Legge contro i “separatismi”: la Francia si prepara a qualcosa di grande

La Francia è chiamata ad essere più assertiva sul fronte esterno. Tuttavia si ritrova “dentro casa” un fronte interno disgregato e in crisi d’identità. Il progetto di legge contro i “separatismi” segnala il tentativo di riportare in auge i valori repubblicani, “imprimendoli” nei musulmani di Francia. Questi ultimi accusati di volersi, in alcuni casi, separare dalla République per creare una “contro-società”. La Francia prova a tornare grande potenza e si prepara a qualcosa di grande.

Legge contro i “separatismi”: la Francia si prepara a qualcosa di grande - Geopolitica.info

Tra fronte esterno e fronte interno: la Francia in crisi d’identità 

   La Francia, nella persona di Emmanuel Macron, ha ben colto il temporaneo disimpegno degli Stati Uniti dall’Europa e dal Mediterraneo e si è riscoperta potenza, sia sul piano strategico che su quello ideologico. 

Se la postura francese è evidente nella sua dimensione estera, è tuttavia più complesso coglierla nella sua dimensione domestica. Come ogni potenza che si rispetti, per affermarsi sul fronte esterno, deve necessariamente godere di un fronte interno il più solido possibile. Perché questo accada, non è ammessa alcuna spinta intestina tendente a separarsi dai valori e dalle leggi francesi: il principio “la Repubblica è una e indivisibile deve essere tangibile.

 Oggi non si riscontrano in Francia gravi fenomeni di separatismo politico-geografico, come ad esempio serie tendenze indipendentiste; ciononostante da alcuni anni esisterebbero degli altrettanto pericolosi “separatismi culturali”. Si tratta della volontà di alcune parti della popolazione di non accettare il metro culturale dominante della nazione in cui vivono e, spesso, le sue leggi. In Francia questa tendenza riguarderebbe segnatamente alcuni musulmani, accusati di volersi letteralmente separare dalla République e di voler creare una “contro-società” in nome di dogmi islamici o presunti tali.

   Sono passati più di 5 anni dagli attentati firmati ISIS che colpirono Charlie Hebdo nel gennaio 2015. Da quel giorno la nazione francese si è, più di prima, scontrata con la storia e si è fermata a guardarsi allo specchio, ponendosi seri quesiti sulla natura della propria identità, sui valori in cui crede e, soprattutto, sulla loro universalità. La deprimente scoperta è stata che, in realtà, tutto ciò è relativo. Di fronte a queste domande, infatti, la Francia si è polarizzata: di fronte al concetto di laïcité, al diritto alla satira offensiva verso Dio e al diritto alla blasfemia, alla questione del velo e del cibo halal nelle mense pubbliche, alla gestione del fenomeno migratorio (islamico soprattutto) e a molto altro ancora. Da una parte coloro che hanno scelto di essere ancora “più francesi” di prima, non concedendo alcuno sconto sul rispetto dei valori repubblicani; dall’altra coloro che hanno deciso di essere un po’ “meno francesi”, puntando su un multi-culturalismo spesso però naïf e dai caratteri relativistici. Questa sorta di crisi identitaria adolescenziale è attualmente sempre viva; essa trova ancora nel rapporto con l’islam e con il terrorismo “islamista radicale” un importante occasione di confronto e spesso scontro. Ecco che la partita in corso oggi nell’Esagono non è teologica, ma assume invece i caratteri di un conflitto interno, dove in bilico è la tenuta stessa della nazione, ovvero della conditio sine qua non dell’État

La ricetta macroniana: sognando l’assimilazione

   Nel 2050, di fronte a un generale declino delle popolazioni europee, la Francia metropolitana dovrebbe primeggiare in Europa con circa 71 milioni di abitanti. Inoltre, secondo le stime del Pew Research Center, nel 2050, tra il 12,7% e il 18% della popolazione francese sarà di confessione islamica, ovvero circa il doppio rispetto al 2016.

