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TematicheMedio Oriente e Nord AfricaL’eredità del Kuwait e dei suoi fratelli: il dilemma...

L’eredità del Kuwait e dei suoi fratelli: il dilemma della successione nei Paesi del Golfo

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“Nel nome di Dio, il Clemente e Misericordioso (…) con profondo dolore e tristezza, comunichiamo al popolo del Kuwait, alle Nazioni Arabe e Islamiche e a tutti i popoli amici del resto del mondo la dipartita del compianto emiro Nawaf al-Ahmad al-Jaber al-Sabah, il quale ha raggiunto il Signore nella giornata di oggi, (…) il 16 dicembre 2023. In verità veniamo da Dio e a Lui facciamo ritorno”. Con queste parole, il ministro dell’Informazione kuwaitiano, Muhammad al-Abdallah al-Mubarak al-Sabah, è apparso in diretta sulla TV di Stato confermando il decesso del sovrano, ricoverato per giorni in seguito a un deterioramento delle proprie condizioni di salute.

L’emiro ottantaseienne ha governato per tre anni succedendo al fratellastro Sabah, scomparso nel 2020 all’età di novantuno anni. Pur essendo formalmente una monarchia semi-costituzionale con un’Assemblea Nazionale a suffragio universale, il potere rimane saldo nelle mani della famiglia regnante, gli al-Sabah. Tradizionalmente, la successione era caratterizzata dall’alternanza fra i due rami dei discendenti del capostipite, gli al-Salem e gli al-Ahmad. Tuttavia, gli ultimi sono stati favoriti da un’inversione di tendenza voluta dall’emiro Sabah, il quale, salito al trono nel 2006, nominò Nawaf principe ereditario con un decreto reale. Anche il successore di Nawaf, lo sceicco Mishaal, è un membro del clan al-Ahmad, il che sembrerebbe emarginare definitivamente l’altro filone della famiglia. Solo la nomina del nuovo principe ereditario, tuttora vacante, potrà confermare questo cambio di rotta e, di conseguenza, riassettare o sconvolgere i già precari equilibri della politica interna kuwaitiana. Di fatto, l’economia dell’emirato rimane quasi totalmente ancorata agli introiti derivanti dal petrolio, mentre stentano a decollare i programmi di riforme sociali che hanno intrapreso i vicini del CCG (Consiglio di Cooperazione del Golfo). Complice, forse, la mancanza di investitori stranieri, allontanatisi a seguito dell’instabilità politica del Paese, il quale ha cambiato ben sette governi in tre anni, dal 2021. Un altro elemento di fragilità è l’età anagrafica dei leader. Lo stesso Mishaal ha ottantatré anni e, prima di salire al trono, deteneva il record di principe ereditario più anziano al mondo. In ogni caso, in Kuwait non sono gli unici ad avere degli enigmi relativi alla successione: con i dovuti distinguo, la dipartita del sovrano in carica rappresenta un dilemma per tutti i Paesi del CCG.

