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RubricheTaiwan SpotlightL'esclusione di Taiwan dall'RCEP

L’esclusione di Taiwan dall’RCEP

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La più grande zona di libero scambio al mondo è in Asia, ma Taiwan ne è fuori. Lo scorso 15 novembre, dopo un’articolata trattativa originata nel 2011, è stato siglato ad Hanoi il Partenariato Economico Globale Regionale (Rcep), costituente la più grande piattaforma free trade al mondo, composta da 15 paesi dell’Asia-Pacifico rappresentativi del 30% del Pil mondiale ed una popolazione di 2,2 miliardi di persone. In un mondo in pressoché totale impasse a causa della pandemia, la mossa del giaguaro nel 2020 reca copyright asiatico ed ha tra i suoi principali registi la Cina, la cui leadership da tempo appaltava un ulteriore rafforzamento della cooperazione economica nella regione.

C’è di più, essendo da tempo Pechino teleologicamente preordinata a ri-portare sotto mandato celeste la provincia ribelle, Taiwan, non a caso marginalizzata dal Rcep, in quello che è un meccanismo di isolamento internazionale ormai rodato. Soprattutto sotto la presidenza Tsai, ferventemente ostile ad ogni ipotesi di riunificazione con la Mainland China, la morsa del dragone sull’Isola di Formosa si è fatta più tangibile. L’accordo, nell’ottica sinocentrica, potrebbe quindi assurgere a strumento di sharp power con cui indebolire la già precaria posizione internazionale di Taiwan ed attrarla così in orbita cinese.

Il multilateralismo che esclude Taiwan

All’indomani della firma dell’accordo, il Primo Ministro cinese Li Keqiang lo ha definito come una “vittoria del multilateralismo e del libero commercio”. E davvero la nomenklatura di Pechino non potrebbe pensarla diversamente, dacché il paese che più beneficerà dell’assetto negoziale delineato sarà proprio la Cina, oggi primo partner commerciale (in surplus) nell’interscambio con i 14 paesi firmatari dell’accordo, nonché primo tra di essi per Pil (superiore a quello aggregato di tutti gli altri). L’accordo, abbattendo tra l’85% e il 90% delle tariffe oggi in essere per una moltitudine di beni e servizi consisterà per la Cina in un indubbio vantaggio economico nel breve periodo e geopolitico nel lungo periodo perché, attraverso la diffusione nella regione dei suoi standard di produzione ed innovazione, il suo soft power ne uscirà più che mai rinvigorito.

È noto, infatti, che gli accordi commerciali hanno sempre più solo la parvenza di essere tali, mentre sempre più divengono strumenti congeniali alla proiezione geopolitica di un paese, e la Cina di questo ne è interpretatrice autentica. La versione cinese del multilateralismo consta però di un ulteriore prisma, il One China Principle. Posto che Taiwan è per Pechino una sua provincia e non invece uno stato sovrano, questa realtà non potrebbe partecipare da sola al gioco delle relazioni internazionali, benché mai sedersi al tavolo delle trattative per la stipula di un free trade agreement (Fta). Nessuno degli altri 14 paesi dell’area Rcep riconosce ufficialmente l’entità statuale di Taiwan, onde non compromettere i vitali rapporti economici con Pechino. Perciò, Taipei è fuori da tutti i consessi internazionali, primo tra tutti l’Onu e le sue agenzie specializzate (Oms, Icao, Unesco tra le tante). Ed è per lo stesso motivo che l’Isola di Formosa rimane esclusa dal Rcep, ma solo ove la si consideri (come è ovvio che sia) uno stato sovrano. Nondimeno, nella prospettiva cinese Taiwan è ben dentro l’accordo, ma nelle vesti di sua articolazione locale, disvelandosi così il monito di Pechino, ovverosia: Taipei vuol continuare a perseguire il suo cruccio indipendentista, resistendo a tornare all’ovile? Bene, allora rimarrà isolata e non potrà essa fruire fino in fondo dei benefici che la globalizzazione apporta. Si osserva così che il multilateralismo in salsa agrodolce finisce dove inizia la Greater China.

