Il lento processo di state building somalo

Al giorno d’oggi si possono contare sulle dita di una mano gli stati considerati “falliti”, ossia quei paesi dove il governo ha qualche problema a esercitare, o addirittura non ha più alcuno tipo di autorità sul territorio nazionale. Uno dei più famosi tra questi paesi è senza dubbio la Somalia. Questo paese vive da circa trent’anni, con fasi alterne e con diversi contendenti, in uno stato di guerra civile.

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Quest’ex colonia italiana diventa formalmente indipendente il 1° luglio 1960, quando la ex Somalia italiana e la ex Somalia Britannica si riunirono in un unico stato, la Repubblica di Somalia. Le cose per il neonato stato somalo, come per la maggior parte di stati ex colonie  europee in Africa che acquisirono l’indipendenza proprio in quell’anno, non furono facili e già dopo quattro anni dalla proclamazione d’indipendenza e in seguito nel 1977 questa nazione si trovò coinvolta in una guerra con il suo vicino etiope per delle dispute territoriali riguardanti il territorio dell’Ogaden, territorio a maggioranza somala, ma sotto la giurisdizione etiope. L’Etiopia vinse la guerra e ottenne il controllo formale sull’Ogaden, il quale è ancora oggi un territorio instabile, dove imperversa una  guerriglia che pretende l’indipendenza dall’Etiopia.

 

Nel 1969 il presidente legittimamente eletto della repubblica somala, Ali Scarmarke Abdirashid, fu assassinato dalla sua guardia del corpo durante una visita ufficiale, e, una settimana dopo la sua morte, l’esercito organizzò un colpo di stato non cruento, facendo salire al potere il suo comandante in capo, il generale Siad Barre. Ex ufficiale dei carabinieri, poi passato all’esercito, Siad Barre cercò di creare in Somalia uno stato forte,su base marxista, con la costruzione di infrastrutture pubbliche e la creazione di un sistema scolastico e sanitario gratuito. Tuttavia, quest’idillio durò poco, e già negli anni 70 il suo potere si incanalò sempre più verso una feroce dittatura. In seguito a una manifestazione contro il suo governo, avvenuta nel 1990 in uno stadio della capitale, Barre fece aprire il fuoco sui manifestanti. L’animosità verso la dittatura portò alla nascita di diverse fazioni che osteggiavano la politica di Barre. Queste decisero di prendere le armi contro il potere centrale, operando soprattutto nel nord del paese, supportate dal nemico principale di Barre, l’Etiopia. Ciò diede inizio all’escalation di violenza che ancora oggi non vede una fine. Gli scontri si espansero in tutto il paese e il dittatore fu costretto a fuggire nella zona sud ovest della Somalia, l’unica ancora sotto il suo pieno controllo e da lì cercò a dirigere le operazioni e  riprendere il controllo della capitale, senza riuscirvi. Nel maggio 1992, Siad Barre fuggì definitivamente dal paese, riparando a Nairobi.

In questo scenario trovò spazio un nuovo protagonista, Mohammed Farah Hassan, soprannominato Aidid, il “vittorioso” in lingua somala. Questo ex generale dell’esercito somalo aveva guidato la rivolta contro Siad Barre, cacciando le truppe governative da Mogadiscio nel gennaio 1991. Dopo la cacciata delle truppe del dittatore dalla capitale, il Congresso della Somalia Unita (USC), l’organo che si era opposto alla dittatura, nominò Ali Mahdi Mohamed, e non Aidid, presidente della repubblica somala. Questa decisione diede avvio a una nuova fase della guerra civile, che non vedeva più truppe ribelli scontrarsi contro la dittatura, ma le truppe di Aidid scontrarsi contro le formazioni del neonato governo, che era stato confermato durante la conferenza di Gibuti del luglio 1991, che aveva come argomento proprio la pace in Somalia. In quel frangente, l’ex Somalia britannica dichiarò la propria indipendenza dal resto del paese, divenendo così quella che oggi è conosciuta come Somaliland.

Intanto, in quello che restava di Mogadiscio e dello stato somalo, le milizie dei due contendenti si scontravano in una lotta senza quartiere, coinvolgendo anche la popolazione civile. Questo caos causò così una terribile crisi umanitaria, la quale spinse le Nazioni Unite alla decisione di intervenire per ristabilire la pace e l’ordine nel martoriato stato africano. Con la risoluzione ONU 733 e la 746 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si diede vita alla missione UNISOM, con l’intento di far cessare le ostilità e aiutare la popolazione somala. Con la risoluzione 792 invece si mobilitava una coalizione internazionale, capeggiata dagli Stati Uniti, la cosiddetta UNITAF, conosciuta anche come Restore Hope. Della missione facevano parte paesi come gli Stati Uniti appunto, il Belgio, la Francia e anche l’Italia.

