L’Egitto di al-Sisi tra stabilizzazione del confine libico e competizione nel Mediterraneo

Sette anni dopo la deposizione di Mohammed Morsi, il controllo politico del Presidente Abdel Fattah al-Sisi sull’Egitto è definitivamente sancito. Tuttavia, se la leadership dell’ex generale appare ben salda, il 2020 si sta rivelando un anno molto complicato per il Presidente.

Innanzitutto, l’Egitto risulta essere il paese arabo più colpito dal coronavirus, con oltre 75 mila casi, il quale ha provocato una severa depressione economica. C’è poi l’opprimente disputa con l’Etiopia sulla costruzione della Grande Diga del Rinascimento Etiope e la persistente insurrezione jihadista nella penisola del Sinai. Ciononostante, sono le notizie dal fronte libico a preoccupare maggiormente al-Sisi, a causa della disfatta militare del Feldmaresciallo Haftar nel tentativo di sfondare in Tripolitania, la quale obbliga il Presidente egiziano a ripensare l’approccio al dossier libico, cercando di salvare il salvabile e per evitare un fait accompli da parte di Ankara. Come analizzato dal recente volume Tripoli, Italia. La politica di potenza nel Mediterraneo e la crisi dell’ordine internazionale, curato dal Prof. Antonello Folco Biagini (Edizioni Castelvecchi, 2020), il ruolo dell’Egitto nella crisi del vicino nord-africano è cruciale per l’equilibrio regionale e per gli interessi italiani nell’area.

La porosità del confine occidentale

La fine delle ostilità in Libia e la sua stabilizzazione politica sono indubbiamente affari prioritari per al-Sisi, dato che l’Egitto condivide con la Libia un confine esteso oltre 1200 km, il quale è per la maggior parte desertico ed è caratterizzato da un’elevata porosità. A causa del caos libico, si sono presentate opportunità redditizie a milizie locali, mercenari, gruppi jihadisti e tribù beduine, aprendo la porta al contrabbando di armi sia da parte di militanti ideologici che di trafficanti in cerca di profitto. Durante il dominio di Gheddafi, la Libia risultava già tra i più rilevanti importatori di armi nel Nord Africa, ma con la fine del Raʾīs, enormi scorte di armi sono state trafugate, consegnate alle milizie locali o contrabbandate. Stando ai dati dello Small Arms Survey, sono riconducibili alla Libia armi trovate in ben 14 paesi, partendo dal Sahel, attraverso il Nord Africa fino al Levante, esacerbando l’instabilità in altre zone colpite da conflitti come il Mali, la Siria e il Sinai.

Secondo uno studio della Chatham House, le rotte di contrabbando sono limitate a tre percorsi: a nord, partendo dal valico di confine di Emsaed in Libia alla città di Salloum in Egitto; la seconda fra due oasi contigue, Al Jaghbub in Libia ed El Kharga in Egitto; a Sud, vicino al monte Auenat sul confine tra Egitto, Libia, Sudan. Alcune fonti militari stimano che, in determinati anni della guerra civile, oltre l’80% delle armi contrabbandate in Egitto arrivassero dalla Libia. In quest’ultimo anno, la crescente ingerenza di potenze esterne e l’incremento nel numero dei contendenti in gioco hanno contributo pesantemente a rendere la Libia in un deposito di armi leggere e pesanti, RPG, armi anticarro, manpads e anche droni, soprattutto turchi ed emiratini, come denunciato dall’ormai ex inviato ONU in Libia, Ghassan Salamé. È da sottolineare come il tutto avvenga a discapito dell’embargo dichiarato dall’ONU e dall’inizio dell’operazione europea IRINI. Riguardo le stime, Ghassan Salamé ha dichiarato a febbraio 2020 che sono presenti oltre 20 milioni di armi.

