Le tribù d’Israele e la questione dell’annessione

Dopo più di un anno di stallo e tre elezioni consecutive il 17 maggio ha visto finalmente la luce il nuovo governo ‘staffetta’ israeliano guidato dai due ex rivali Netanyahu e Gantz. Secondo l’accordo stipulato il primo guiderà il governo nei primi 18 mesi di mandato mentre il secondo lo sostituirà il 17 novembre 2021, ricoprendo nel frattempo la carica di Ministro della Difesa. Nonostante l’apparente risoluzione dell’impasse politico, la formazione del nuovo esecutivo non porterà a una diminuzione sostanziale della polarizzazione che ha caratterizzato la politica israeliana negli ultimi tempi. Quest’ultima se possibile è destinata ad aumentare ora che la dialettica tra posizioni molto distanti si riverserà all’interno del nuovo esecutivo. Inoltre lo scontro non si esaurisce nella contrapposizione seppur aspra tra leader politici, in quanto trae origine da lacerazioni ben più profonde che affliggono storicamente la società israeliana e oggi stanno emergendo nuovamente in superficie.

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Uno scontro tra élites

Tralasciando le comunità non sioniste che compongono l’eterogenea società israeliana (arabi, haredì e drusi sono le più importanti), emerge con chiarezza un violento dibattito interno alle forze sioniste, autentiche detentrici delle chiavi del Paese, le quali si sentono investite in questa fase dal compito di ridiscutere il patto costituente su cui si fonda Israele. Infatti con l’approvazione della Basic Law del 2018, la quale definisce Israele come ‘Stato nazione del popolo ebraico’, si è riaccesa una complessa riflessione introspettiva che investe l’essenza stessa dello Stato israeliano, la sua identità più profonda e di conseguenza il suo posto nel mondo.

È possibile semplificare tale contrapposizione individuando due poli principali, i quali non corrispondono pedissequamente alla contrapposizione tra maggioranza e opposizione alla Knesset. Da una parte c’è la visione del sionismo secolare, il quale contempla l’esigenza di uno Stato degli ebrei cioè un Paese in cui sia ebraica la componente demografica maggioritaria della società ma non l’impalcatura istituzionale dello Stato, il quale deve rimanere autenticamente laico. Dall’altra parte un sionismo religioso il quale adotta una prospettiva inversa. Persegue l’affermazione di un vero e proprio Stato ebraico, in cui è lo Stato stesso a sanzionare giuridicamente la supremazia della comunità ebraica sulle altre quand’anche essa si riducesse a minoranza demografica.

La questione dell’annessione

Un tema dirimente che può fungere da termometro rispetto alla sopracitata contrapposizione tra le due anime dell’élite sionista è rappresentato dall’opportunità o meno di procedere all’annessione di porzioni della Cisgiordania. In particolare della Valle del Giordano e di altre aree in cui già sorgono i così detti insediamenti ebraici. Secondo l’accordo di governo l’implementazione di tale piano potrà iniziare a partire dal mese di luglio, quando la Knesset sarà chiamata a esprimersi in merito. Non c’è pieno accordo sulle implicazioni geopolitiche e strategiche, interne e internazionali che tale passo innescherebbe. Pertanto è utile richiamare le principali teorie presentate a favore o contro l’opportunità dell’annessione, definita nell’accordo di governo Application of sovereignty, mutuando una formula utilizzata per la prima volta nel 1981 dal governo Begin in riferimento alle Alture del Golan.