Preso atto del fallimento di un’integrazione spesso degenerata in multi-culturalismo e in ghettizzazione e dinnanzi a un comunitarismo sfociato addirittura in separatismo, la risoluta ricetta macroniana prevede un mono-culturalismo caratterizzato da un tentativo di assimilazione. Alla convivenza in stile londinese fra più visioni del mondo e più culture si preferisce una fusione (inevitabilmente forzata) dell’ideale repubblicano con tutti gli altri. Il tentativo è dunque di recidere i rapporti dei musulmani di Francia con i loro paesi e le loro culture d’origine, al fine di “ottenere” dei cittadini esclusivamente francesi. Proprio come avveniva fino alla Seconda Guerra Mondiale.

Il politologo Emil Pain è molto chiaro su tale concetto: l’assimilazione è “il tentativo di dissolvere le persone in una nuova cultura”. Il demografo Yves Montenay, dal canto suo, sostiene: “ L’assimilazione è un fenomeno lentissimo, ma potentissimo. Non va confuso con l’integrazione”. E ancora Montaney con una spiegazione più “tecnica” del processo: “Nessuno si assimila, ma i discendenti scoprono di essere stati assimilati”. “[…] l’assimilazione non è decisa, ma è il risultato di un’evoluzione nel corso di diverse generazioni”. Ecco che tale disegno si mostra immediatamente molto crudo, complesso e soprattutto riservato alle generazioni future.

   Il progetto di legge contro i “separatismi”, allo studio già da più di 3 anni, pubblicamente annunciato nella cittadina di Les Mureaux il 2 ottobre scorso, presentato al Consiglio dei ministri il 9 dicembre e che sarà discusso in febbraio è proprio un tentativo di ritornare all’assimilation

La questione non è meramente legale, ovvero connessa all’arido rispetto delle norme; è piuttosto legata al convincimento delle intime (e soprattutto giovani) coscienze cittadine e alla maniera in cui un francese deve pensarsi e pensare il mondo. 

È doveroso precisare che i suddetti “separatismi”, dei quali la celeberrima “radicalizzazione” è un esempio estremo, sono senz’altro riconducibili anche a cause di carattere economico. Il progetto di legge, però, vuole andare ad agire solo sulle disparità valoriali e culturali. Infatti, come più volte enunciato dal sociologo e politologo Olivier Roy, il fenomeno del “radicalismo islamista” e della sua (talvolta) manifestazione terroristica fonda le sue origini soprattutto in un generale vacuum di proposta valoriale da parte delle società e dei paesi europei (o “Occidentali”). Ebbene sì, si uccide in nome di Allah non tanto per ferme convinzioni teologiche o per ideologie politiche, ma soprattutto per noia. I cosiddetti “radicalisti islamisti” agiscono per lo più colti da una fascinazione per la morte fine a sé stessa, per la violenza e per il suicidio, annoiati da un “Occidente” decadente e nichilista che non ha saputo offrire loro nulla di interessante in cui credere. 

   Macron stesso fa mea culpa nel discorso di Les Mureaux, sostenendo che “abbiamo creato noi stessi questi ghetti”. Tali ghetti sono indubbiamente geografici, ma anche, se non soprattutto, spirituali. Se la Francia è venuta meno alla promozione dei suoi valori imprescindibili, ecco che essa deve irrimediabilmente ripartire da qui: il popolo deve riscoprirsi nazione e Repubblica. 

 “Islam des lumières”

   Nel concreto, le misure che verrebbero prese mirano ad un maggior controllo su associazioni, imprese e altri luoghi di lavoro presenti in Francia: tutti dovranno firmare con lo Stato una sorta di “carta della laicità” sul rispetto dei valori repubblicani.

Ma soprattutto tale legge andrebbe a toccare il mondo scolastico e tutto ciò che riguarda l’islam di Francia.

   La scuola, dice Macron, è il luogo “dove forgiamo le coscienze repubblicane”. A tale riguardo si vorrebbero: incrementare i controlli negli istituti, abolire l’insegnamento a distanza spesso usufruito da famiglie islamiche e, tranne in casi eccezionali, rendere la scuola obbligatoria dai 3 anni. 

