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Le turbolenze politiche del Kosovo e le nuove elezioni: quanto costa l’instabilità?

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Dopo le turbolenze del 2020, domenica 14 febbraio i cittadini kosovari si sono recati ai seggi elettorali per votare il loro nuovo parlamento. Nonostante siano trascorsi dodici anni dalla dichiarazione di indipendenza, la coesione e la stabilità politica continuano ad essere solo un flebile miraggio. L’intolleranza tra le comunità etniche rimane il fil rouge delle retoriche politiche nazionali non permettendo quindi il superamento delle impasse. 

Seppur nel 2008 abbia avanzato una formale dichiarazione di indipendenza, il Kosovo rimane di fatto uno dei Paesi dell’area balcanica che continua a presentare scenari di notevoli instabilità. Non tanto sul piano internazionale, quanto piuttosto sul suo fronte interno. Dal 2007 ad oggi, nessuno dei governi è riuscito a concludere i propri quattro anni di mandato. Le coalizioni si sono frantumate per i motivi più disparati, portando così i cittadini a risentire di un costante senso di insicurezza. Domenica 14 febbraio i cittadini kosovari sono stati chiamati ad esprimere le proprie preferenze politiche per la seconda volta in poco più di un anno.

Agli inizi della crisi sanitaria, nel marzo 2020, dopo soli 51 giorni di ufficio, il governo di Albin Kurti viene sfiduciato. L’evento rappresenta il culmine di un braccio di ferro iniziato mesi prima con il Presidente Hashim Thaçi per la formulazione della coalizione di governo. Successivamente, attraverso un accordo tra la Lega Democratica del Kosovo (LDK), Alleanza per il Futuro del Kosovo (AAK), Iniziativa Civica per il Kosovo (NISMA), Alleanza per un Nuovo Kosovo (AKR) e Lista Serba, Thaçi affida loro l’incarico per un nuovo governo. Con la guida di centro-destra, il Primo Ministro Avdullah Hoti riesce ad ottenere un certo controllo sulla maggioranza, raggiungendo quindi i numeri necessari per far passare le leggi più facilmente. Se ciò sembra alleviare le turbolenze, non è però la fine di controversie.

Solo poche settimane dopo, Thaçi avanza le sue dimissioni da Presidente a causa delle accuse per crimini di guerra e contro l’umanità promulgate dalla Corte Speciale per il Kosovo all’Aja. Tra i vari capi di imputazione che gli si presentano emergono quelle di omicidio, sequestro, persecuzioni e tortura. Nonostante le linee politiche adottate fino a quel momento avessero permesso una fase concreta di distensione soprattutto nei rapporti con la Serbia, i risentimenti e le differenti percezioni della natura del passato conflitto si riaccendono più che mai. Si apre quindi una nuova e momentanea fase di destabilizzazione. Nello stesso mese, Thaçi avrebbe dovuto partecipare ad un incontro mediato da Washington con il suo omologo serbo Vučić per proseguire i negoziati sulla normalizzazione delle relazioni tra i due Paesi.

Il progetto di distensione delle relazioni con la Serbia viene portato avanti dal Primo Ministro questa volta parallelamente anche con il supporto dell’Unione Europea. A settembre dello stesso anno viene siglato un accordo sulle relazioni economiche tra i due Paesi. Secondo il nuovo format, i transiti commerciali diventano più flessibili permettendo anche un’entrata contestuale nell’area “Mini-Schengen” della regione.

A dicembre l’andamento politico ritorna in alto mare: la Corte costituzionale del Kosovo dichiara non sussistente la maggioranza di governo. A supporto dell’accusa viene messo sotto i riflettori il voto del deputato Etem Ariti (Partito per l’Integrazione) a favore del gabinetto di Hoti, poiché condannato per corruzione. La sua votazione viene classificata illecita e, con valenza retroattiva, l’intero processo di votazione parlamentare viene reso invalido.

Con le nuove elezioni indette il 14 febbraio e lo spoglio della quasi totalità delle schede, Vetëvendosje, il partito di Albin Kurti, si aggiudica il 48 percento dei voti totali. A scendere, il PDK e LDK rispettivamente con 18.1 e 13.6 percento. Nonostante la maggioranza relativa, il partito di sinistra di matrice nazionalista, dovrà trovare almeno un partner di coalizione al fine di creare un solido governo. 

La tensione latente della società non ha tardato a manifestarsi neanche in fase di votazione. Sono state infatti numerose le irregolarità emerse il giorno delle elezioni: dalla concessione del voto alle persone con un documento di riconoscimento scaduto all’assenza delle buste per contenere i voti dei cittadini; dai ritardi nelle aperture dei seggi ad interventi della polizia per contrastare scontri tra commissari appartenenti ad affiliazioni politiche differenti. Infine, nella municipalità a maggioranza serba di Skenderaj/Srbica sono stati riscontrati casi di individui che hanno espresso più volte il proprio voto nella stessa giornata.

Quali sono le priorità attuali?

Nonostante il passo in avanti verso un contesto interno un po’ più stabile, il Kosovo rimane uno dei Paesi più a rischio della regione. Lo status dei confini territoriali con la Serbia continua ad essere irrisolto, mentre gli alti tassi di disoccupazione e corruzione nonché la limitata libertà politica e d’espressione attanagliano il Paese facendo sì che rimanga uno dei sorvegliati speciali dei Balcani Occidentali. Nonostante siano trascorsi più di vent’anni dall’intervento della NATO nel Paese e dalla fine della guerra, il prezzo della stabilità risulta essere ancora particolarmente elevato, non solo sul fronte interno quanto anche su quello esterno. Tra le priorità non vi è soltanto l’affermazione della propria integrità territoriale con la vicina Serbia bensì anche con la comunità internazionale. Ad oggi, sono ancora svariati gli Stati che non riconoscono il Kosovo come Stato indipendente, e tra questi, vi sono anche attori europei. Oltre a ciò e all’emergenza sanitaria in corso, il nuovo governo dovrà fare dei passi sostanziali verso una rinnovata infrastruttura economica, un mercato del lavoro integrato e l’abbassamento del debito pubblico per poter dare un segnale di cambiamento alla società e favorire maggiore stabilità.

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