0,00€

Nessun prodotto nel carrello.

0,00€

Nessun prodotto nel carrello.

TematicheRussia e Spazio Post-sovieticoL’economia russa dagli oligarchi alla de-privatizzazione

L’economia russa dagli oligarchi alla de-privatizzazione

-

Le recenti assicurazioni del presidente russo, Vladimir Putin, secondo cui “non ci sarà alcun de-privatizzazione” suonano mendaci quanto le sue ripetute promesse di non invadere l’Ucraina. Solo quest’anno le autorità hanno preso il controllo di 17 grandi imprese, secondo Ilya Shumanov, ex capo di Transparency International Russia, senza contare le proprietà delle società occidentali che hanno lasciato il paese dopo l’introduzione delle sanzioni.

Questo disegno fa parte dello sforzo di Putin di ridistribuire le proprietà di persone considerate non sufficientemente fedeli al Cremlino e di creare una nuova classe di proprietari di beni che devono le loro fortune al presidente e alla sua cerchia ristretta. I membri di questa nuova élite, soprattutto i siloviki (servizi di sicurezza) e i loro partner commerciali, saranno i veri vincitori della guerra in Ucraina – e un fondamento della stabilità del regime, che permetterà al sistema di reinventarsi anche dopo che Putin avrà lasciato la scena politica. Con buona pace degli oligarchi e di quanti accumularono fortune durante le privatizzazioni degli anni Novanta, quella generazione sembra ormai superata, la Russia post-invasione dell’Ucraina punta su un nuovo modello economico, che sta nascendo sulle ceneri del vecchio. A settembre un tribunale russo ha nazionalizzato Metafrax Chemical, un grande produttore di metanolo. I pubblici ministeri hanno affermato che l’accordo di privatizzazione del 1992 aveva “minato la sovranità economica e la capacità di difesa della Russia” – parole sempre più usate in Russia per attaccare gli oppositori. La campagna di de-privatizzazione include ovviamente molto opportunismo, ma è visibile la mano guida del Cremlino. Già a gennaio Putin aveva individuato come priorità per la Procura generale la riaffermazione del controllo statale sulle imprese strategiche. Gli oligarchi russi credevano che essere soggetti alle sanzioni occidentali offrisse una forma di protezione dalle estorsioni in patria, ma di fatto quelle stesse sanzioni li hanno resi sempre più inutili per il Cremlino come strumento per fare affari all’estero: la loro capacità di influenzare le lotte di potere è diminuita. 

Le imprese private, quelle che per molti osservatori avrebbero chiuso i battenti in pochi mesi, sono in piedi, anche se Putin non si è fatto scrupolo a innalzare le tasse per rimpinguare le casse dello Stato. Risultato, il Fondo monetario internazionale prevede una crescita del prodotto interno lordo russo dell’1,5% per quest’anno e dell’1,1% nel 2024, anche se Putin aveva lanciato una stima del 2,8%, di difficile attuazione anche per l’aumento delle spese per la Difesa del 70% per l’anno prossimo. Nelle scorse settimane, poi, il governo russo ha finalizzato il bilancio per il triennio 2024-2026 e lo ha presentato alla Duma di Stato per un’approvazione che sarà poco più di una formalità. Il ministro delle Finanze, Anton Siluanov, ha scelto di usare un linguaggio dell’era sovietica per descriverlo, affermando che “ha tutto per il fronte, tutto per la vittoria“, chiaro riferimento a uno slogan della Seconda Guerra Mondiale. E in effetti, come ha brillantemente spiegato The Bell, si tratta di un bilancio dominato dalle spese militari: finanziamento della guerra in Ucraina, spesa per i servizi di sicurezza, integrazione del territorio ucraino occupato e aiuti sociali. Per la prima volta nella storia moderna della Russia, è stato destinato più alla spesa militare che alla spesa sociale. 

Il Cremlino parte dal presupposto che, come minimo, il petrolio russo continuerà a essere venduto a India e Cina, con stime che oscillano fra i 60 e gli 85 dollari al barile; il tetto massimo del prezzo occidentale del petrolio russo non cambierà (e continuerà a essere inefficace); i paesi occidentali non rischieranno ulteriori embarghi petroliferi; e che il prezzo del petrolio rimarrà elevato. La manovra anti-sanzioni di Putin è riuscita finora grazie ai nuovi legami commerciali stabiliti in particolare con Cina e India, ma più in generale con quello che viene chiamato “sud globale”, oltre che con l’aumento degli investimenti nella produzione interna, schema per il quale gli oligarchi degli anni Novanta sono sempre meno funzionali agli interessi del Cremlino. Il collasso non c’è e l’economia privata ha trovato il modo di operare e di farlo con successo. Cina e Russia, inoltre, sembrano intenzionate a sviluppare e utilizzare un forum BRICS più ampio come punto focale dei loro sforzi per ridurre la loro dipendenza – e quella dell’economia globale – dalla valuta statunitense che ha dominato gli accordi transfrontalieri dalla Seconda Guerra Mondiale. Pechino e Mosca stanno già effettuando la maggior parte dei loro scambi commerciali nelle valute locali, in particolare nello yuan cinese. Per Russia e Cina, così come per altri paesi, la de-dollarizzazione ha assunto nuova importanza, poiché sono sempre più soggette a sanzioni da parte dell’Occidente. Il timore che la politica economica americana e occidentale possa danneggiare le loro economie e limitare la loro autonomia in termini di sicurezza nazionale è uno dei principali temi di dibattito sia a Mosca che a Pechino. 

Articoli Correlati

Le scelte strategiche dell’Occidente delle democrazie tra minacce ideologiche e militari

Nel terzo anno di guerra all'Ucraina, Putin è sempre più determinato nella sua svolta autoritaria e bellicista, come dimostrano...

Polonia: la sfida degli agricoltori al “nuovo corso” 

Le proteste degli agricoltori europei hanno toccato la Polonia, Paese che ha già avuto nel suo recente passato scontri...

La morte di Navalny, così se ne va il grande oppositore di Putin

Venerdì 16 febbraio, Alexey Navalny, storico oppositore del regime di Vladimir Putin, è deceduto in circostanze poco chiare nella...

Asset russi in Occidente: ostacoli e implicazioni di una confisca

Uno degli effetti più significativi della globalizzazione è stato quello di accentuare come non mai l’interdipendenza economica tra gli...