più ampia portata.

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