Ciò che tuttavia emerge già ora con chiarezza è la portata potenzialmente centrifuga che una mossa del genere innescherebbe all’interno della società israeliana. Secondo un recente sondaggio dell’Israel Democracy Institute il 52 % della popolazione ebraica di Israele è a favore dell’annessione. A dimostrazione che all’interno della comunità ebraica le due posizione si equivalgono, radicalizzando notevolmente lo scontro. Infatti nella prassi l’instabilità aumenta nelle fasi in cui non emerge una posizione in grado di sottomettere inequivocabilmente l’altra. È il caso attuale in cui sionismo secolare e religioso sono equamente rappresentate all’interno delle istituzioni israeliane. Logica vorrebbe che in uno scenario del genere, caratterizzato dall’assenza di un mandato forte, ci si dovrebbe astenere da una mossa del genere. Tanto più un attore come Israele, costantemente esposto al rischio di un conflitto militare. La coesione nazionale tra le varie ‘tribù’ che compongono la società israeliana è infatti un’importante forma di deterrenza non militare nei confronti delle minacce alla propria sicurezza nazionale.

Le ragioni a favore dell’annessione

In un documento recentemente pubblicato, il Jerusalem Institute for Strategy and Security (JISS), considerato espressione dei falchi vicini a Netanyahu e al suo establishment, si sostiene la necessità di procedere all’annessione della Valle del Giordano e di proseguire la politica degli insediamenti. Al di là delle considerazioni di natura storico-culturale, in termini strategici ciò significherebbe mettere definitivamente in sicurezza il confine orientale andando a sopperire all’assenza di profondità territoriale e alla debolezza causata dalla natura morfologica del territorio. Non ci sono infatti barriere naturali in grado di difendere il fianco orientale del Paese da dove si rischiano incursioni verso il cuore del Paese, nell’area centrale che si estende da Gerusalemme alle città della costa. A ciò si dovrebbe affiancare un aumento degli insediamenti nell’area metropolitana gerosolimitana (al fine di mantenere una superiorità di tipo demografico) e nei pressi dei valichi collinari lungo la direttrice nord-sud Nablus-Ramallah-Gerusalemme-Hebron. Si badi bene: non si parla semplicisticamente di insediamenti ebraici bensì di insediamenti sionisti. Infatti in questo caso la presenza araba è equiparata a quella della comunità haredì, se possibile espressione di un sentimento anti-sionista più marcato. Rafforzare la presa sionista sull’area metropolitana di Gerusalemme significherebbe inoltre spezzare definitivamente la continuità territoriale palestinese già pesantemente ipotecata dalle previsioni dell’Accordo di Taba del 1995 che di fatto, tramite l’istituzione del sistema a zone (aree A, B, C), ha dato vita a una sorta di arcipelago palestinese. Nella prospettiva del sionismo religioso ciò potrebbe anche portare alla creazione di un unico Stato senza intaccare l’essenza stessa di Israele, Stato ebraico quale che sia la comunità demografica maggioritaria.

Le ragioni contrarie: la teoria del domino

Alle ragioni dell’annessione si sono contrapposti circa 200 ufficiali israeliani ex membri di Idf, Mossad e Shin Bet, rappresentati dall’organizzazione Commanders for Israel’s security (CIS). In un documento dedicato sostengono che tale annessione non ha alcun valore strategico e anzi avrebbe un effetto controproducente scatenando un potenziale effetto domino. Concretamente infatti Israele già controlla la sicurezza in territorio cisgiordano grazie alla collaborazione con l’Autorità nazionale palestinese (ANP) e al Trattato di pace stipulato nel 1994 con la Giordania. L’annessione porterebbe al contrario all’implosione dell’ANP e alla necessità di una nuova occupazione militare dell’intera Cisgiordania per sopperire all’aumento dell’instabilità e a possibili prevaricazioni dei movimenti islamisti (Hamas e Jihad islamico). Nella prospettiva del sionismo secolare nel lungo periodo ciò significherebbe aprire all’annessione totale della Cisgiordania e alla creazione di un unico grande Stato binazionale in cui dover garantire la cittadinanza a tutta la popolazione palestinese, ponendo fine alla superiorità demografica ebraica e dando luogo a uno Stato a maggioranza araba. Inoltre le tensioni popolari innescate in Egitto e Giordania porterebbero le rispettive classi dirigenti a stracciare i trattati di pace stipulati con Israele per non rischiare di essere a loro volta rovesciati da sommovimenti popolari.