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L’eredità del passato e le condizioni del presente: la questione israelo-palestinese nella politica mediorientale russa

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La recente escalation lungo la Striscia di Gaza ha riacceso l’attenzione internazionale sulla questione israelo-palestinese, portando a dure affermazioni di condanna della violenza e diffuse manifestazioni di solidarietà verso l’una o l’altra parte in molti paesi occidentali e del Medio Oriente. In questo contesto, la Federazione Russa ha assunto una posizione piuttosto marginale, condannando le nuove tensioni ma rimanendo in un cono d’ombra della politica mediorientale. Quali sono quindi le linee guida della politica russa verso il Medio Oriente e la questione israelo-palestinese?

Le relazioni con Israele e i paesi arabi durante la Guerra Fredda

Quando nel maggio 1948 lo Stato di Israele dichiarò la sua indipendenza, l’Unione Sovietica di Iosif Stalin fu il primo paese nella comunità internazionale a riconoscerlo come Stato de iure. Sebbene l’anno prima l’ambasciatore sovietico alle Nazioni Unite Andrei Gromyko avesse prospettato la divisione della Palestina in due entità statali differenti, una ebraica e l’altra araba, successivamente riportata nella Risoluzione 181, gli stati arabi confinanti con Israele, prime fra tutte l’Egitto e la Siria, rigettarono e condannarono aspramente la ripartizione, aprendo così le ostilità il giorno stesso della nascita di Israele. Fu l’inizio questo della lunga e violenta crisi che, sfociando nel conflitto arabo-israeliano, segnerà fino ai giorni nostri le vicende del Medio Oriente. Ma questa, pur essendo un’altra storia, ha reso protagonisti indiscussi non solo Israele e gli stati arabi, ma anche (se non soprattutto) i giochi strategici delle due superpotenze dell’epoca: gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica.

L’ideologia sionista, creata negli ultimi anni del XIX dall’ungherese Theodor Hertzl, investì quasi subito i salotti della borghesia ebraica delle principali città dell’est Europa, giungendo all’Impero Zarista prima e ai soviet poi. Se questi ultimi, infatti, negli anni del fulgore del bolscevismo, avevano denunciato il sionismo come espressione della borghesia ebraica, alla fine degli anni Venti, spinsero a favore della creazione dell’Oblast autonomo ebraico nell’estremo oriente russo e dell’immigrazione ebraica verso la Palestina, allora sotto Mandato britannico. Fu proprio in Palestina, una volta che il progetto dell’Oblast autonomo naufragò, che sul finire del secondo conflitto mondiale Stalin adottò in una politica di aperto sostegno alla causa sionista nella regione. Essa però fu solo temporanea: alla dichiarazione di indipendenza israeliana del 14 maggio 1948 e il suo riconoscimento immediato da parte di Mosca tre giorni dopo, le posizioni di Stalin cambiarono repentinamente e in modo drastico. Questa inversione della politica estera sovietica verso Israele, dove tra l’altro la popolazione russofona era in maggioranza, andò declinando sempre di più. Durante i primi vent’anni di esistenza dello Stato d’Israele, Mosca giocò un ruolo ambiguo: se da un lato gli interessi politici, sociali e anche ideologici latu sensu con la presenza dei Kibbutzim avevano portato la dirigenza sovietica a guardare con favore all’esperienza israeliana, dall’altro, i sommovimenti dei vicini siriani, giordani, egiziani e la loro “attrazione” verso il “socialismo reale” hanno fatto sì che, dalla Crisi di Suez alla Guerra dei sei giorni, le relazioni tra i due paesi vedessero un progressivo irrigidimento, fino alla completa rottura diplomatica avvenuta nel giugno 1967.  Le posizioni definite da Stalin con l’appoggio militare e logistico ai paesi arabi confinanti con Israele e dove, dopo la Nabka del 1948, avevano trovato rifugio quasi 1 milione di profughi palestinesi, segnarono quindi le relazioni tra i due paesi fino al 1991, passando per le guerre del 1967 e del 1973 quando l’URSS sostenne apertamente la causa araba.

La Russia in Medio Oriente nel post-guerra fredda

Per la Russia post-sovietica, il Medio Oriente ha rappresentato, fino ad anni relativamente recenti, un teatro marginale, secondario rispetto allo Spazio post-sovietico o alle relazioni con l’Occidente, ma rilevante nella misura in cui le dinamiche che caratterizzavano la regione erano in grado di influenzare gli equilibri dell’Estero vicino russo e della stessa Federazione Russa. Dopo gli anni Novanta, che avevano visto la marginalizzazione della Russia da tutti gli scenari che non fossero di prioritario interesse per Mosca, l’approccio russo al Medio Oriente è stato estremamente pragmatico ed incentrato su due esigenze fondamentali: evitare che l’instabilità mediorientale si propagasse al Caucaso e attraverso questo alla Russia, e, soprattutto, ricercare nella regione partner che potessero offrire una sponda nel confronto/dialogo con gli Stati Uniti e l’Occidente. Per queste ragioni, fino all’intervento in Siria del 2015, la presenza di Mosca nella regione è stata essenzialmente limitata ai vecchi legami ereditati dalla Guerra fredda e ad alcuni accordi di cooperazione militare, come i partenariati con il regime di Damasco o con l’Iran. Di conseguenza, l’intervento militare in supporto di Bashar al-Assad in Siria è stato un momento di svolta nella politica russa verso la regione, frutto del contemporaneo e progressivo ritiro statunitense dall’area negli anni della Presidenza Obama. Dal 2015, la Russia ha progressivamente ampliato le proprie ambizioni, intervenendo in Libia, indirettamente in Afghanistan e, più recentemente, nel Nagorno Karabakh, divenendo quella “indispensable nation in the Middle East”, come è stata definita nel 2019 da Foreign Affairs.

