Corea del Nord: l’immortalità dei leader nordcoreani

Medici e ricercatori del Mansoomoogang Institute (o Long Live the Leader Institute) erano convinti, ma erroneamente, che Kim Il-sung, che nel 1948 aveva fondato la Repubblica Democratica Popolare della Corea del Nord, sarebbe vissuto fino all’età di 150 anni. Dal 2012 l’ospedale è di nuovo funzionante perché suo nipote Kim Jong-un, alla guida del paese dal 2011, è preoccupato del suo sovrappeso.

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Leggo sul Korea Times del 7 maggio 2014, uno dei principali quotidiani della Corea del Sud, che Kim Jong-il, il Caro leader, ordinò la chiusura del Long Live the Leader Institute perché suo padre Kim Il-sung  (l’Eterno leader), cui era stata «diagnosticata» una lunga vita, morì improvvisamente a soli 82 anni proprio mentre erano ancora in corso a Ginevra (Svizzera) i negoziati con gli Stati Uniti che si sarebbero conclusi con l’Accordo quadro (21 ottobre 1994) che, in pratica, «congelò» il programma nucleare per scopi militari della Corea del Nord, in cambio di aiuti economici ed energetici internazionali.

E’ l’immortalità dei leader della Corea del Nord, comunque, associabile al principio della continuità dinastica sostenuto così improvvidamente dalla famiglia Kim che, in pratica, detiene interrottamente il potere dalla fine della seconda guerra mondiale? In altre parole, potrebbe la morte del leader nordcoreano causare il collasso del regime autoritario di Pyongyang?

Nell’antica Cina, ad esempio, il re Wu Ti (l’Imperatore Marziale della dinastia Han che regnò dal 141 all’87 a. C.) soggiacque quasi sempre all’influenza dei maghi taoisti, colmandoli di onori e ricchezze ed eliminandoli poi dopo l’inevitabile delusione di ottenere l’elisir dell’immortalità che, in sostanza, avrebbe dovuto assicurare la continuità dinastica in nome della propria famiglia. Si pensava, infatti, che il cinabro (solfuro di mercurio rosso), che è in realtà un veleno, fosse utile allo scopo.

Il futuro della famiglia Kim rimane incerto sia per le lotte interne che rendono il suo potere meno «assolutistico» sia per le misure economiche e finanziarie coercitive (economic coercion) degli Stati Uniti che mirano a destabilizzare, nel lungo termine, il regime di Pyongyang.

Ma vi è un altro aspetto politico-sociale da considerare quando si parla della continuità dinastica in Corea del Nord. La popolazione nordcoreana non vuole perire per inedia né può essere oggetto di considerazione del regime di Pyongyang solo come fonte di entrate fiscali o come prestatrice di corvée. Se l’obiettivo prioritario di Kim Jong-un, il Brillante Compagno  (in coreano Yongmyong-han Dongji), è quello di provvedere con larghezza al suo mantenimento e di preservare i privilegi della sua famiglia, cosa deve aspettarsi dai propri sudditi che manifestano la loro insoddisfazione con ripetuti tentativi di fuga dal paese?

Sempre in Cina, il «Mandato del Cielo» era riservato agli eroi o semidei per aver operato per il bene della collettività. Il leader nordcoreano non sembra, invece, illuminato. Egli, finora, si è preoccupato soprattutto di consolidare il suo potere con purghe ed epurazioni che hanno colpito, in primis,suo zio Jang Song-thaek (il marito della sorella di suo padre Kim Jong-il che avrebbe dovuto esercitare provvisoriamente il potere dittatoriale come reggente), e con avvicendamenti, da lui ordinati, nella scala gerarchica politico-militare dello Stato leninista sempre più isolato sul piano internazionale.

Kim Jong-un ha inoltre fatto sapere tramite il suo mentore «occidentale», il cestita americano Dennis Rodman al quale è legato da una profonda amicizia tanto da concedergli il privilegio di essere accolto più di una volta e con tutti gli onori del caso nello Stato più impenetrabile di una “cortina di ferro”, di voler interloquire con il presidente americano Barack Obama.

In realtà, il regime di Pyongyang non vuole rinunciare alla sua politica militare (military-first). Non è, infatti, escluso che la Corea del Nord effettui un nuovo test nucleare dopo quelli del 2006, 2009 e 2013. L’ultimo test missilistico, eseguito in occasione della ricorrenza della stipulazione dell’Armistizio di Panmunjom che il 27 luglio 1953 pose fine alla guerra di Corea (1950-53), testimonia la sua bellicosità. E, al contempo, è un espediente della strategia della tensione utilizzato per attirare su di sé l’attenzione internazionale quando le difficoltà economiche del paese si accentuano; in particolare, degli Stati Uniti con i quali vorrebbe stipulare un trattato di pace e stabilire, così, le relazioni diplomatiche.

Gli equilibri strategici in Asia Orientale si stanno modificando. In particolare, la tradizionale alleanza tra Corea del Sud, Giappone e Stati Uniti non appare più solida come in passato. La minaccia militare nordcoreana ha determinato un avvicinamento della Corea del Sud alla Cina. I due paesi che, peraltro, hanno i solidi legami commerciali, spingono per una soluzione diplomatica della crisi nucleare, mentre i governi degli Stati Uniti e del Giappone, con quest’ultimo che vorrebbe abrogare l’articolo 9 della Costituzione pacifista sulla rinuncia al riarmo, non escludono, – a priori-, un attacco missilistico (a pre-emptive strike) per distruggere gli impianti nucleari di Yongbyon (situati a nord della capitale nordcoreana), Cina permettendo. Ma Kim Jong-un continua a preoccuparsi della sua salute piuttosto che dell’integrità politico – territoriale della Corea del Nord.