   Per ciò che concerne la galassia dell’islam francese, essa verrebbe rivoluzionato e lo Stato dovrebbe farsi carico di questo processo. Quello che viene definito “l’islam des lumières sarebbe una religione, irrimediabilmente, prostrata ai valori francesi, su tutti la laicité. Si cerca pertanto di mettere fine alle influenze estere che danno luogo a faide tra paesi terzi e a finanziamenti misteriosi ad associazioni e luoghi di culto. A tale proposito, si prediligerebbe il finanziamento pubblico, verrebbero intensificati i controlli, procedendo in particolare alla formazione di imam e intellettuali islamici sul suolo francese. 

Macron né di destra né di sinistra: estremamente francese

   Tale proposta di legge è difficilmente classificabile attraverso un’ideologia partitica precisa e, nell’irresistibile tentativo di etichettarla secondo canoni nostrani, si rischia di andare fuori strada.

   Il tema dell’assimilazione non è di certo nuovo alla politica francese, in particolare ad ambienti di “destra” come il Rassemblement National (RN). Nei suoi Cahier d’actions su “asilo e immigrazione” del 2018 si sostiene esplicitamente la necessità di “Rivitalizzare l’assimilazione repubblicana”. 

Macron, dunque, tenta perspicacemente di fare proprio il tema dell’immigrazione, dell’”islamismo radicale” e della sicurezza, estromettendo la destra che da sempre fa di questi discorsi il proprio cavallo di battaglia. 

Tra i due partiti però non cambia solo la retorica, ma anche la sostanza. Il RN, infatti, esprime l’idea del categorico rifiuto verso lo straniero e concepisce la Francia più come un semplice stato-nazione, allontanandosi da un approccio imperiale più di ampio respiro. Inoltre i valori che intende mobilitare per istruire i “nuovi francesi” si discostano spesso dalla laicissima tradizione illuminista, per “strizzare l’occhio” talvolta a principi “identitari” cristiano-cattolici. Insomma Macron e Le Pen esprimono una visione di “universalismo” e di “occidente” completamente diversa. 

   In secondo luogo, è ancor più netto lo iato (ormai irrimediabile) tra Macron e la sinistra più “rossa” che, attraverso una dialettica senza dubbio più gradevole, profetizza una gestione migratoria maggiormente integrazionista o multi-culturalista. 

Sempre Yves Montenay parla così di questa sinistra: 

negli ultimi decenni è emerso un atteggiamento più ambiguo, dove certi ambienti di sinistra sono diventati favorevoli alla multiculturalità e considerano l’assimilazione come una violenza contro una cultura straniera altrettanto rispettabile quanto la nostra”. 

La vera differenza tra Macron e tale sinistra consiste nell’ostilità di quest’ultima a sforzarsi di fare, per così dire, “apostolato” per la propria cultura e nazione. Specchio di una Francia (e di un’Europa) piuttosto anziana, che cerca benessere e quiete e non vuole, o non sa, insegnare ai nuovi arrivati i propri valori. 

Da ultimo, sempre a dimostrazione dell’estraneità ideologico-partitica del progetto, risulta di eccezionale interesse l’analisi fatta dalla “francesissima” (e non di certo “destrosa”) rivista Marianne in un articolo dal titolo “Di fronte al separatismo, una Repubblica al servizio della Francia”. Nel testo viene promosso, addirittura più radicalmente rispetto al macroniano “risveglio repubblicano”, un “risveglio francese”. Attraverso toni da “Presa della Bastiglia” si spiega che il problema del “separatismo islamista” non è da risolvere rafforzando i concetti di “laicità” o “Repubblica” in quanto tali, ma piuttosto rifondando ed esaltando la nazione francese, alla quale la Repubblica (cioè la sua istituzione gius-politica) deve asservirsi. Come è ovvio che sia, gli autori Marie Glinel, Théo Michel et Bastien Dauphin non si tirano indietro dall’evocare e promuovere la parola tabù che Macron non può mai nominare: “assimilazione”.