Il 2 dicembre 1992 le forze statunitensi entrarono in Somalia, seguite poi da quelle degli altri paesi. Le truppe sul terreno iniziarono la loro opera di ripristino della vita civile, distribuendo cibo, fornendo assistenza medica, ma soprattutto, disarmando le fazioni in lotta. La missione UNITAF finì nel maggio 1993 e fu sostituita dalla missione UNISOM II.

I rapporti con la popolazione e anche con le varie milizie locali furono abbastanza buoni fino a quando le truppe internazionali non decisero di cambiare la strategia e provare a catturare il capo ribelle più famoso, Aidid. Il 5 giugno 1993 rimasero uccisi 24 soldati ONU pakistani, mentre questi avevano cercato di occupare una stazione radio utilizzata dalle milizie di Aidid. Il 2 luglio fu la volta degli italiani, che a seguito di un rastrellamento, durante il quale si erano avvicinati troppo al ricercato numero uno somalo, furono coinvolti in una battaglia per le strade di Mogadiscio, dove rimasero uccisi tre soldati. Tuttavia, l’episodio più famoso è forse quello che coinvolse gli americani il 3 ottobre di quell’anno. Nel tentativo di catturare Aidid, gli americani caddero in un’imboscata nelle strade della capitale, che causò 19 morti tra le fila statunitensi e portò al fallimento completo dell’operazione, che non riuscì a ottenere i suoi obbiettivi.

 

Gli USA ritirarono i soldati nel marzo del 1994, dopo pesanti critiche sull’operato dell’esercito e sull’utilità della missione. Le truppe ONU, le ultime ad andarsene, lasciarono definitivamente la Somalia il 3 marzo del 1995, senza aver raggiunto ciò che si erano prefissate, abbandonando il paese nel caos più assoluto.

Con il ritiro degli eserciti internazionali, Aidid si proclamò presidente del paese, ponendo fine al governo di Ali Mahdi Mohamed, che esisteva ancora solo in maniera formale. Nonostante ciò,neanche il potente signore della guerra riuscì a ottenere il controllo di tutto il paese, e perfino sulla capitale la sua autorità rimaneva debole, in quanto le milizie del’ex presidente Mahdi non si erano arrese e continuavano a portare avanti la lotta contro il loro nemico per eccellenza.

Aidid morì nel 1996 e a lui successe suo figlio Hussein, il quale si proclamò presidente della Somalia, senza che però nessuno lo riconoscesse. Il regno di Hussein durò poco. Già nel 1997 egli rinunciò alle sue pretese di divenire presidente firmando la Dichiarazione del Cairo, mantenendo comunque il suo potere informale.

Nel 1998 Hussein e Mahdi elaborarono un trattato di pace con il quale si spartirono la città di Mogadiscio, che dopo 7 anni di lotte intestine vedeva finalmente una tregua tra le due fazioni in lotta.

La Somalia avrebbe dovuto però  attendere fino al 2000 per vedere di nuovo un presidente della repubblica formalmente riconosciuto a livello internazionale, Abdiqasim Salad Hassan. Durante la conferenza di pace  Gibuti nello stesso anno veniva creato il Governo Nazionale di Transizione  Somalo, con a capo proprio Hassan. Tuttavia, questo governo non venne riconosciuto dalla maggior parte dei signori della guerra, compreso Hussein.

Nonostante queste premesse, due anni dopo si riuscì a firmare un cessate il fuoco tra il Governo Nazionale di Transizione e le varie fazioni che vi si opponevano. Nel 2004 vi fu la creazione del Governo Federale di Transizione Somalo (TFG), con presidente Abdullah Yusuf Ahmed. Comunque, questo governo non godeva certo di una  piena autonomia e legittimità, in quanto non eletto e presieduto quasi esclusivamente dai signori della guerra, i quali non erano certo disposti a cedere i propri feudi costruiti negli anni, con il rischio di favorire qualche altro capo milizia. Questa nuova istituzione riuscì finalmente a ritornare in Somalia solo nel 2006, stabilendo la sede Baidoa.

Una nuova sfida però attendeva il governo appena insediato. Agl’inizi degli anni 2000, quasi a voler legittimare il loro potere dinanzi agli Stati Uniti e alla Comunità internazionale, diverse fazioni, tra cui anche quella di Hussein, si erano eletti paladine nella lotta contro il proliferare del fanatismo islamico. Facendo così però, le milizie iniziarono a prendere di mira i numerosissimi musulmani somali, che non videro altra scelta che prendere le armi e difendersi contro questi soprusi, creando così l’Unione delle Corti Islamiche. Nel 2006, queste nuove milizie religiose, sovvenzionate da Libia, Arabia Saudita e Iran, riuscirono a scacciare le altre fazioni dalla capitale e a prenderne il controllo. Il Governo Federale di Transizione così perse il controllo di Mogadiscio. Le Corti in poco tempo riuscirono a guadagnare terreno e a impossessarsi di una grande porzione del territorio somalo.

