L’economia delle Filippine nella disputa fra USA e Cina: la variabile nascosta

Non è un segreto che l’economia del paese asiatico sia fortemente dipendente dalle attività dei suoi cittadini all’estero e, di conseguenza, dai rapporti che Manila intrattiene con i partner stranieri. Inutile a dirsi, la tensione accumulatasi recentemente fra USA e Cina ha trovato terreno fertile nelle Filippine, uno storico alleato di Washington che sembra inclinarsi sempre di più verso Pechino. Il presidente Rodrigo Duterte minaccia da tempo la conclusione del VFA (Visiting Forces Agreement), una mossa che sembra ulteriormente allargare lo spiraglio lasciato aperto ad una maggiore influenza cinese. Pur strizzando l’occhio a Xi Jinping, però, Duterte sa di non potersi slegare dal tutto dagli americani: la sinergia con gli Stati Uniti è fondamentale per mantenere stabile la posizione economica e fiscale delle Filippine.

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Le rimesse

Notoriamente, i filippini sono sparsi in giro per il mondo, con gli Stati Uniti che, per motivi storici e coloniali, ospitano la comunità più nutrita (soprattutto in California). Maggiore attenzione andrebbe prestata però ai lavoratori filippini all’estero, il cui espatrio per motivi lavorativi è caratterizzato da una durata limitata; nelle Filippine, questi vengono chiamati “OFW”(Overseas Filipino Worker), e sono argomento ricorrente nel dibattito locale in quanto le loro rimesse – ovvero la porzione di stipendio che mensilmente rispediscono a casa – ammontano a 33 miliardi di dollari, pari al 10% del PIL nazionale! Per fare un paragone, è quasi lo stesso peso che ha il turismo sul PIL italiano. Sempre mantenendo l’esempio italiano, vediamo che dai lavoratori stranieri in Italia nel 2019 sono partiti circa 9 miliardi dollari, ma ne sono rientrati altrettanti dai lavoratori italiani all’estero. Al contrario, a fronte dei 33 miliardi incassati, dalle Filippine sono “scappati” soltanto 0,25 miliardi, facendo segnare un guadagno netto quasi assoluto. Interessante il caso dell’Arabia Saudita, che presenta numeri pressoché inversi: 33 miliardi usciti, contro 0,33 che sono rientrati; da notare l’alta percentuale di immigrati nella forza lavoro saudita, fra cui – non a caso – si contano tantissimi filippini.

In questo contesto, si osserva che il Medio Oriente ospita il maggior numero di OFW – spesso e volentieri dando adito a dubbi sulle loro condizioni lavorative – ma soprattutto il recente calo nel numero di OFW impiegati in America, e la conseguente crescita in Asia orientale: nel 2014, i lavoratori filippini nella Cina continentale erano il 40% di quelli presenti in America; nel 2017, solo 3 anni dopo, la percentuale è salita a 68.5%; sommandoli a quelli di Hong Kong – anch’essi in crescita – il numero totale di OFW in Asia nel 2017 era quasi il doppio di quelli in America.

Le rimesse svolgono un ruolo talmente importante che l’economia delle Filippine ne è ormai dipendente: i 275 miliardi di pesos (circa 5 miliardi di dollari) erogati tramite il Heal as One Act, firmato da Duterte alla fine di marzo, mirano soprattutto a sostenere quelle famiglie rimaste prive del regolare introito garantito dalle rimesse, e ora sospeso a causa della pandemia di Covid-19. I fondi per queste politiche di assistenza sono ora più che mai vitali per il presidente, la cui granitica autorità è stata di recente incrinata dai fallimenti nella crisi sanitaria.