Qui un frammento:

“[…] due modelli si trovano di fronte l’uno all’altro. Un modello di assimilazione, nella tradizione francese. Questo modello integra gli individui nella storia, nella grandezza e nei meandri del viaggio francese. È un modo di vivere l’unità del popolo francese, dove tutti sono francesi prima di essere assegnati religiosamente, sessualmente orientati, socialmente determinati. […] Questa inclusione di principio, con tutti i suoi vantaggi, richiede un solo sforzo: amare la Francia. Il secondo modello, che stiamo vivendo da qualche anno, è il modello multiculturale. Questo modello invita ogni categoria a vivere con le proprie regole, ad accentuare il rapporto tra di loro e, così facendo, a confrontarsi con le altre categorie, anche se ciò significa provocare conflitti di lealtà. […]” 

Macron e la rivista Marianne condividono appieno la necessità della Francia contemporanea di sconfiggere i cosiddetti “separatismi” per unificare la nazione. Tale comunanza d’intenti tra soggetti ideologicamente diversi rivela che l’argomento è trasversalmente sentito come imperativo strategico decisivo. Più che di sinistra o di destra, i due sono estremamente francesi. 

Scontro di civiltà?

   Sebbene l’inflazionato “scontro di civiltà” sia sempre una trappola ideologica e sia, inoltre, stato rinnegato fin dall’inizio dallo stesso Macron, è altresì vero che una fetta rilevante della comunità islamica globale (che con gergo “orientalista” potremmo definire “islam moderato”) da molto tempo mostra un grave malessere rispetto ai valori occidentali in salsa francese. Insomma, la Francia ha effettivamente un problema con una parte dell’islam e della sua comunità di fedeli (e viceversa).

 La laïcité, infatti, trasposta in legge nel 1905, si propone come la separazione del religioso dallo Stato in nome del disinteresse di quest’ultimo rispetto al credo privato di ogni cittadino, tuttavia la realtà è ben diversa. Lo scenario sempre più palesatosi è, infatti, quello di una divisione del religioso dalla società e di una volontà di sradicarlo dalla coscienza dei francesi. Più che uno Stato laico la Francia sembra uno Stato ateo profetizzante un’illuminata religione civile. 

Secondo Olivier Roy, occorre reintrodurre il religioso nella società. Tale intuizione sociologica, manifestamente fondata di fronte a scene alquanto bizzarre come il divieto di utilizzo del burqini in spiaggia, non tiene conto però del fatto che questo non sia strutturalmente possibile. Non esiste Francia all’infuori della propria laïcité: negarlo significherebbe negare la Francia stessa, almeno nella sua accezione moderna. Macron l’ha machiavellicamente capito e con astuzia da stratega si muove attraverso le costrizioni che il tempo gli impone. In altre parole, di fronte alla necessità di tenere in vita la nazione francese, Roy intende rivedere la Francia stessa, Macron, invece, in veste di conservatore, la riafferma partendo dalle sue radici moderne e tentando di avviare quello che sarà un processo complicatissimo.

La Francia futura

Gli anni a venire saranno tutt’altro che placidi e la Francia si prepara a qualcosa di grande. 

Lo scenario da “scontro di civiltà” è più che latente e molti musulmani (legittimamente) si sentono già presi di mira. I leader di paesi strategicamente ostili alla Francia a maggioranza musulmana (Turchia su tutti) utilizzeranno sempre di più, strumentalmente, l’arma religiosa contro l’Esagono. 

Vedendo traballare le proprie sicurezze all’appuntamento con la storia, la Francia si è riscoperta potenza, tuttavia zoppicante. Di cercare di sanare le ferite aperte attraverso cure estranee alla sua radicata natura, proprio non le va. Alcuni fuori dall’Esagono potrebbero giudicare tali scelte folli e irrazionali. È il segno che la Francia torna a ragionare da Francia. (Se i francesi seguiranno Macron e se gli Stati Uniti glielo concederanno).