L’esercito siriano riconquista Palmira

L’esercito siriano ha conquistato Palmira, per la seconda volta. Già lo scorso anno, nel periodo di Pasqua, i soldati di Assad avevano strappato la città alle milizie dell’Isis, per poi perderla dopo l’offensiva jihadista di dicembre.

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Con un comunicato l’esercito siriano ha confermato la presa della città di Palmira, avvenuta in tempi relativamente rapidi. Nella dichiarazione si ringraziano gli “amici della Siria”, sottolineando il ruolo fondamentale che gli Hezbollah libanesi e l’aviazione russa hanno avuto nella riconquista della città.
Luogo simbolo nella lotta al terrorismo (l’antica città è patrimonio dell’Unesco), e di importanza strategica perchè permette ai governativi di avere un avamposto nel centro del paese, Palmira è stata riconquistata nella giornata di giovedì dopo un’offensiva durata pochi giorni.

L’esercito siriano, coadiuvato a terra dall’azione degli Hezbollah, già 3 giorni fa aveva ottenuto importanti risultati, e guadagnava terreno per stabilirsi alla periferia sud-ovest della città. Contemporaneamente, sfruttando colpi di artiglieria e strike aerei che hanno diviso le milizie dell’Isis, costringendo gran parte dei jihadisti a ripiegare verso l’interno in direzione della cittadina di Suknah, l’esercito siriano conquistava l’aeroporto di Palmira (situato nella periferia est). Di conseguenza, avendo circondato la città, nella giornata di mercoledì, è partita l’offensiva finale che ha permesso alle forze di terra siriane e agli Hezbollah di entrare a Palmira, conquistando l’antica cittadella patrimonio dell’Unesco.
Secondo un fotografo russo, tra i primi giornalisti ad entrare nella Palmira liberata, i danni ai monumenti sarebbero ben maggiori rispetto all’ultima conquista di Daesh. L’anfiteatro romano, dove un anno fa si svolse il concerto dell’orchestra di San Pietroburgo, è ora ricoperto di macerie.

Anfiteatro romano di Palmira danneggiato

Aiuto americano?

Nel comunicato diramato dall’esercito siriano si legge chiaramente che l’aiuto all’offensiva per la riconquista della città è da attribuire all’aviazione russa e agli Hezbollah libanesi. Inoltre, secondo le ultime dichiarazioni della diplomazia russa, tra l’amministrazione Trump e Mosca non ci sarebbero punti di contatto sulla Siria. C’è da sottolineare, però, che nelle ultime settimane di febbraio intensi strike aerei statunitensi (23 per la precisione), hanno colpito formazioni dell’Isis, facilitando certamente la strada all’offensiva siriana.
Anche il Comando centrale dell’esercito degli Stati Uniti ha negato un coordinamento con l’asse russo-siriano, chiarendo che gli strike erano volti a demolire l’arsenale dell’Isis per evitare che le milizie jihadiste potessero usarlo in altri luoghi contro le forze statunitensi.
Ufficialmente, quindi, da entrambe le parti, viene negato qualsiasi coordinamento militare sulla Siria. Nei prossimi mesi, quando ci si avvicinerà all’incontro tra Trump e Putin e quando ci saranno da decidere le modalità per la riconquista di Raqqa, un dialogo tra Mosca e Washington sarà inevitabile: dal ruolo dei curdi a quello turco, il futuro della Siria interessa le dinamiche dell’intera regione.