Arabia Saudita

Il capostipite di Casa Saud, il re Abdulaziz bin Abdurrahman, aveva più di venti mogli che gli diedero un centinaio di figli, circa la metà dei quali di sesso maschile. Con la sua morte, nel 1953, gli succedette il secondogenito Saud, divenuto principe ereditario dopo la prematura scomparsa del fratello germano Turki. Da qui si percepisce la peculiarità della successione saudita tra fratelli (e fratellastri) anziché di padre in figlio. Non a caso, con l’incoronazione di Saud, l’erede al trono divenne il sestogenito di Abdulaziz, Faysal. Quest’ultimo, che godeva di maggiore carisma rispetto al fratello regnante, costrinse Saud ad abdicare in suo favore e a rifugiarsi in esilio in Grecia (nel 1964). Faysal venne ucciso, nel 1975, da un nipote durante un majlis (tradizionale ricevimento arabo) e, fino a oggi, sul trono si sono seduti i fratelli superstiti della progenie di Abdulaziz (nell’ordine: Khalid, Fahad, Abdullah e Salman). L’attuale sovrano, Salman, ha visto ben tre eredi in meno di dieci anni: il principe Muqrin, trentacinquesimo figlio di Abdulaziz, fu rimosso dopo soli tre mesi (nel 2015) e il titolo passò per la prima volta a un nipote del capostipite, il principe Muhammad bin Nayef (a sua volta figlio di un candidato alla corona scomparso prima del sovrano in carica dell’epoca). A distanza di appena due anni, il principe venne deposto a seguito di un decreto reale che designava erede al trono uno dei figli prediletti del re, Muhammad bin Salman. Si è trattato, indubbiamente, di un cambio epocale per il regno. Il nuovo e attuale principe ereditario, ritenuto da molti il leader de facto, è uno dei reggenti più giovani della regione e, oltre ad avere un’aspettativa di vita più lunga degli altri candidati, si è dimostrato sin da subito vicino alle aspettative del popolo che, per oltre due terzi, ha meno di trentacinque anni. Il suo ampio e ambizioso piano di riforme socioeconomiche, Vision 2030, sembra avergli assicurato una certa stabilità politica, sebbene non manchi una sensibile componente di dissenso interno (la cui repressione ha attirato numerose critiche a livello internazionale). Tuttavia, appare difficile prevedere chi sarà il delfino di MbS, considerando la giovanissima età dei suoi figli e le numerose lotte intestine all’interno della enorme famiglia reale saudita!

Bahrain e Qatar

Al tempo dell’indipendenza, nel 1971, il Bahrain era formalmente un emirato, il cui capo di Stato era un hakim (lett. governante) appartenente alla famiglia al-Khalifa. Fino al 1999, anno della sua morte, a guidare il Paese è stato lo sceicco Isa bin Salman, padre dell’attuale sovrano Hamad che, nel 2002, ha deciso di trasformare l’emirato in regno, con la conseguente appropriazione del titolo di re. Il principe ereditario è il primogenito Salman, il quale, attualmente, ricopre anche il ruolo di primo ministro (succedendo allo zio paterno, Khalifa bin Salman, con la sua scomparsa nel 2020). Il piccolo regno “tra i due mari”, a differenza dei vicini saudita e kuwaitiano, segue la più tradizionale linea ereditaria della primogenitura, ma non è l’unico: Il Qatar sembra aver adottato lo stesso sistema. Dal 1971, anno dell’indipendenza comune alla maggior parte dei Paesi del Golfo, l’emirato è governato dalla famiglia al-Thani, ma la successione non è stata sempre lineare. Il primo emiro, lo sceicco Ahmad bin Ali, venne deposto con un golpe guidato dall’allora primo ministro, il cugino Khalifa bin Hamad, nel 1972. A lui toccò la stessa sorte due decadi più tardi, quando il principe ereditario Hamad bin Khalifa, figlio del sovrano, depose il padre con il sostegno della famiglia reale, nel 1995. L’emiro Hamad può considerarsi l’artefice di una maggiore acquisizione di influenza da parte del suo paese sullo scacchiere regionale e mondiale: un anno dopo la sua auto-incoronazione nacque il celebre network satellitare panarabo al-Jazeera, capace di esercitare un ruolo decisivo nelle rivolte e nei cambiamenti che hanno interessato l’area negli ultimi tempi e tutt’ora seguitissimo a livello globale anche con canali in inglese e altre lingue. Altre importanti iniziative da attribuire all’emiro sono la creazione della Qatar Foundation (principale organizzazione qatariota non a scopo di lucro) e la tanto acclamata quanto discussa assegnazione dei Mondiali del 2022. Tuttavia, anch’egli, come i suoi due predecessori, non è riuscito a concludere il suo regno in maniera naturale. Nel 2013, il monarca abdicò in favore del figlio Tamim. Quest’ultimo, tuttavia, non è il primogenito. Figlio della seconda (e prediletta) moglie di Hamad, la sceicca Mozah bin Nasser al-Missned, l’attuale emiro è riuscito a farsi strada scalzando i fratellastri più anziani, in parte grazie all’aiuto della madre. Già nel 2003, l’erede legittimo di Hamad, lo sceicco Jassem, rinunciò alla corona e cedette il posto a un giovanissimo Tamim. Altrettanto giovane è l’odierno vice-emiro: lo sceicco Abdullah bin Hamad, figlio della terza moglie dell’emiro padre, ha solo trentacinque anni ed è considerato il più probabile successore di Tamim… salvo ulteriori giochi di palazzo!