La linea rossa del duo Mosca-Cairo

Gli sviluppi militari hanno forzatamente condizionato l’atteggiamento egiziano nei confronti del dossier libico. La posizione di al-Sisi sulla Libia è passata dalla Dichiarazione del Cairo, una proposta di cessate il fuoco il 6 giugno, alla minaccia di un intervento militare diretto il 20 giugno. Questo cambiamento riflette una crescente insoddisfazione egiziana nei confronti di Haftar, accusato di sconsideratezza e poca lungimiranza, dato che al-Sisi era già contrario all’offensiva su Tripoli dello scorso anno. L’interesse primario dell’Egitto in Libia è quello di proteggere la propria sicurezza sul suo confine occidentale ed il sostegno egiziano all’autoproclamato Esercito Nazionale Libico deriva, in realtà, solo dalla speranza che Haftar possa garantire un confine comune sicuro e stabile. La città strategica di Sirte e la base aerea di Al-Jufra sono la linea rossa per Al-Sisi, a causa degli interessi intrecciati nella lotta per l’influenza regionale sulla Libia, soprattutto per mantenere il controllo sulla “mezzaluna petrolifera” situata in Cirenaica.  Questa linea rossa coincide con quella russa, dato che Mosca prevede di utilizzare la base di Al-Jufra per la sua presenza in Nord Africa. L’intesa russo-egiziana è funzionale in chiave antiturca, ed è soltanto l’ultima di una serie di iniziative intraprese del presidente egiziano per avvicinarsi a Mosca, sia per diversificare il proprio approvvigionamento di armi (accordo a novembre ’19 per la vendita di 20 Su-35) ma soprattutto per fare spazio all’influenza russa ed evitare un intervento diretto in Libia, visto da al-Sisi come ultima risorsa. In quest’ultimo caso, ci si aspetterebbe comunque un intervento difensivo, limitato e graduale, vista ormai la situazione militare, ritornata allo stato di 14 mesi fa. Il presidente egiziano preferirebbe quindi bloccare la situazione sul campo e sperare di risolvere la questione libica tramite un accordo politico, che possa garantire all’Egitto i suoi obiettivi di sicurezza.

La competizione nel Mediterraneo Orientale

Gli allineamenti della partita libica riflettono una rivalità geopolitica che trascende il conflitto in corso, ma riguardano interessi di proiezione marittima e di soddisfacimento del fabbisogno energetico. Infatti, Turchia ed Egitto si stanno affrontando anche sul fronte del Mediterraneo Orientale, dove gli attori si contendono il possesso di risorse naturali, delimitazioni di sovranità reciproche e supremazia navale. È doveroso premettere che la continua tensione che ha caratterizzato fino ad oggi il rapporto turco-egiziano è stata plasmata dalla percezione che Erdogan ed al-Sisi hanno l’uno dell’altro. Erdogan è il politico islamista che ha imprigionato generali laici, mentre al-Sisi è il generale laico che ha cacciato i politici islamisti. La Turchia è stata forte sostenitrice del governo Morsi e tutt’oggi ospita membri della Fratellanza Musulmana. Dopo le proteste del 30 giugno 2013, i rapporti turco-egiziani sono deteriorati velocemente, fino al completo annullamento dei legami diplomatici.

Il Presidente al-Sisi ha quindi iniziato ad intraprendere relazioni con i competitori della Turchia, Grecia e Cipro, per mettere in difficoltà la politica energetica turca, considerato che Ankara è costretta ad importare il 75% del suo fabbisogno energetico. A partire dalla scoperta di importanti riserve di gas nel Mediterraneo Orientale nel 2009, gli Stati litorali si sono intricati sulla definizione concordata delle rispettive Zone Economiche Esclusive (ZEE). Al centro della controversia è la disputa fra Turchia e Grecia, con la prima che sostiene che la ZEE di ogni Paese parta dalla propria terraferma e non dalle isole, secondo quanto previsto dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare (UNCLOS), la quale invece permette legalmente ad Atene di tracciare i suoi confini marittimi partendo dalle isole. Ad esasperare il conflitto greco-turco c’è poi la questione cipriota.