Ciononostante, rispetto alla questione israelo-palestinese la Russia ha mantenuto sempre una certa distanza, non intervenendo mai esplicitamente nel conflitto né nel processo negoziale. Ciò è avvenuto per diverse ragioni, interne e internazionali. Dal punto di vista interno, la leadership russa ha percepito come piuttosto concreto il “rischio contagio” dell’instabilità mediorientale e, di conseguenza, ha preferito non prendere posizione a favore dell’una o dell’altra parte, per evitare che questo potesse portare ad una mobilitazione dei russi musulmani, che compongono circa il 20% della popolazione e risultano largamente maggioritari nel Caucaso settentrionale.

Rispetto alle dinamiche internazionali è necessario tenere in considerazioni diversi elementi: la Russia, per quanto assertiva, ha capacità di proiezione politica e militare limitate, di conseguenza, porsi come mediatore della questione israelo-palestinese significherebbe esporsi ad un impegno politico e militare insostenibile. Inoltre, una più attiva presenza russa nella gestione della crisi potrebbe portare Mosca a nuove frizioni con la Turchia e l’Iran, i cui rapporti con la Russia risultano piuttosto complessi, dove la prima ha rivendicato lo stendardo della causa palestinese e la seconda ne sostiene attivamente le milizie. Un terzo fattore da considerare è l’importanza della posizione di Israele nella politica statunitense in Medio Oriente, verosimilmente, un qualsiasi indebolimento della sicurezza di Israele, per effetto di un intervento russo, acuirebbe le già evidenti tensioni nelle relazioni tra Mosca e Washington. Di conseguenza, la Russia ha mantenuto e mantiene tuttora una posizione marginale nella gestione del conflitto, preferendo forum di dialogo multilaterali, come il Quartetto per il Medio Oriente (USA, Russia, USA e UE), ad un intervento esplicito nella crisi.

La Russia nel conflitto: due Stati e due rapporti

In conclusione, entrando nel merito del conflitto, la Russia ha sempre sostenuto la soluzione a due Stati come unico accomodamento accettabile, confermando la piena volontà di riconoscere Gerusalemme est come capitale dello Stato palestinese e Gerusalemme ovest come capitale di Israele. Mosca ha quindi mantenuto il dialogo con entrambe le parti, vedendo l’Autorità Nazionale Palestinese come unico interlocutore del fronte arabo, senza però considerare Hamas un’organizzazione terroristica, aprendo così al dialogo intra-palestinese. Ciononostante, le relazioni con la Cisgiordania e la Striscia di Gaza sono state tradizionalmente limitate, a differenza dei legami con Tel Aviv. Oltre i rapporti storico-culturali già citati in precedenza, la Russia ha rinsaldato le proprie relazioni con Israele grazie ad un’intensa cooperazione economica e militare. In questo contesto, Mosca ha costantemente bilanciato il sostegno all’Iran con le buone relazioni con lo Stato ebraico, ad esempio, avviando iniziative di cooperazione tecnica in settori avanzati con Tel Aviv, in cambio di una limitazione delle esportazioni di armamenti all’Iran. Inoltre, le leadership russa e israeliana condividono una visione pragmatica e realista delle relazioni internazionali e ciò ha permesso l’instaurarsi di una strana forma di comprensione reciproca, che ha portato Israele a non votare la condanna dell’annessione russa della Crimea all’ONU e a non aderire alle sanzioni contro Mosca. Inoltre, l’apparentemente buon rapporto personale tra Vladimir Putin e Benjamin Netanyahu è stato un ulteriore fattore di consolidamento dei rapporti bilaterali, che hanno visto il Primo Ministro israeliano partecipare nel 2018 alla parata della vittoria del 9 maggio sulla Piazza rossa di Mosca e alla sfilata del “Reggimento eterno” che celebra i caduti della Grande guerra patriottica, indossando l’arancio di San Giorgio, il colore del santo patrono della Russia usato nelle celebrazioni della annessione/riunificazione della Crimea.

La Federazione Russa quindi, pur essendo un attore di primo piano nello scacchiere mediorientale, non sembra avere la volontà di porsi come fautore della pace in Palestina, una prospettiva questa che non solo non incontra gli interessi dell’élite russa, ma che risulta al di sopra delle possibilità concrete di Mosca.

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