Emirati Arabi Uniti e Oman

Gli EAU sono l’unico Paese del Golfo il cui capo di Stato è ufficialmente un “presidente”. Teoricamente, la carica spetterebbe a un esponente delle famiglie che amministrano i sette emirati della confederazione tramite elezioni quinquennali presiedute dal Supremo Consiglio Federale (la più alta autorità costituzionale del Paese). Di fatto, il primo cittadino è il sovrano di Abu Dhabi, l’emirato più ampio in cui risiede la capitale, mentre il vicepresidente è l’emiro di Dubai (secondo emirato per estensione). Così funziona da quando lo sceicco Zayed bin Sultan al-Nahyan, il padre fondatore dell’Unione, dichiarò l’indipendenza formale, nel 1971. Alla sua morte, il 2 novembre del 2004, gli succedette per un giorno l’allora vicepresidente, nonché emiro di Dubai, lo sceicco Maktoum bin Rashid al-Maktoum, per poi cedere subito il posto al figlio maggiore di Zayed, lo sceicco Khalifa. Sebbene quest’ultimo sia scomparso lo scorso anno, a causa delle sue precarie condizioni di salute, per molto tempo il governatore de facto è stato suo fratello, lo sceicco Muhammad bin Zayed, confermato come attuale presidente dopo il canonico giorno di reggenza dello sceicco Muhammad bin Rashid di Dubai. Per la casata di Abu Dhabi, l’erede designato è, come da tradizione, il primogenito Khalid bin Mohammed, mentre lo sceicco Mansour bin Zayed, fratello del capo dello Stato, è stato affiancato all’emiro di Dubai per ricoprire il ruolo di vicepresidente. La mossa celerebbe un tentativo di monopolizzazione del potere da parte degli al-Nahyan, per cui risulta difficile prevedere un futuro totalmente lineare nelle dinamiche di successione emiratine. 

Un discorso a parte merita il Sultanato dell’Oman che, come l’Arabia Saudita, rappresenta una delle poche monarchie assolute odierne. Nel 1970, un anno prima dell’indipendenza, il sultano Taymur bin Faysal al-Said venne deposto dal suo unico figlio maschio, Qaboos, il quale ha governato il Paese fino alla sua morte, avvenuta nel 2020. Detentore del record di leader arabo più longevo della regione (il suo regno è durato quasi mezzo secolo), il sultano si è differenziato dai suoi omologhi per l’assenza di eredi diretti (nell’arco della sua vita ebbe una sola moglie da cui divorziò senza mai concepire figli). Per tale motivo, Qaboos decise di indicare il proprio successore in una lettera sigillata da aprire solo al momento della sua dipartita. Il nome contenuto nella busta era quello di Haitham bin Tareq, cugino del defunto sultano e attuale monarca. L’anno successivo, il nuovo sultano istituì, con un decreto reale, la carica di principe ereditario (fino ad allora assente nel Sultanato), nominando suo figlio Theyazin. In caso il sovrano non avesse prole, il decreto stabilisce che la successione spetti al fratello maggiore del de cuius

Per quanto complesse e differenti fra loro, le dinamiche di successione dei Paesi del CCG hanno due punti in comune: primo fra tutti, il potere resta saldamente concentrato nelle mani di una famiglia e, non da ultimo, riservato ai soli uomini!

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