Vedendo un’opportunità nel poter “circondare” la Turchia, nel novembre 2014, il Presidente al-Sisi ha tenuto un summit con il presidente cipriota e il primo ministro greco per promuovere un accordo trilaterale che delimitasse le rispettive ZEE e che spingere verso la cooperazione energetica, lasciando alla Turchia una stretta striscia d’acqua. L’iniziativa si è allargata ad altri partner, fino alla creazione dell’EastMed Gas Forum nel gennaio 2019, una piattaforma – composta da Egitto, Giordania, Israele, Autorità Palestinese, Italia, Grecia e Cipro- che mira a promuovere la cooperazione regionale nel settore dell’energia, escludendo dal dialogo la Turchia su pressioni egiziane. Non sorprende quindi scoprire che una delle principali forze trainanti della politica turca in Libia è il desiderio di ridisegnare i propri confini marittimi nel Mediterraneo Orientale. A tal fine, il 27 novembre 2019 la Turchia ha firmato un accordo con il Primo Ministro del governo di Tripoli Fayez al-Sarraj, che delimita il territorio mediterraneo fra i due paesi e che permetterebbe alla Turchia di effettuare trivellazioni in aree del Mediterraneo riconosciute come appartenenti a Cipro e alla Grecia. Per sostenere Sarraj – l’unico alleato di Ankara nel Mediterraneo- Erdogan ha quindi dato il via ad un massiccio sostegno militare alle truppe del GNA, in modo tale da poter far valere l’accordo a guerra finita, oltre che stabilire una presenza marittima nel porto libico di Misurata. In risposta, l’Egitto ha iniziato la trivellazione di nuovi pozzi – nonostante il crollo dei prezzi del gas e delle esportazioni – come quello nel campo di Zohr, il più grande giacimento di gas del Mediterraneo, situato ai confini marittimi egiziano-ciprioti che la Turchia non riconosce. I sommovimenti mediterranei riguardano anche le rispettive Marine Militari dato che a il 12 giugno la Türk Donanması ha effettuato un’imponente esercitazione al largo delle coste libiche coinvolgendo 8 fregate e 17 velivoli militari. La risposta della Marina egiziana è arrivata dopo 6 giorni, con una doppia esercitazione congiunta con la Armada Española nel Mar Rosso.

La politica estera italiana tra Egitto e Libia

Attualmente il nostro paese sembra adottare un approccio duale nei confronti dell’Egitto. Da una parte, c’è la politica diplomatica che è connotata piuttosto negativamente, a causa della gestione egiziana del caso Regeni e della detenzione dello studente Patrick Zaki. Dall’altra parte, la politica commerciale non sembra essere scalfita dai fatti di cronaca, al contrario, come testimoniato dall’accordo sulla vendita di due fregate da parte di Fincantieri all’Egitto, annunciato ad inizio anno ma sbloccato solamente a giugno da una telefonata Conte-al-Sisi. Tale accordo è stato soggetto a critiche, non rilevando però il riconoscimento importante per Fincantieri di aver ottenuto un importante commissione dall’Egitto, e potrebbe aprire anche future partnership più importanti. Inoltre, è bene ricordare che sono innumerevoli gli interessi strategici italiani in Egitto, che continua a rappresentare un importante partner commerciale. Ad esempio, il gruppo ENI è il principale operatore petrolifero straniero nel Paese, il quale produce circa il 40% della ricchezza petrolifera dell’Egitto e che controlla proprio il sopracitato campo Zohr, nel Mediterraneo Orientale, terreno di scontro con gli interessi energetici turchi. Anche alla luce di questo, appare ancora più un’incognita la politica italiana in Libia, dove il nostro paese supporta il governo di Serraj, spalleggiato da Ankara ed in contrasto con l’Egitto. Se quindi si volesse cercare di capire la politica estera italiana all’interno del caos libico, è imprescindibile la lettura del volume Tripoli, Italia. La politica di potenza nel Mediterraneo e la crisi dell’ordine internazionale, curato dal Prof. Antonello Folco Biagini (Edizioni Castelvecchi, 2020). Il volume si ripropone di analizzare i rapporti italo-libici, ripercorrendo gli eventi che hanno delle volte avvicinato, altre volte allontanato, Roma a Tripoli. Tuttavia, per quanto l’Italia possa ignorare cosa accade dirimpetto alle sue sponde marittime, le conseguenze dell’instabilità libica post-2011 si sono palesate agli esecutivi italiani, mostrandone tutti i limiti e trasformando quello che era conosciuto come Mare Nostrum in un mare non più nostro. Il tutto viene letto alla luce di un contesto internazionale in continuo movimento, sullo sfondo della crisi dell’ordine internazionale liberale. Il lettore osserverà come, ad esempio, il vincolo posto dalla scarsità delle risorse di una media potenza come l’Italia e l’ostinato perseguimento di obbiettivi non complementari tra loro abbiano portato all’attuale politica estera italiana nei confronti del teatro libico.

Thomas Bastianelli,
Geopolitica.info