Per ben due volte si cercò di trovare un accordo tra le fazioni islamiche e il Governo, con l’aiuto di organismi internazionali come l’ONU e la Lega Araba, senza però avere successo. Il 14 agosto 2006,la regione del Galmudug, visto il caos regnante nel resto del paese, decisero di auto dichiararsi  stato indipendente dal resto della Somalia.

Nel frattempo, le Corti Islamiche erano riuscite a introdurre una sorta di tranquillità nelle zone a loro sottoposte, favorendo la riapertura di negozi e perfino dell’aeroporto. Nonostante ciò, il clima di violenza era presente in tutte le aree a loro assoggettate e questi nuovi signori della guerra non si inibivano dall’usare brutalità contro la popolazione, motivando le loro azioni con la necessità di far rispettare i precetti dell’Islam.

Il contesto arrivò ad aggravarsi a tal punto che l’Etiopia, alleato del governo di Baidoa, decise di intervenire, e, dopo pesanti scontri, riuscì a ottenere il controllo della capitale somala nel mese di dicembre, provocando però migliaia di morti tra i civili  e suscitando indignazione a livello internazionale.

Il 9 gennaio 2007, anche gli Stati Uniti entrarono effettivamente nel conflitto, fornendo supporto aereo alle truppe del governo somalo e a quelle etiopi. Questi bombardamenti causarono diverse vittime tra la popolazione civile, e numerose critiche furono fatte agli USA per il modo in cui stavano operando nell’area.

Nel marzo 2007, truppe ugandesi della missione di pace dell’Unione Africana (AMISOM) entrarono a Mogadiscio, incaricate di ristabilire l’ordine e contrastare un ritorno delle milizie islamiche. Questo diede avvio a una nuova fase della guerra, divenendo questi “caschi verdi”, ossia le forze di pace costituite dagli eserciti africani, il bersaglio degli islamisti. La situazione a Mogadiscio peggiorò notevolmente, vedendo scontri tra le principali forze di opposizione all’avanzata delle corti islamiche e gli stessi integralisti.

Nel corso del 2008 la situazione non presentò alcun tipo di miglioramento. La città di Mogadiscio era quasi completamente abbandonata dalla popolazione civile,in quanto epicentro degli scontri più violenti. È soprattutto in quest’anno che Al Shaabab, la frangia più radicale presente nelle Corti islamiche, iniziò a ritagliarsi un ruolo di protagonista all’interno dello scacchiere somalo. L’obbiettivo di quest’ala dei miliziani islamisti era, com’era del resto quello della restante parte delle milizie islamiste, cacciare gli etiopi dalla Somalia e instaurare un loro califfato sulle basi della Sharia. Non appena gli etiopi si ritirarono effettivamente dalla Somalia nel gennaio 2009, Al Shaabab iniziò la sua campagna contro quello che restava del Governo Nazionale di Transizione, che dal 31 gennaio era comandato dal capo della fazione più moderata all’interno dell’Unione delle Corti Islamiche,  Sheikh Sharif Sheikh Ahmed, e le truppe dell’AMISOM, ottenendo anche svariati successi, come la conquista di Baidoa del 26 gennaio 2009. Proprio la nomina del nuovo presidente del governo nazionale di transizione aveva segnato una spaccatura all’interno dell’Unione islamica, facendo emergere Al Shaabab come il principale avversario del governo e delle truppe internazionali e del TFG .

 

Sempre in questi anni si assistette a un incremento degli atti di pirateria a largo delle coste somale. Ex pescatori, miliziani e ex soldati dell’esercito somalo iniziarono ad attaccare le navi mercantili che transitavano vicino alla Somalia. Si pensa che la pirateria possa essere una fonte di guadagno anche per gli stessi miliziani di Al Shaabab. L’aggravarsi del contesto portò la comunità internazionale ad approvare un intervento marittimo nella zona, l’operazione Ocean Shield, alla fine del 2008, tuttora in azione.

Negli ultimi tre anni, Al Shaabab ha visto diminuire la sua sfera di influenza. Il 6 agosto 2011 le milizie islamiche furono definitivamente cacciate da Mogadiscio in seguito alla campagna lanciata dal Governo nazionale di transizione e le truppe dell’AMISOM. Mentre dal 2012, in successione quasi tutte le rimanenti roccaforti dell’organizzazione caddero l’una dopo l’altra. Ormai Al Shaabab controlla solo piccole parti della Somalia, da dove lancia azioni di guerriglia e attentati, senza però essere in grado di recuperare il territorio perduto.

Oggi la Somalia è ancora uno dei paesi più poveri e pericolosi al mondo, terra di trafficanti e terroristi, prostata da numerose carestie e ondate di siccità che hanno piegato un’economia già di per sé debolissima. La speranza è che le truppe dell’AMISOM e del  TFG riescano a battere finalmente Al Shaabab e a riportare la pace dopo più di 25 anni di guerra.