La resilienza di Taiwan

Nei suoi discorsi, la Presidente di Taiwan Tsai Ing-wen insegue spesso il leitmotiv della resilienza del popolo taiwanese. Il paese si trova infatti ad agire in un contesto internazionale di per sé inospitale, con un vicino scomodo sempre più urtante e con pochi veri amici su cui contare, epperò un paese che ha saputo trarre da tutte queste avversità un’opportunità. Si pensi soltanto, in tempi recenti, alla gestione della pandemia di Covid-19. Taiwan è fuori, come già premesso, dall’Oms ed è pertanto esclusa dai meccanismi di raccolta e condivisione dei dati sanitari.

Proprio a causa di tale deficit, il paese si è dotato di una propria infrastruttura per il contrasto ad epidemie, il National Health Command Center. Questo, unito al sapiente uso della tecnologia e ad una buona dose di etica solidarista di confuciana memoria, ha fatto di Taiwan uno dei pochi paesi covid free al mondo. Invero, la capacità di adattamento ad un ambiente respingente si evince anche sotto il profilo economico, perché tutti quegli stati che non riconoscono politicamente Taiwan intrattengono tuttavia con essa rapporti economici bilaterali ed il paese è ben inserito nella supply chain mondiale, grazie soprattutto alla leadership di Taipei nei semiconduttori. Questa resilienza potrebbe esser minata alla base dal Rcep, che vede coinvolti tutti i paesi dell’Indo-Pacifico (tranne l’India, defilatasi dallo stesso nel 2019) e mettendo insieme addirittura per la prima volta in un Fta la Cina, il Giappone e la Corea del Sud, rispettivamente il primo, il quarto ed il sesto partner commerciale, per un complessivo 40% dell’export taiwanese. Questo potrebbe arrecare qualche disagio in più per Taipei, perché Pechino, Tokyo e Seoul intesseranno più stretti legami economici a seguito del taglio delle tariffe operato dal Rcep, surrogandosi con ogni probabilità ai prodotti taiwanesi quelli interni al Fta. Ciò investirà negativamente soprattutto l’industria petrolchimica e tessile taiwanese, mentre il settore delle alte tecnologie rimarrà al riparo in quanto già esentato in gran parte dalle tariffe, come sottolineato dalla Ministra dell’Economia di Taiwan Wang Mei-hua. Inoltre, come rammenta il Vicedirettore del Taiwan Wto, Lee Chun, il Rcep non è altro che la versione integrata degli accordi di libero scambio già vigenti tra i paesi firmatari, ponendo questo partenariato una mera reductio ad unum degli stessi. Si ricorda poi che il 70% dei prodotti export di Taiwan verso questi paesi sono già tariff-free non cambiando pertanto granché per la proiezione economica di Taipei. Insomma, l’accordo non viene certamente accolto con giubilo, semmai suscitando l’anelito di chi è in preda a una sindrome di accerchiamento, ma l’isola ha nel suo armamentario tutti gli strumenti per tutelarsi.

Si è già detto quanto siano stati floridi sotto la presidenza Trump i rapporti tra Taiwan e gli Stati Uniti. Tendenza questa che è destinata a perdurare anche sotto la presidenza Biden, poiché il sostegno americano all’isola è ormai bipartisan, in quanto funzionale alla cura degli interessi geopolitici a stelle e strisce nell’Indo-Pacifico. Il Taiwan Assurance Act, approvato a larga maggioranza dal Congresso e poi firmato dal Commander in Chief il 27 dicembre 2020, è l’ennesimo strumento che sintetizza la sinergia Taipei-Washington. In esso si afferma che gli Usa si impegneranno a favorire l’accesso di Taiwan in tutti quegli organismi internazionali da cui il paese è oggi estromesso e che sarà garantita una regolare fornitura di materiale d’armi per la sua difesa. La legge costituisce solo l’ultima di una lunga serie che fa da sfondo al Taiwan Relations Act, legge quadro del Congresso Usa che dal 1979 definisce le relazioni politiche, economiche e militari tra i due paesi. Vi è però di più in gioco: è noto che la Presidente Tsai aspiri da tempo ad un accordo commerciale di ampio respiro con gli Usa, con il dichiarato intento di smarcarsi economicamente da Pechino e controbilanciare il peso del Rcep. Certo è che Washington dovrà anzitutto risolvere gli affari domestici, pandemia in primis, e solo in seguito potrà tornare ad agire a pieno regime sulla scena internazionale. A Cenerentola e al Principe azzurro è bastata una scarpetta di cristallo per convolare a nozze e trovare l’eterno amore; a Taiwan e agli Usa basterebbe un accordo commerciale affinché anche per loro possa recitarsi quel “e vissero per sempre felici e contenti”.






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