L’energia dei Paesi centroasiatici contesa tra Russia e Cina

La caduta dell’Unione Sovietica comportò lo smembramento delle Repubbliche che la componevano fino al 1991 in vari Stati indipendenti. Per le Repubbliche ex-sovietiche dell’Asia Centrale si aprì una difficoltosa strada verso lo sviluppo economico interno. Difficoltosa poiché la centralizzazione e le gerarchie di eredità sovietica non semplificarono il processo di adattamento ad un sistema economico non più di stampo socialista. In particolare, alcuni settori risentirono del cambiamento repentino più di altri; un esempio è il settore energetico, sul quale per decenni Mosca aveva avuto controllo e autorità.

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Dall’inizio degli anni ’90, Uzbekistan, Tagikistan e Kirghizistan hanno dovuto riadattare i propri settori energetici alle nuove dinamiche derivanti dall’acquisita indipendenza. Per i primi due decenni, questi tre Paesi hanno potuto contare sui rapporti commerciali con la Russia, declinati in compravendita di materie prime energetiche. Nell’ultimo decennio, invece, il riorientamento verso est ha investito anche le politiche energetiche dei Paesi centroasiatici, tradizionalmente legati all’Oriente e alla Cina, in particolare, per elementi storico-culturali condivisi. Ad esempio, nel 2018, 46.8 bcm (miliardi di metri cubi) di gas naturale sono stati esportati dalle Repubbliche centroasiatiche ai mercati della Cina, mentre solo 16.1 bcm sono stati destinati alla Russia (a cui si aggiungono 5.7 bcm di forniture interregionali).

Il progetto di costruzione del gasdotto TAPI, una linea che dovrebbe attraversare Tagikistan, Afghanistan, Pakistan e India prima di arrivare in Cina, seppur non interessando direttamente i territori delle ex-Repubbliche sovietiche, è vista come un’interessante opportunità per lo sviluppo della regione. Tuttavia, le previsioni indicano che il progetto potrebbe prendere forma solo nella seconda metà degli anni ’20, posticipando, dunque, il reale beneficio per i Paesi della regione e delegandolo all’ipotetica crescita di domanda cinese.

Nel frattempo, in attesa di capire quanto i mercati cinesi attireranno le risorse centroasiatiche nel prossimo futuro, gli attori regionali cercano di muoversi su più fronti. Nel biennio scorso, per esempio, il Tajikistan ha portato avanti un progetto di grande portata quale la costruzione di un’imponente centrale idroelettrica, che il governo di Dušanbe intende utilizzare come vettore per lo sviluppo economico e per lo sblocco del potenziale energetico del Paese. L’Uzbekistan, similmente al Kazakhstan, punta allo sviluppo del settore di raffinazione dei prodotti petroliferi, grazie al quale il Paese potrebbe trarre maggiore vantaggio economico rispetto alla tradizionale esportazione di idrocarburi. Lo stesso principio è applicato al gas, la cui lavorazione è, in ottica di competizione internazionale, più redditizia per Tashkent, in quanto le infrastrutture e le difficoltà logistiche non rendono il Paese un campione dell’esportazione di gas. Nel Kirghizistan, a farla da padrona è l’industria del carbone, tuttavia, negli ultimi anni il Paese ha cercato di svincolarsi da tale paradigma e puntare sulla gasificazione del settore energetico. La compagnia nazionale di produzione di gas naturale kirghiza è di proprietà della russa Gazprom: l’obiettivo è accelerare la gasificazione del Paese e dare nuovi stimoli agli investimenti in campo energetico.


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Gli interessi stranieri sulla regione, prevedibilmente, provengono da Russia e Cina. Per quanto riguarda la prima, è chiaro che il passato sovietico in comune abbia dato frutto a numerosi legami in campo energetico. Si può descrivere l’influenza di Mosca sulla regione come un approccio bidirezionale, poiché essa cambia di grado in base al Paese preso in considerazione. Infatti, Tagikistan e Kirghizistan, i due Paesi meno ricchi di risorse, puntano molto sull’elettrificazione e la produzione di energia da fonti alternative ai tradizionali idrocarburi. Qui, l’influenza russa è più forte: deriva dal controllo che Mosca esercitava in epoca sovietica e si articola in investimenti e acquisizioni di compagnie e assets energetici. La costruzione della centrale idroelettrica in Tagikistan e l’acquisto da parte di Gazprom della compagnia del gas kirghiza sono due esempi dell’influenza russa nel settore energetico di questi due Paesi.

L’Uzbekistan, più ricco di risorse e indipendente dal punto di vista energetico, ha più spazio di manovra, in quanto detiene un settore energetico più facilmente orientabile verso mercati redditizi. In effetti, con l’ascesa della domanda energetica della Cina (prevalentemente di gas naturale, di cui è ricco l’Uzbekistan), Tashkent si è potuta svincolare, almeno in parte, dalla dipendenza dalla Russia che ne caratterizzò i rapporti durante il primo decennio di indipendenza.

I prossimi mesi riveleranno quanto la crescente distanza tra Stati Uniti e Cina influirà sui rapporti energetici tra queste due potenze. L’aumento di volumi di GNL esportati dall’America alla Cina previsto negli anni scorsi si è già ridimensionato negli ultimi mesi, complice la minore domanda di energia causata dalla pandemia. In questo contesto, si fa più forte la collaborazione in campo energetico tra Russia e Cina, le quali prevedono di aumentare l’interscambio di gas naturale e petrolio. Conseguentemente, anche per i Paesi dell’Asia centrale si prospetta un periodo di nuove opportunità. Sarà interessante capire se essi potranno rafforzare i rapporti diretti con l’est asiatico o se la Russia farà prevalere la propria influenza e attirerà verso di sé le risorse centroasiatiche.