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Sempre guardando ai dati rilasciati dall’autorità statistica delle Filippine risulta che, oltre al numero di lavoratori, nel 2017 Cina e Hong Kong hanno superato gli USA anche per ammontare di rimesse spedite nelle Filippine, come prova di una crescente remunerazione e, di conseguenza, elemento d’attrazione. Questo fattore, tra l’altro, è dovuto soprattutto alla Cina continentale, e non a Hong Kong: infatti, negli ultimi cinque anni le rimesse partite dalla Cina sono aumentate drasticamente, a differenza di quelle esclusive di Hong Kong, che hanno mantenuto un andamento più lineare. Questa caratteristica in qualche modo riflette la divergenza nelle categorie di lavoratori attivi nelle due aree: nella Cina continentale, infatti, gli OFW sono ben distribuiti fra uomini e donne, e operano in vari settori: istruzione (insegnanti di inglese), intrattenimento (soprattutto musicisti e cabarettisti), agenti commerciali e traduttori, senza contare quelli attivi nel mercato nero (perlopiù spacciatori); a Hong Kong, invece, si conta soltanto un uomo per ogni 20 lavoratrici filippine; si solleva qui la questione delle “collaboratrici domestiche” nell’ex-colonia inglese, che in media guadagnano poco e, in aggiunta, causano uno squilibrio demografico sia nelle Filippine stesse, che nelle proprie comunità immigrate di Hong Kong, portando a serie implicazioni che hanno di recente suscitato forte interesse nei circoli accademici dell’Asia orientale.

In base ai recenti avvenimenti, è lecito aspettarsi un ulteriore travaso di OFW verso la Cina nei prossimi anni: in seguito all’escalation della tensione fra USA e Iran, le Filippine hanno ordinato il rimpatrio di decine di migliaia di connazionali da diversi paesi del Medio Oriente (Libano, Iraq, Iran, ecc.); il governo ha anche vietato al Kuwait, nel 2018, di assumere casalinghe filippine in seguito ad alcuni casi di abuso; infine, con l’esplosione del Covid-19, Manila ha sospeso gli accordi bilaterali relativi al dispiegamento di medici e infermieri – che compongono buona parte degli OFW in America – richiedendo la loro presenza in patria per un migliore contenimento della pandemia.

Economia e politica estera

Economia e politica estera sono indissolubilmente legate, anche in questo caso. All’inizio del 2019, l’amministrazione Trump ha ordinato la sospensione per tutto l’anno solare delle pratiche di visto per i filippini che si recano in America per lavori stagionali. Come abbiamo già riportato sopra, questi offrono un contributo importante all’economia filippina, provvedendo a quasi il 9% delle rimesse complessive. Inoltre, molti di loro fungono anche da ponte fra i numerosissimi filippini che risiedono permanentemente negli USA e i parenti rimasti nell’arcipelago asiatico.

Di contro, l’anno precedente la Cina aveva annunciato un piano per accogliere 300,000 lavoratori filippini, e regolare quindi i processi di assunzione. Nel 2016, il ministro del lavoro filippino aveva dichiarato che in Cina potevano già esserci circa 200,000 suoi connazionali che lavoravano in maniera illegale. Nel quadro generale rientra anche la gestione dell’economia sommersa, dato che viene spesso taciuto: nel 2011, c’erano 72 filippini detenuti nel braccio della morte in Cina, principalmente per traffico di droga; da allora, non sono seguite altre dichiarazioni da parte dei due governi riguardo il numero esatto di condannati.

Per Manila, elaborare una maggiore integrazione con la Cina può indubbiamente essere profittevole nel breve termine. Tuttavia, il beneficio economico non deve essere visto esclusivamente dal punto di vista degli investimenti infrastrutturali: oltre a supportare il consumo interno delle famiglie (bisogni primari, educazione, debiti, ecc.), le rimesse degli OFW svolgono anche altre funzioni nel sistema economico delle Filippine, fra cui quella di fonte di valuta estera, fondamentale per il paese nel mantenere stabile la propria posizione finanziaria e rafforzare la valuta locale, il peso, nonostante i mercati turbolenti (le rimesse sono categorizzate come esportazioni). Anche per questo motivo, una rinuncia totale alla cooperazione con gli Stati Uniti è impensabile, proprio perché la rilevanza internazionale del dollaro non può essere facilmente sostituita. Inoltre, anche sul piano della politica estera il dialogo con Washington dovrà per forza di cose mantenersi costante, se non altro per controbilanciare l’ingerenza cinese che le Filippine, abbandonate a sé stesse, non potrebbero in alcun modo contenere. Come già osservato per il VFA, quindi, anche nel settore finanziario le Filippine si trovano a giocare in una condizione di precario equilibrio tra Stati Uniti e Repubblica popolare cinese, cercando di aumentare i benefici provenienti da entrambe le sponde del Pacifico ma esponendosi anche al rischio di reprimenda da parte di Washington e Pechino.